Prime sentenze in materia di inquinamento ambientale

Prime sentenze in materia di inquinamento ambientale Art. 452 bis

AmbientaleGennaio 31, 2020

Cass. Pen., sez. III, 21 settembre 2016, n. 46170; Cass. Pen., sez. III, 31 gennaio 2017, n.15865

Le sentenze in commento sono le prime sentenze della Cassazione riguardo il reato di inquinamento ambientale di cui all’art. 452-bis c.p.
Tali pronunce, ancorché emesse in sede cautelare, forniscono ad ogni modo importanti “coordinate ermeneutiche” per una più sicura applicazione della nuova fattispecie di reato.

– Viene chiarito che il requisito dell’abusività della condotta sussiste, al pari di quanto già risulta pacifico per altre ipotesi di reato ambientale extra codicem, quando la medesima viene posta in essere non solo in assenza di autorizzazione o sulla base di autorizzazione scaduta o palesemente illegittima, ma anche “in violazione di leggi statali o regionali, ancorché non strettamente pertinenti al settore ambientale, ovvero di prescrizioni amministrative”.

– Il requisito dimensionale, secondo cui l’alterazione deve interessare “porzioni estese o significative”, si applica solo al suolo e al sottosuolo e non alle acque e all’aria, data la più accentuata diffusività di queste ultime (in particolare su questo punto sentenza n. 15865/2017 che ritiene rilevante anche un interessamento circoscritto del corpo idrico).

– I concetti di “compromissione” e “deterioramento”, in linea di continuità con l’indirizzo esegetico in tema di danneggiamento idrico ai sensi dell’art. 635 c.p., costituiscono di fatto “un’endiadi utilizzata dal legislatore al fine di coprire ogni possibile forma di “danneggiamento”, strutturale ovvero funzionale, delle acque, dell’aria, del suolo o del sottosuolo” e quindi “la ridotta utilizzazione del corso d’acqua in conformità alla sua destinazione quale conseguenza della condotta è perciò già sufficiente a integrare il “danno” che la minaccia della sanzione penale intende prevenire”.

– Quanto alla natura “significativa” e “misurabile” della compromissione o del deterioramento, oggetto di dubbi e di dibattiti in dottrina, è stato approfondito il rapporto con i parametri imposti dalle diverse discipline del settore, affermando che “il superamento non implica necessariamente una situazione di danno o di pericolo per l’ambiente, potendosi peraltro presentare casi in cui, pur in assenza di limiti imposti normativamente, tale situazione sia di macroscopica evidenza o, comunque, concretamente accertabile”, anche se, come appare intuitivo, “tali parametri rappresentano comunque un utile riferimento nel caso in cui possono fornire, considerando lo scostamento tra gli standard prefissati e la sua ripetitività, un elemento concreto di giudizio circa il fatto che la compromissione o il deterioramento causati siano effettivamente significativi come richiesto dalla legge mentre tale condizione, ovviamente, non può farsi automaticamente derivare dal mero superamento dei limiti”.

Infine la sentenza n. 46170 del 2016 respinge l’impostazione del Tribunale che richiede ai fini dell’integrazione della figura di reato in commento la “tendenziale irrimediabilità”, mentre la sentenza n. 15865 del 2017 aggiunge che il reato ambientale sussiste sia nei casi in cui la reversione del fenomeno dipenda dall’opera dell’uomo sia nei casi in cui sia conseguenza della capacità dell’ambiente di autoemendarsi.

Entrambe le pronunce asseriscono che l’eventuale reversibilità o meno può, invece, assumere rilievo come elemento di distinzione tra il delitto in esame e quello più severamente punito di disastro ambientale di cui all’art. 452-quater c.p.”.

 

Questioni interessanti trattate dalla sentenza n. 15865/2017

Proprio con riferimento al carattere non irreversibile della contaminazione necessaria ai fini dell’ ipotesi di cui all’art. 452-bis c.p. la Cassazione sottolinea che “fin quando tale irreversibilità non si verifica le condotte poste in essere successivamente all’iniziale deterioramento o compromissione non costituiscono “post factum” non punibile”, ossia “è dunque possibile deteriorare e compromettere quel che lo è già, fino a quando la compromissione o il deterioramento diventano irreversibili o comportano una delle conseguenze tipiche previste dal successivo art. 452-quater c.p.; non esistono zone franche intermedie tra i due reati”.

Inoltre la parte ricorrente lamenta che le condotte di scarico, anche se extratabellare, produttive dell’inquinamento non costituiscono reato in quanto si tratta di sostanze non ricomprese nella tabella 5 dell’allegato 5 del TUA e che, pertanto, non essendo neanche integrata la soglia del pericolo astratto, non può esservi in alcun modo danno, secondo una ricostruzione del sistema sanzionatorio penale a tutela dell’ambiente come un sistema c.d. “a tutele crescenti”.

I giudici di legittimità rispondono che tale tesi è “metodologicamente e dogmaticamente errata” dal momento che “restringe, di fatto, la natura “abusiva” della condotta ai soli casi in cui la causa dell’inquinamento costituisca condotta di per sé già penalmente sanzionata” con indebita esclusione di tutti gli altri casi in cui la condotta sia sanzionata a livello amministrativo o anche solo vietata in modo non cogente.

Il delitto di cui all’art. 452-bis non è, infatti, un reato di pericolo astratto in cui l’incriminazione si fonda su una prognosi di pericolosità a carattere generale ed astratto, ma un reato di danno, quindi causalmente orientato.
Dunque “quello che conta, in ultima analisi, è la sussistenza del nesso causale tra tali violazioni (ossia delle norme o delle prescrizioni pertinenti che disciplinano l’attività del caso), che rendono tipica la “causa”, e l’evento di danno”.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (7 votes, average: 4,57 out of 5)
Loading...