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inquinamento acustico

Danni non patrimoniali causati da inquinamento acustico

AmbientaleDicembre 9, 2018

Un’importante pronuncia in materia di immissioni intollerabili, questa volta specificamente individuate come appartenenti alla categoria di quelle acustiche, perviene dall’organo giurisdizionale di legittimità.

La III sezione civile della Suprema Corte di Cassazione è stata difatti chiamata a pronunciarsi su di una particolare questione involgente due fondamentali problematiche riguardanti la disciplina della responsabilità per immissioni intollerabili e la conseguente risarcibilità delle lesioni da tali ultime promanazioni fastidiose arrecate ai soggetti lesi.

Questioni su cui i giudici di piazza Cavour hanno solidificato principi di diritto specifici con la sentenza del 5 febbraio 2018 n. 2668.

La tematica delle immissioni rumorose moleste si appalesa come una delle più sentite nell’alveo del diritto ambientale.

La vicenda cui si discute in questo articolo si riferisce in principio a danni riscontrati da un nucleo familiare, composto da padre, madre ed una figlia minore, residenti tutti all’interno di un bene immobile posto in posizione sovrastante rispetto ad un locale, utilizzato per la somministrazione di cibi e bevande, in locazione ad un soggetto, titolare di società individuale esercente l’attività prima menzionata, e rientrante nella sfera di proprietà di altro soggetto, concedente lo stesso in locazione al titolare della società.

Nel 2005 i coniugi del succitato nucleo familiare decidevano di agire, in proprio ed in quanto titolari ed esercenti la responsabilità genitoriale nei confronti della prole minorenne, anzitutto con una istanza cautelare, volta a verificare l’effettivo superamento della soglia di tollerabilità delle immissioni di natura acustica promananti dal locale sottostante e ritenute foriere di danni patrimoniali e non nei confronti dello stesso nucleo familiare, e, successivamente dando avvio alla fase giurisdizionale di merito proprio ai fini dell’ottenimento, per l’appunto del risarcimento delle lesioni ingenerate dalle immissioni intollerabili.

Della qualifica processuale di convenuti (chiamati in causa) vennero investiti non solo il rappresentante della società operante all’interno dei locali da cui originavano le immissioni ma altresì altri due soggetti, da identificarsi nel proprietario e usufruttuario del locale prima menzionato, ritenuti responsabili del non aver dotato il bene locato delle apposite strutture di insonorizzazione, al fine di eliminare o, quantomeno, ridurre drasticamente le immissioni potenzialmente lesive, poi effettivamente prodottesi.

Il giudice di primo grado, con sentenza nel 2011, condannò i soggetti convenuti al risarcimento dei danni prodotti dalle immissioni intollerabili, attestandone dapprima l’esistenza e conseguentemente liquidando tanto le lesioni di natura patrimoniali, identificate nelle spese mediche sostenute, e di natura non patrimoniale, annoverate nelle sottocategorie (utili ai soli fini dogmatici ed identificativi) del danno biologico e del danno morale ed esistenziale.

Il processo proseguiva innanzi alla Corte d’Appello di Milano, che, nella sua sentenza del 2015, ebbe a modificare parzialmente, ancorché radicalmente per quanto concerne gli esiti sul piano sostanziale, la pronuncia della autorità giudiziaria di prime cure.

In secondo grado, difatti, il giudice meneghino negò anzitutto la sussistenza del danno biologico, non provato adeguatamente durante il processo celebrato nel grado precedente dalla documentazione presentata e, conseguentemente, malmotivato in ordine al quantum liquidato.

Peraltro, il giudice di seconde cure ritenne altresì non provata la esistenza di un nesso causale tra le immissioni intollerabili e la produzione del danno alla salute di cui si discute, negando definitivamente l’esistenza e, dunque, la risarcibilità della lesione in oggetto.

La Corte d’Appello riconobbe tuttavia un’effettiva lesione derivante dalle immissioni acustiche, procurata, però, alla salubrità ambientale, liquidandola con l’espletamento dei poteri equitativi affidati al giudice ex art. 1226 c.c.

Di significativo momento la statuizione del giudice di secondo grado sulla responsabilità aquiliana del proprietario dell’immobile concesso in locazione, da cui si ingenera l’inquinamento acustico, e la sua conseguente legittimazione passiva nel giudizio risarcitorio.

Afferma la Corte, infatti, come la responsabilità di quest’ultimo debba essere sostanzialmente e categoricamente esclusa nel caso di specie. Non può infatti, a detta del giudice di Milano, ritenersi sussistente un generico dovere del proprietario di un immobile concesso in locazione, attivarsi per porre in essere tutti gli interventi e le operazioni necessarie per conseguire l’adeguamento del bene immobile rientrante nel proprio diritto dominicale, alle caratteristiche e peculiarità dell’uso che il locatario intenda farne.

