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Inquinamento luminoso: conseguenze e preoccupazioni

L’inquinamento luminoso e le possibili conseguenze

AmbientaleFebbraio 25, 2019

Nella eterogenea ed articolata galassia delle forme di inquinamento un posto progressivamente sempre più significativo e meritevole di attenzione deve attribuirsi all’inquinamento luminoso.

A livello nozionistico il fenomeno in analisi è costituito da un’intensa, o anche solo anomala, alterazione dell’intensità della luce naturalisticamente presente all’interno di una specifica zona, fenomenologia che interessa prevalentemente e ovviamente le fasi notturne della vita ambientale ed ecosistemica, anche se il fenomeno non risulta essere limitato alle fasi notturne, estendendo i propri effetti e la propria pregiudizievole portata anche in fasi diurne, sia pure con minore intensità e frequenza.

Una particolare definizione del fenomeno de quo è stata normativamente indicata nella propagazione di luce artificiale all’infuori delle aree cui tale energia risulta essere finalisticamente destinata a produrre i propri effetti, determinando conseguenze in zone aliene a quelle prima menzionate, in particolare verso la volta celeste.

Pacifica, in tale contesto, e oramai acclarata da decenni, è la considerazione che la gestione della luce artificialmente prodotta debba tendere a il minor utilizzo possibile di quest’ultima dovendo, al contrario, valorizzare nel modo più intenso possibile la luce naturale. Precipitato logico della prima affermazione, non meramente di principio, è che l’utilizzo della luce artificiale debba limitarsi alle strette ore notturne e in luoghi in cui la luce naturale risulti essere inadeguata e/o insufficiente a garantire una funzionale illuminazione di abitazioni e in genere dei luoghi. In realtà, deve altresì specificarsi come la volta celeste risulti essere in grado, in modo ovviamente differenziato e variabile a seconda della zona presa in considerazione e di altri specifici fattori ambientali, di garantire, a ogni modo, una naturale fonte di illuminazione, certo attenuata ma comunque soddisfacente.

Nel caso di incapacità ovvero di insufficienza della luce naturale a estrinsecare la propria capacità illuminante, deve necessariamente e inevitabilmente soccorrere il sistema artificiale di illuminazione. Anche in tale caso residuale – inteso ab origine posto che in questo momento storico pare tutt’altro che residuale il sistema notturno (e non esclusivamente tale) di illuminazione artificiale – i mezzi adoperati devono rispettare dati criteri, in modo tale da minimizzare l’impatto che essi potrebbero avere sull’equilibrio ambientale e l’ecosistema. In tal senso è stato stabilito come, dal punto di vista cromatico, i sistemi di illuminazione artificiale debbano tendere il più possibile alla similitudine con la luce naturale, in modo tale da ridurne l’alterazione; debba essere limitato al massimo la produzione di calore da parte del sistema medesimo e, ove ciò sia tecnicamente e scientificamente possibile, escluderlo completamente; non debbano essere forieri di lampi di illuminazione intensa, determinando pregiudizi derivanti da una alterazione improvvisa e marcata e, infine, non devono disperdere nell’aria elementi potenzialmente inquinanti o tossici, quali l’anidride carbonica.

La necessità, avvertita in modo inesorabilmente sempre maggiore e connessa allo sviluppo delle metropoli e dei conseguenti sistemi di illuminazione, di gestire la problematica fenomenologia dell’inquinamento luminoso, ha indotto allo sviluppo di mezzi di misurazione di diversi caratteri della luce artificiale, di modo da sottoporre i sistemi di produzione luminosa a verifiche e, se del caso, contenerli entro parametri scientificamente e, dunque, per quanto possibile, oggettivamente fissati e controllabili. I parametri presi in considerazione sono sostanzialmente: l’intensità luminosa, la cui unità di misura è costituito dalla “candela”; il flusso luminoso, particolare caratteristica della luminosità data dal rapporto che intercorre tra la sensazione luminosa avvertita dal destinatario dell’illuminazione e l’intensità che risulta dalla fonte o sorgente da cui la luce misurata promana, parametro misurato in lumen; la luminanza, costituita dal quantitativo di illuminazione che si propaga su di una specifica superficie presa in considerazione, e sottoposta a misurazione con l’unità del nit; l’illuminamento, misurato in lux; infine, l’efficienza luminosa, misurata in lumen/watt.

