riciclo pneumatici usati

Riciclo pneumatici: pneumatici usati e fuori uso

AmbientaleDicembre 15, 2018

Un indirizzo ormai consolidato della Corte di Cassazione opera una distinzione in riferimento al riciclo pneumatici tra pneumatico fuori uso e pneumatico usato ricostruibile.

Il catalogo europeo dei rifiuti istituito con la Decisione 1994/3/CE e trasposto in sede nazionale nell’originario allegato A al D. Lgs. n. 22/1997 prevedeva alla voce 16.01.03 la dicitura “pneumatici usati”.

La Decisione 2000/532/CE ha ampiamente modificato il catalogo europeo dei rifiuti e alla voce 16.01.03 ha inserito la nuova dicitura “pneumatici fuori uso”. Tale modifica è stata recepita nel nostro ordinamento interno con la L. n. 179/2002 che ha apportato i necessari cambiamenti all’allegato A del D. Lgs. n. 22/1997.

Inoltre, in esecuzione della L. n. 179/2002, e “in particolare, dei commi 1, lettera l), e 2) dell’art. 23, che modificano la descrizione del codice 16 01 03 dell’allegato A al D. Lgs. n. 22/1997”, è stato emanato il D. M. 9 gennaio 2003, il quale sopprime la voce 10 punto 3 “pneumatici ricostruibili” nell’elenco delle categorie di rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero contemplate dal D.M. 5 febbraio 1998, lasciando invece inalterata la voce 10 punto 2, concernente “gli pneumatici non ricostruibili, la camere d’aria non riparabili e altri scarti di gomma”.

A fronte dei cambiamenti occorsi al quadro normativo la Corte di Cassazione, con le sentenze n. 25207 del 26 giugno 2012 e n. 25358 del 27 giugno 2012, ha ritenuto di dover inferirne una duplice classificazione degli pneumatici, distinguendo i pneumatici “fuori uso”, che costituiscono sicuramente un rifiuto, da quelli “usati”, ossia passibili di ricostruzione del battistrada e ancora dotati delle loro proprie caratteristiche strutturali, da considerarsi invece “non rifiuti” e di conseguenza liberamente compravendibili come beni.

Come precisano i giudici di legittimità nella seconda delle due sentenze citate, indipendentemente dalle valutazioni e dagli accertamenti in merito all’astratta riutilizzabilità, ai sensi della nozione di rifiuto di cui all’art. 183 comma 1 lett. a) la natura di rifiuto degli pneumatici usati non può certamente essere esclusa qualora risulti obiettiva la volontà di disfarsene da parte del detentore.

La Corte afferma perciò che la distinzione ai fini della classificazione come rifiuto o come bene degli pneumatici, sulla base dell’astratta suscettibilità di un processo di ricostruzione e pertanto di un riuso economico non opera, ad esempio, nei casi di condotte di abbandono, ma ha indubbia rilevanza ai fini della qualificazione delle attività di ricostruzione e di quelle preliminari quali stoccaggio e trasporto e quindi della identificazione degli obblighi previsti per lo svolgimento delle attività medesime: il trasporto dal gommista al ricostruttore dei pneumatici usati può dunque essere svolto da soggetti non iscritti all’Albo dei gestori ambientali, proprio perché non si tratta di rifiuti; uguale discorso vale per lo stoccaggio e la non applicabilità dei limiti temporali o qualitativi del deposito temporaneo.

La Corte di Cassazione, in merito al riciclo pneumatici, indica un iter procedurale e i soggetti gravati dai relativi oneri per la classificare lo pneumatico usato come ricostruibile e per gestire quelli che risultano invece “fuori uso”: “nelle ipotesi in cui sia manifestamente evidente l’impossibilità di procedere ad una ricostruzione, il gommista detentore (in seguito all’attività di ricambio per sostituzione sul veicolo) ha l’onere (con le relative responsabilità, anche penali) di conferirlo come rifiuto ad un operatore autorizzato […]. In tutti gli altri casi il pneumatico può essere consegnato, quale merce, al ricostruttore ed a questo spetta la valutazione dell’idoneità alla ricostruzione mediante le opportune indagini tecniche, a seguito delle quali egli è tenuto ad avviare gli pneumatici fuori uso a recupero dei materiali, a recupero energetico ovvero a smaltimento” (Cass. Pen., sez. III, 26 giugno 2012, n. 25207).

In dottrina sono stati avanzati molti dubbi in merito all’orientamento della Corte. Si sottolinea infatti che la categoria del pneumatico usato ricostruibile non è contemplata dalle norme in materia di rifiuti e che sussistono notevoli asimmetrie con la disciplina nazionale di settore che regola il sistema della c.d. responsabilità estesa dei produttori e importatori di pneumatici ai sensi dell’art. 228 TUA.

In particolare il D.M. 11 aprile 2011, n. 82, che detta proprio il “Regolamento per la gestione degli pneumatici fuori uso ai sensi dell’art. 228 TUA”, contempla all’art. 1 una serie di esclusioni tra cui però non si fa riferimento alcuno agli pneumatici usati ricostruibili e all’art. 2, nel fornire la definizione di pneumatico fuori uso, esclude da tale categoria non già gli pneumatici ricostruibili, bensì solamente quelli già fatti oggetto di ricostruzione o di successivo riutilizzo.

Dall’altra parte l’art. 228 TUA parla di “finalità di ottimizzare il recupero dei pneumatici fuori uso e di ridurne la formazione anche attraverso la ricostruzione” così affermando che nella fase pre-ricostruzione il rifiuto non si è ancora originato.

Ad ogni modo, nonostante le indicazioni contrastanti che sembrano provenire dalla normativa, la Corte di legittimità ha chiarito, nella recente sentenza sez. III, 31 marzo 2017, n. 16432, che i pneumatici usati sono “oggetto di una disciplina di natura eccezionale e derogatoria rispetto alla disciplina ordinaria dei rifiuti e l’onere della prova circa la sussistenza delle condizioni di legge deve essere assolto da colui che ne invoca l’applicazione”.

In conclusione, agli pneumatici usati ricostruibili si applica un regime di favore più di matrice giurisprudenziale che legislativa.

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