Caratterizzazione dei rifiuti

Caratterizzazione chimica dei rifiuti codici a specchio

AmbientaleDicembre 15, 2018

Nel Catalogo europeo dei rifiuti, come è risaputo, i rifiuti sono identificati con codici assoluti e con codici non assoluti.

A quelli identificati con codici assoluti viene assegnato un codice CER sulla base della loro origine ed automaticamente vengono classificati come rifiuti pericolosi o come rifiuti non pericolosi, senza che nessun accertamento in proposito sia necessario.

Per altri rifiuti, invece, viene prevista una coppia di codici, detti anche “codici a specchio”, e tali rifiuti possono essere classificati come non pericolosi oppure come pericolosi a seconda che le sostanze pericolose cui si fa specifico o generico riferimento siano presenti o meno nel rifiuto in maniera tale da conferirgli una o più delle caratteristiche di pericolosità di cui all’All. I alla Parte Quarta del D. Lgs. n. 152 del 2006.

Su quali siano i criteri di accertamento da seguire per una corretta attribuzione del codice CER in caso di “voce a specchio”, soprattutto riguardo il criterio dell’esaustività dell’accertamento, è in corso un dibattito dottrinale e giurisprudenziale, che coinvolge anche le amministrazioni e le istituzioni competenti in materia di rifiuti: un orientamento, che si può definire “probabilistico”, ritiene che deve essere indagata e valutata la sola presenza delle sostanze che, date le caratteristiche del processo da cui si genera il rifiuto, con un più elevato livello di probabilità potrebbero essere presenti nel rifiuto medesimo; un altro orientamento, che si può invece chiamare “della certezza”, sostiene che una corretta individuazione del codice può derivare solo dalla conoscenza certa della composizione del rifiuto e che, pertanto, occorre ricercare e determinare la concentrazione di qualsiasi sostanza pericolosa comunque presente nel rifiuto, senza limitazione alcuna.

A loro sostegno, i fautori della tesi “probabilistica” valorizzano i cambiamenti intervenuti nella normativa comunitaria, in particolare nella Decisione 2014/955/UE, secondo cui “l’iscrizione di una voce nell’elenco armonizzato di rifiuti è contrassegnata come pericolosa, con un riferimento specifico o generico a “sostanze pericolose”, è opportuna solo quando questo rifiuto contiene sostanze pericolose pertinenti che determinano nel rifiuto una o più delle caratteristiche di pericolo”: con l’inserimento dell’ aggettivo “pertinente” s’intenderebbe limitare la determinazione analitica alle sostanze pericolose pertinenti in base al processo produttivo del rifiuto.

Tuttavia, come non infrequentemente accade, si pongono dei problemi in merito all’esattezza della traduzione italiana della Decisione rispetto alle versioni redatte nelle lingue base dell’UE (francese ed inglese) che, in caso di dubbio o di versioni contrastanti, fanno fede: l’aggettivo pertinente non si rinviene nel testo francese (substances dangereuses correspondantes qui lui confèrent une o plusieurs des propriétés danguereuses), mentre in quello inglese si parla di “relevant hazardous substances that cause the waste to display one or more of hazardous properties”.

Ad ogni modo, i criteri di accertamento e di attribuzione del codice CER per le “voci a specchio” sono oggetto di una specifica normativa di carattere nazionale (art. 13 del D. L. 91 del 2014, convertito nella L. 116/2014) che ha inserito una precipua premessa sulla classificazione, all’elenco dei rifiuti contenuto nell’allegato D alla Parte Quarta del D. Lgs. 152 del 2006.

In virtù di essa, per stabilire se il rifiuto sia pericoloso o non pericoloso, occorre individuare i composti presenti nel rifiuto attraverso: la scheda informativa del produttore, la conoscenza chimica del processo e il campionamento e l’analisi del rifiuto; inoltre viene prevista, in nome del principio di precauzione, una presunzione di pericolosità nei casi in cui le sostanze presenti in un rifiuto non sono note o sono state rilevate dalle analisi solo in modo aspecifico.

Tale presunzione di pericolosità nei casi di dubbio induce a concludere che la pericolosità di un rifiuto non possa essere esclusa in virtù di considerazioni/analisi riferite unicamente ad alcune sostanze pericolose.

I sostenitori della tesi probabilistica ritengono infatti che tale disciplina sia da considerarsi non applicabile poiché incompatibile con la Decisione della Commissione, come da questi ultimi interpretata.

Dall’altra parte i fautori dell’orientamento opposto sottolineano che, una volta chiarito il corretto significato da attribuire alla traduzione italiana della Decisione, “appare evidente che la normativa comunitaria stabilisce quando una voce a specchio debba essere considerata rifiuto pericoloso, ma non detta in proposito regole particolari per l’accertamento. E pertanto, se un paese detta queste regole (come ha fatto con la L. N. 116 del 2014) non sembra che si tratti di disposizioni “incompatibili””.

Inoltre fanno osservare che la Commissione europea, successivamente all’entrata in vigore della Decisione 2014/955/UE, ha predisposto in inglese un progetto di “Documento di orientamento sulla definizione e classificazione dei rifiuti pericolosi” e nel terzo capitolo si occupa proprio della procedura per la classificazione dei rifiuti individuati con codici a specchio dettando norme del tutto analoghe a quelle nazionali sopra richiamate.

Infine si segnala che, pur in presenza di alcune contrastanti decisioni da parte delle corti di merito, la Corte di Cassazione, nella sentenza sez. III, 9 novembre 2016, n. 46897, richiamando espressamente le norme introdotte con il D. L. 91 del 2014 afferma che “dinanzi ad un rifiuto con codice “a specchio”, il detentore sarà obbligato ad eseguire le analisi (chimiche, microbiologiche, ecc.) necessarie per accertare l’eventuale presenza di sostanze pericolose, e l’eventuale superamento delle soglie di concentrazione; solo allorquando venga accertato, in concreto, l’assenza, o il mancato superamento delle soglie, di sostanze pericolose, il rifiuto con codice “a specchio” potrà essere classificato come non pericoloso. Aderendo alla diversa prospettiva dedotta dal ricorrente, invece, ne deriverebbe che il detentore di un rifiuto con codice “a specchio” potrebbe classificarlo come non pericoloso, e di conseguenza gestirlo come tale, in assenza di analisi adeguate; ma tale interpretazione, oltre ad essere in contrasto con gli obblighi di legge, è evidentemente eccentrica rispetto all’intero sistema normativo che disciplina la gestione del ciclo dei rifiuti, ed al principio di precauzione ad esso sotteso”.

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