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Estinzione dei delitti contro l’ambiente

AmbientaleDicembre 15, 2018

In materia di diritto ambientale con riferimento specifico all’estinzione degli illeciti, la Legge n. 68/2015, riguardante le “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente”, rappresenta uno dei tentativi più rilevanti d’intervento organico, di grande impatto pratico, poiché costituisce un apparato normativo diretto ad ingenerare un processo con esito diverso da quello che altrimenti conseguirebbe dal fatto illecito (amministrativo e/o penale).

In tema di estinzione dell’illecito ambientale la succitata legge dispone quanto segue:

  1. introduce da un lato una particolare procedura di estinzione in via amministrativa delle contravvenzioni in materia ambientale (art. 318 bis e ss  testo unico ambientale) e dall’altro;
  2. novella l’art 157 c.p. e predispone per i delitti contro l’ambiente collocati nel Titolo VI bis il raddoppiamento dei termini di prescrizione.

L’estinzione degli ecoreati ai sensi e per gli effetti dell’art. 318 bis del testo unico ambientale.

Generalmente salvo alcune fattispecie di delitti, la quasi totalità dei reati previsti dal testo unico ambientale è di natura contravvenzionale; per l’appunto la nuova disciplina sull’estinzione del reato in via amministrativa (ex art. 318 bis) si applica alle sole ipotesi contravvenzionali che non hanno cagionato danno o pericolo di danno concreto e attuale alle risorse ambientali, urbanistiche o paesaggistiche protette.

Per pericolo s’intende quella relazione di possibilità – probabilità fra una situazione cronologicamente precedente ed una successiva dalla quale scaturisce un disvalore/deterioramento del bene giuridico, in altri termini un calcolo di probabilità di danno rappresentato in base ad un giudizio prognostico ex ante.

La probabilità deve esser tale da far configurare il danno rappresentato come concreto nel senso che il bene giuridico tutelato effettivamente e realmente corra un pericolo e attuale nel senso che il pericolo sia presente ovvero incombente al momento del fatto, non futuro o già esaurito; può oltretutto essere perdurante quando il comportamento di lesione al bene è ancora in corso.

Le prescrizioni ambientali dell’organo di polizia

Ciò detto, l’organo di vigilanza, nell’esercizio delle funzioni di polizia giudiziaria di cui all’art. 55 c.p.p., nel caso di comportamenti illegittimi previsti e puniti dal testo unico ambientale, dispone al contravventore un’apposita prescrizione (o prescrizioni ambientali) con la quale si impone l’adozione di misure atte a far cessare le situazioni di pericolo e/o la prosecuzione di attività potenzialmente pericolose.

Viene disposto anche un termine (perentorio) per la regolarizzazione di quanto richiesto.

Il termine in commento non in alcun caso essere superiore al periodo di tempo tecnicamente necessario all’adempimento della prescrizione e potrà subire una proroga, su richiesta del contravventore, in presenza di circostanze non imputabili allo stesso per un termine massimo di sei mesi.

Resta fermo l’obbligo dell’U.P.G. ex art. 347 c.p.p. di riferire al pubblico ministero la notizia di reato.

Qualora l’U.P.G., non ritenga attivare il nuovo procedimento d’estinzione del reato deve esplicitarne le ragioni impeditive.

Si tenga in mente che i presupposti dell’applicabilità della disciplina in commento sono contenuti per l’appunto nell’art. 318 bis e quater comma 2 del D.lgs. n. 152/2006.

I primi 2 sono positivi:

  • contravvenzione contenuta nel testo unico ambientale;
  • pena prevista dell’ammenda o dell’ammenda e arresto.

Il terzo invece è negativo riguardando il mancato danno o pericolo concreto di danno alle risorse ambientali, urbanistiche o paesaggistiche protette.

L’apprezzamento, non facile, di quest’ultimo presupposto compete senza ombra di dubbio all’organo accertatore che in ogni caso potrà incardinare una formale interlocuzione successiva con il pubblico ministero una volta comunicata la c.n.r.

La sospensione del procedimento penale contravvenzionale sino all’esatto adempimento delle prescrizioni ambientali

L’attivazione del procedimento succitato produce come prima cosa la sospensione del procedimento penale che si verifica al momento dell’iscrizione della notizia di reato e fino alla verifica dell’esatto adempimento della prescrizione dettata.

La notizia di reato comunicata dall’organo accertatore viene iscritta nel registro di cui all’art. 335 c.p.p., tuttavia resta di fatto “congelata”, sino a quando il P.M. non riceve una delle comunicazioni di cui all’art. 318-quater commi 2 e 3 del TUA, ovvero la comunicazione dell’adempimento delle prescrizioni e dell’eventuale pagamento o la comunicazione dell’inadempimento (art. 318-sexies comma 1 del D.Lgs. n. 152/2006).

Al contravventore ambientale viene concesso il termine necessario per effettuare la regolarizzazione.

Tale termine, giova ricordarlo può essere prorogato una sola volta, in talune e motivate situazioni per un periodo massimo di 6 mesi.

