0
classificazione rifiuti codici a specchio

La Corte di Giustizia UE sulla classificazione dei rifiuti con codice a specchio

Con sentenza 28 marzo 2019 (cause riunite C-487/17 e C-489/17), la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, a seguito di ordinanza di rimessione della Terza Sezione della Corte di Cassazione italiana, si è pronunciata sul sentito tema della classificazione dei rifiuti, ponendo un ragionevole punto fermo sull’argomento.

In tema di pericolosità dei rifiuti, occorre dapprima evidenziare che nel vigente sistema di classificazione sussistono di base due tipologie di rifiuti: quelli con codici assoluti e quelli con codici a specchio, cosiddetti speculari.

Si hanno i primi in ipotesi di rifiuto assolutamente pericoloso – rifiuto che per sua natura è sempre pericoloso (connotato da codice a sei cifre a cui viene aggiunto l’asterisco) – e rifiuto assolutamente non pericoloso.

Vi sono, poi, dei casi in cui è necessario determinare se un rifiuto sia o meno pericoloso, potendo questo ben atteggiarsi in entrambe le manifestazioni: si tratta di rifiuti con codici CER speculari, anche detti codici rifiuti con “voci specchio”.

In tali ipotesi la natura del rifiuto, pericolosa o non pericolosa, non è stabilita a priori, in via assoluta, dalla legge, ma deve essere determinata all’esito di uno specifico accertamento.

L’oggetto di tale accertamento e le corrette modalità per il suo espletamento costituiscono il tema sollevato dalla Corte di Cassazione ed articolato in quattro questioni pregiudiziali sulle quali il giudice europeo si è pronunciato lo scorso mese di marzo.

Prima di analizzare il contenuto della sentenza in esame, occorre preliminarmente illustrare la normativa nazionale applicabile in materia.

Tale disciplina è stata da ultimo modificata per mano del legislatore nel 2017 che, con l’art. 9 D.L. 91/2017, ha sostituito le disposizioni dai numeri 1 a 7 della parte premessa all’introduzione dell’allegato D alla parte IV del d.lgs. 152/2006 con la più breve norma secondo la quale «La classificazione dei rifiuti è effettuata dal produttore assegnando ad essi il competente codice CER ed applicando le disposizioni contenute nella decisione 2014/955/UE e nel regolamento (UE) n. 1357/2014 della Commissione, del 18 dicembre 2014».

Così facendo il legislatore si limita a garantire la conformità sul piano formale della normativa interna con quella sovranazionale.

A tale condizione non è corrisposta tuttavia la certezza sul piano applicativo. In particolare, il problema principale riguardava la modalità con la quale determinare la pericolosità o meno di un rifiuto nell’ipotesi in cui per lo stesso siano previste delle voci a specchio in ragione del suo diverso atteggiarsi come pericoloso o meno.

Le incertezze interpretative sulla classificazione dei rifiuti hanno suscitato un profondo dibattito che ha afflitto costantemente la dottrina, la quale si è schierata in due diverse fazioni: quella a sostegno della tesi della “certezza” e quella a sostegno della tesi della “probabilità”.

Il primo orientamento dottrinale postula la conoscenza certa della composizione del rifiuto , vale a dire una conoscenza specifica delle singole componenti in esso presenti.

La tesi muove dalla concezione per cui, in caso di sussistenza di codici speculari per un dato rifiuto, il suo detentore è tenuto a rovesciare una presunzione di pericolosità ed è pertanto obbligato ad effettuare analisi dirette a verificare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa nel rifiuto in esame.

Secondo tale teoria, quindi per classificare un rifiuto a specchio occorre individuare nel dettaglio tutte le sostanze contenute e ricercare se tra esse vi siano sostanze pericolose, non essendo ammissibile il permanere di alcun dubbio al riguardo: in assenza di tale verifica il rifiuto deve essere considerato come pericoloso.

Ai fini della classificazione del rifiuto, quindi, l’analisi effettivamente rappresentativa sarebbe solo quella quantitativamente “esaustiva”. Ciò comporta l’esigenza di indagare tutte le componenti del rifiuto in modo che, in termini percentuali, la somma algebrica delle porzioni analizzate copra una percentuale in grado di raggiungere, nel complesso, la quasi totalità della composizione del rifiuto analizzato.

La contrapposta tesi “della probabilità” muove proprio dalla ritenuta impossibilità di analisi della totalità delle sostanze presenti nel rifiuto. Secondo i sostenitori di tale orientamento, per compiere correttamente la classificazione non è necessario verificare analiticamente la presenza di tutte le sostanze esistenti ma è sufficiente ricercare quelle sostanze pericolose che con maggior grado di probabilità possono trovarsi nel rifiuto e, laddove la legge preveda limiti alla loro concentrazione, verificarne l’eventuale superamento.