Né, all’interno del nostro ordinamento giuridico, sempre a detta della Corte d’Appello, sussiste un simile principio di diritto, richiedendosi, per la configurazione giuridica di un simile obbligo, una esplicita e puntuale pattuizione nel contratto di locazione, insussistente nella fattispecie de qua.

Avverso la pronuncia di secondo grado veniva, infine, avanzato ricorso alla Corte di Cassazione che, il 5 febbraio 2018, concludeva definitivamente l’iter processuale, con l’enunciazione di importanti dettati in termini di diritto.

Anzitutto, il giudice nomofilattico nega il riconoscimento del danno biologico, per non essere quest’ultimo stato provato a livello processuale da parte degli attori. Difatti la Cassazione osserva come le certificazioni mediche presentate contenevano esclusivamente enunciazioni certificate di quanto riferito dagli stessi soggetti lesi e, pertanto, non poteva ritenersi raggiunta la prova circa l’esistenza, e dunque l’an, del danno alla salute prodotto dalle immissioni intollerabili.

La questione affrontata dalla Suprema Corte è, in realtà, particolarmente delicata. In tal senso, difatti, il giudice di ultime cure non nega in assoluto la realizzazione di una lesione biologica ingenerata dalle immissioni, ma si limita ad osservare che su questa non sia stata fornita la prova processuale.

Come detto prima, le comprove documentali mediche presentate, e ritenute rilevanti ai fini del convincimento circa l’effettiva esistenza del danno nel giudizio in primo grado, sono da ritenersi inidonee a provare la produzione del danno alla salute de quo, la cui prova può essere fornita esclusivamente ricorrendo ad un esame medico-legale e, dunque, ad una consulenza tecnica d’ufficio. Proprio tale punto viene censurato dai giudici della III sezione civile nei confronti del giudice di primo grado che, pur essendo titolare del potere di disporre discrezionalmente la consulenza, aveva rigettato l’espletamento del suddetto esame da parte di un c.t.u., senza dar conto delle ragioni che l’avevano determinato in tale scelta.

Inoltre, continua la Suprema Corte, la fattispecie de qua determina l’insorgenza di una responsabilità di tipo aquiliano che richiede, secondo i principi graniticamente e monoliticamente espressi nel diritto vivente, la prova di tutti i suoi elementi costitutivi da parte del leso, elementi da identificarsi in comportamento antigiuridico tenuto dal danneggiante, verificazione di un evento lesivo di un bene giuridicamente ritenuto meritevole di tutela all’interno dell’ordinamento e sussistenza di un nesso causale (causalità materiale) tra condotta contra ius e danno prodotto, legame eziologico, quest’ultimo, negato nel suo an dalla Corte d’Appello di Milano ed invece confermato come provato dalla Cassazione, censurante l’errore valutativo del giudice di seconde cure non emendabile dal giudice di ultima istanza in quanto sarebbe necessaria una nuova valutazione dei dati processuali, richiesta all’interno dell’istanza sotto la veste formale di censura di errore motivazionale, in realtà reputato inesistente dalla Cassazione medesima.

Altro importante punto di approdo cui giunge la III sezione civile è quello che riguarda la responsabilità risarcitoria, in caso di danni derivanti da immissioni intollerabili, del proprietario da cui queste ultime promanano.

La Cassazione conferma quanto sostenuto dai giudici precedenti, ritenendo perfettamente conforme ai principi di diritto consolidati l’imputazione della responsabilità risarcitoria ai soli soggetti che appaiano come autori del fatto illecito dannoso, secondo quanto disposto dall’art. 2043 c.c., ovvero del custode della cosa nel caso di fattispecie rientranti nell’area di operatività dell’art. 2051 c.c., non annoverandosi il proprietario nel caso di specie in alcuna delle due categorie, lo stesso è stato ritenuto correttamente escluso dai soggetti su cui grava la responsabilità risarcitoria, stabilendo la Corte che la domanda risarcitoria nei confronti dei proprietari avrebbe potuto essere avanzata “solo se essi avessero concorso alla realizzazione del fatto dannoso, quale autori o coautori dello stesso, mentre il solo fatto di essere proprietari, ancorche’ consapevoli, ma senza alcun apporto causale al fatto dannoso, non e’ idoneo, neppure in astratto, a realizzare una loro responsabilita’ o corresponsabilita’ aquiliana” (Cass. civ. Sez. 3, 28-05-2015, n. 11125).

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