 

Le conseguenze negative dell’inquinamento luminoso

L’inquinamento luminoso desta particolari preoccupazioni perché, al parti delle altre forme di inquinamento, costituisce fonte di potenziali pregiudizi assai gravi e significativi su di una molteplicità di beni e componenti dell’ambiente. Nel mondo animale e delle specie viventi l’alterazione della luce presente all’interno delle zone in cui tali esseri sono insediati e svolgono le proprie attività determina una serie di gravissime conseguenze, impattando in modo assai negativo su abitudini e istinti vitali atavici. Risulta certamente a conoscenza anche di chi è maggiormente digiuno dei concetti scientifici legati all’inquinamento luminoso, il fenomeno della estrema difficoltà o addirittura, nei casi maggiormente rilevanti, totale e completa perdita di senso dell’orientamento da parte di specie animali che a tale senso affidano significative attività della propria esistenza: a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo, uccelli migratori e tartarughe. Ma la modificazione artificiale della presenza di effetti luminosi all’interno di una data zona ha effetti assai rilevanti altresì su talune specie vegetali, pregiudicate nel proprio ciclo vitale dalla alterazione del fotoperiodo. Le piante, difatti, ma il discorso può estendersi a tutti gli esseri vegetali, adattano le proprie attività fondamentali a livello esistenziale al ritmo quotidiano e periodico dei periodi di luce (indicati col termine di fotofase) e di oscurità (scotofase). Lampante risulta essere il fatto che l’estensione artificiale e dunque innaturale della fotofase, sia pure non di origine biologica, determina una intensa alterazione delle funzioni vegetali, pregiudicandole a causa dell’adeguamento indotto da una viziata rappresentazione della estensione del periodo di luce.

Gli esseri umani non sono, deve puntualizzarsi, immuni dagli effetti pregiudizievoli recati dalle fonti luminose. E’ stato difatti osservato come l’esposizione prolungata o localizzata in particolari ore della giornata o nottata a particolari tipologie di fonti luminose, determini rilevanti effetti negativi sull’organismo umano, rappresentati specialmente dalla alterazione dei cc.dd. ritmi circadiani. Il termine da ultimo menzionato si riferisce chimicamente e scientificamente a tutti quei processi biologici che intervengono all’interno di un organismo vivente collegati in modo viscerale e indissolubile a un periodo di ventiquattro ore. E’ stato infatti osservato, nel 1729, come talune attività poste in essere a livello cellulare siano intrinsecamente legate ai periodi giornalieri di luce e di oscurità, similmente a quanto avviene per le piante, come la produzione di cortisolo, la regolazione della temperatura corporea ed ovviamente il ritmo sonno-veglia. Tali processi, proprio perché influenzati nel modo anzidetto, sono esposti a rilevanti alterazioni a causa della luce artificiale, specialmente quella a LED, in quanto uno dei più importanti fotorecettori funzionale alla regolazione dell’orologio interno umano, in uno studio del 2001 è stato rilevato come sia estremamente sensibile alla luce blu, particolarmente presente negli schermi a LED.

Gli effetti dell’inquinamento luminoso non si limitano ai pregiudizi scientificamente rilevabili in senso di alterazioni chimiche e biologiche. La scomparsa della volta celeste, oscurata dall’eccessiva illuminazione artificiale, ha avuto pesanti ripercussioni di natura sociale, filosofica e culturale. Per popolazioni abituate in modo antropologicamente atavico a regolare la propria esistenza e a fondare le proprie credenze sull’osservazione scrupolosa delle costellazioni e dei fenomeni celesti, l’eccessiva illuminazione e la sopravvenuta impossibilità di scrutare il cielo stellato hanno determinato una crisi di tradizioni secolari, talvolta millenarie.

 

La disciplina del fenomeno inquinante

Nonostante la sua grandezza sia oramai smisurata e in progresso avanzamento, il fenomeno dell’inquinamento luminoso è scarsamente regolamentato, tanto a livello globale, quanto a livello nazionale. Soffermandosi sulla situazione in cui versa l’ordinamento giuridico italiano, si deve sottolineare come diversi progetti di regolamentazione a livello nazionale erano approdati in Parlamento ma tutti hanno avuto la medesima infausta sorte, naufragando nella aule dell’organo legislativo e venendo sine die abbandonati. Le uniche regolamentazioni esistenti all’interno dei confini della Repubblica sono dettate a livello regionale, dove gli ultimi interventi sono stati riscontrati in Friuli-Venezia Giulia ed in Liguria nel 2007. Fondamentale anche la presenza di tre norme tecniche che fanno esplicito o implicito riferimento al fenomeno dell’inquinamento luminoso (UNI10819, UNI10439 e UNI9316). Le leggi regionali, seppur rappresentanti il lodevole tentativo di dare una compiuta disciplina alla materia e quasi tutte dettanti, a tal proposito, specifici criteri tecnici cui attenersi, presentano comunque dei difetti variamente osservabili e dipendenti dalla situazione locale. Si pensi, a tal proposito, alle leggi della Regione Lazio e Campania, tacciate di eccessivo rigore nella fissazione dei limiti e delle prescrizioni e, di conseguenza, di ardua applicazione, anche a causa della differenziazione di criteri applicabili al tipo di impianto, che ne aggrava la complessità. A tale contesto si aggiunge il fatto che ancora cinque Regioni italiane (Sardegna, Sicilia, Calabria, Trentino-Alto Adige e Molise) non si sono dotate di una formale legislazione in materia, aggravando il quadro di controllo e di gestione della fenomenologia analizzata precedentemente.

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