Applicando il criterio di pertinenza delle sostanze rispetto alle caratteristiche e alla genesi del rifiuto, dovrebbero analizzarsi le sostanze potenzialmente in esso presenti tenendo in considerazione quelle implicate durante il ciclo produttivo del rifiuto.

Le ragioni della tesi della probabilità consentirebbero al detentore del rifiuto di disporre di un margine di discrezionalità, potendo limitare le proprie analisi alle sole sostanze che, con un livello di probabilità elevato, possono essere contenute nei prodotti alla base del processo di produzione del rifiuto in esame.

La Decima Sezione della Corte UE, ritenute le questioni pregiudiziali sollevate dal giudice italiano ricevibili, ha sintetizzato le antitetiche tesi dottrinali descritte facendo infine chiarezza sulla corretta interpretazione della normativa unionale in materia di classificazione dei rifiuti con codici speculari.

La Corte stabilisce innanzitutto che, qualora la composizione di un rifiuto al quale potrebbero essere attribuiti codici rifiuti speculari non sia immediatamente nota, spetta al detentore, in quanto responsabile della sua gestione, raccogliere le informazioni idonee a consentirgli di acquisire una conoscenza sufficiente di detta composizione e, in tal modo, di attribuire a tale rifiuto un codice appropriato.

Diversi sono i metodi indicati per la raccolta di tali informazioni, tra questi sono espressamente richiamati:

  • quelli indicati nella rubrica «Metodi di prova» dell’allegato III della direttiva 98/2008;
  • le informazioni sul processo chimico e sul processo di fabbricazione che generano rifiuti nonché sulle relative sostanze in ingresso e intermedie, compresi pareri di esperti;
  • le informazioni fornite dal produttore originario della sostanza o dell’oggetto prima che questi diventassero rifiuti, ad esempio, schede di dati di sicurezza, etichette del prodotto o schede di prodotto;
  • le banche dati sull’analisi dei rifiuti disponibili a livello di Stati membri;
  • il campionamento e l’analisi chimica dei rifiuti.

La Corte precisa poi che una conoscenza sufficiente del rifiuto non comporta una necessaria caratterizzazione certa, raggiunta attraverso l’analisi dell’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa presente.

Secondo il giudice europeo, infatti, nessuna disposizione della normativa dell’Unione in materia di rifiuti può essere interpretata nel senso che «l’oggetto di tale analisi consista nel verificare l’assenza, nel rifiuto di cui trattasi, di qualsiasi sostanza pericolosa, cosicché il detentore del rifiuto sarebbe tenuto a rovesciare una presunzione di pericolosità del rifiuto stesso».

Il mancato accoglimento della tesi dottrinale cosiddetta “della certezza” non implica tuttavia la piena adesione alla contrapposta tesi “della probabilità”.

La Corte prosegue infatti specificando che «il detentore di un rifiuto, pur non essendo obbligato a verificare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa nel rifiuto in esame, ha tuttavia l’obbligo di ricercare quelle che possano ragionevolmente trovarsi e non ha pertanto alcun margine di discrezionalità a tale riguardo».

Ciò posto, in caso di residuo dubbio o impossibilità di classificazione del rifiuto il richiamo è al principio di precauzione, posto a fondamento della tesi della certezza.

Principio cardine del diritto ambientale, secondo la Corte esso «deve interpretarsi nel senso che qualora, dopo una valutazione dei rischi quanto più possibile completa tenendo conto delle circostanze specifiche del caso di specie, il detentore di un rifiuto che può essere classificato con codici rifiuti speculari si trovi nell’impossibilità pratica di determinare la presenza di sostanze pericolose o di valutare le caratteristiche di pericolo che detto rifiuto presenta, quest’ultimo deve essere classificato come rifiuto pericoloso».

Il giudice europeo specifica infine che tale principio deve essere bilanciato con quello della fattibilità tecnica e della praticabilità economica, della protezione delle risorse nonché degli impatti complessivi sociali.

Con la sentenza del 28 marzo la Corte sembra aver raggiunto l’obiettivo di bilanciamento tra i due contrapposti principi, quello di precauzione, da un lato, e di proporzionalità, dall’altro.

Il primo impone che, in caso di incertezza scientifica, possano essere imposte misure precauzionali restrittive.

Il secondo, ricollegandosi ai criteri di fattibilità tecnica ed economica menzionati, evita che sulle imprese gravino oneri non necessari od eccessivi rispetto agli obiettivi di sostenibilità perseguiti dalla stessa normativa nazionale e sovranazionale in campo ambientale.

È stato così posto un punto fermo su un tema che da anni generava numerose incertezze e perplessità.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (2 votes, average: 5,00 out of 5)
Loading...

Lascia un commento

Your email address will not be published.