Il periodo di proroga deve essere motivato e tempestivamente comunicato al P.M.

Successivamente alle scadenze previste per l’ottemperanza delle apposite prescrizioni ambientali, l’organo accertatore si prende ulteriori 60 giorni per controllare l’esatto e puntuale adempimento da parte del responsabile.

In questo caso l’organo accertatore ammette il contravventore a pagare la sanzione entro il termine perentorio di giorni 30 (una somma pari ad un quarto del massimo dell’ammenda stabilita).

Entro 120 giorni dal termine assegnato per il rispetto delle prescrizioni ambientali e per l’eventuale pagamento, l’organo accertatore comunica al P.M. l’avvenuto adempimento.

Per contro l’ipotetico mancato rispetto delle prescrizioni imposte viene comunicato entro il termine di 90 giorni da termine fissato nella stessa prescrizione.

Se il contravventore adempie fuori termine, siffatta condotta verrà considerata ai fini dell’applicazione della disciplina dell’oblazione.

La sospensione del procedimento penale non preclude però né la richiesta di archiviazione né l’assunzione delle prove con incidente probatorio, neppure il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. in quanto atto urgente d’indagine in via preliminare.

In definitiva possiamo asserire il P.M. chiederà al Gip l’archiviazione in presenza delle 3 condizioni qui appresso meglio evidenziate:

1) adempimento alla diffida prescrizionale dell’organo di vigilanza;

2) ottemperanza nel termine fissato;

3) pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria.

Senza le comunicazioni previste dall’art. 318-quater comma 1 e 2 il P.M. non può in modo alcuno esercitare l’azione penale (condizione di procedibilità dell’azione penale).

Cenni sulla prescrizione degli ecodelitti e sul nuovo articolo 157 c.p. VI comma

La legge n. 68 del 22 maggio 2015, in materia di delitti contro l’ambiente, con l’introduzione dell’art. 157 c.p., comma 6 prevede il raddoppio del termine di prescrizione (in deroga ai criteri ordinari di cui al medesimo articolo) per tutte quelle incriminazioni collocate nell’alveo del nuovo Titolo VI bis del libro II del testo unico ambientale.

In ogni caso, la deroga alla prescrizione ordinaria ex art. 157 c.p. per le incriminazioni succitate, configura un termine di prescrizione d’eccessivo orizzonte temporale, disfunzionale alla ricostruzione di una responsabilità “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Tale nuova prescrizione, data dalla duplicazione sul massimo edittale, è stata anche definita come una vera e propria imprescrittibilità di fatto, dai connotati simbolici ed a tratti demagogici.

Giustappunto, gli umori del legislatore sono stati fortemente condizionati dal “clamore” derivante dalla sentenza Eternit sfociata in buona sostanza con un’assoluzione, con riferimento particolare alla consumazione dell’ecodelitto di disastro innominato.

Infatti, per il delitto di disastro ambientale risulta, ad oggi, il termine prescrizionale è fissato a 30 anni, ulteriormente prorogabili di un quarto a seguito dell’interruzione.

Ma, il delitto di disastro ambientale che, fra i molti reati, è quello che richiede l’accertamento più lungo e differito nel tempo è fornito di una congrua comminatoria edittale (quindici anni) che già di per sé (senza raddoppio) fornirebbe un orizzonte temporale più che sufficiente per l’adempimento completo, esaustivo delle indagini adeguate al fine dell’affermazione della penale responsabilità.

Ciò detto, si evidenziano molte perplessità circa la prescrizione di quei reati non contenuti all’interno del Titolo IV bis ma all’interno del Testo Unico Ambientale che però rappresentano il corpus  dei c.d. “ecoreati”.

Rispetto questi ultimi illeciti, tuttavia c’è un’assenza di indicazioni organiche in tema di prescrizione.

In generale, la legge 5 dicembre 2005, n. 251 ha innalzato il termine minimo di prescrizione delle contravvenzioni a 4 anni, mentre l’art. 157 c.p. lo poneva a due anni per le contravvenzioni punite con la sola ammenda e tre anni per le altre; il nuovo temine comunque risulta ancora troppo esiguo, tant’è vero che si è ravvisato per l’Italia un inadempimento rispetto agli obblighi di protezione dell’ambiente promananti dall’ordinamento europeo (direttiva 2008/99 CE).

Un termine troppo breve che in alcun modo può essere innalzato poiché c’è anche incompatibilità con l’istituto della recidiva.

Il decorso del termine estintivo contravvenzionale, in tali ipotesi, non è nemmeno suscettibile di rallentamenti ratione subiecti stante l’inapplicabilità dell’istituto della recidiva che d’altronde fornisce l’incentivo di serialità ai contravventori seriali.

Giova ricordare infine che alla prescrittibilità del reato contravvenzionale si affianca quella della relativa pena, entro un termine quinquennale (art. 173 c.p.), con il rischio che persino le sanzioni definitive restino tamquam non essent.

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