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la normativa sulla misurazione e sul campionamento delle acque

Punti di misurazione e di campionamento delle acque

Per analizzare la tematica di crescente importanza relativa alla distinzione tra le differenti categorie oggetto del presente articolo, occorre concentrare la nostra attenzione sulle previsioni elaborate dal testo unico ambientale.

Il D.Lgs. n. 152/2006 ha avuto sostanziale applicazione nell’ambito di controversie innanzi al giudice amministrativo, segnatamente nella fattispecie definita con l’ordinanza n. 652 della V Sezione del Consiglio di Stato in data 21 gennaio 2021.

La società ricorrente, proprietaria di uno stabilimento siderurgico ad Aosta, ha ritenuto come anche “qualora gli scarichi contenessero sostanze pericolose, l’amministrazione non potrebbe individuare punti di campionamento al fine di procedere a sanzioni nei confronti della stessa”.

La stessa ricorrente ha presentato questi come punti di campionamento “a fini fiscali”, ovvero strumentali da parte della P.A. ad esigere un contributo, e suggerisce l’imposizione di punti di prelievo “non fiscali”, ovvero non implicanti per la società il fatto che essa riceva una sanzione qualora solamente in quel dato punto di prelievo si sia superata la soglia.

In un seguente motivo di doglianza la società ricorrente ha dichiarato di aver in precedenza presentato istanza in Regione affinché i punti di prelievo non rilevassero ai fini fiscali.

La spiegazione data dalla Massima Autorità Amministrativa si può riassumere in tre capi indicati ai nn. 10.3, 10.10 e 10.12.

In primo luogo, al 10.3 il C.D.S. stabilisce come “il risultato di una misurazione possa variare, anche in maniera rilevante, a seconda della modalità di misurazione, ed in particolare del punto di prelievo del campione da analizzare allo scopo”.

In parallelo emerge la ragione giustificatrice dell’art. 101 comma 3 del D.Lgs. n. 152/2006, che ritiene come “il campionamento debba essere effettuato a monte della immissione nel recapito in tutti gli impluvi naturali, le acque superficiali interne e marine, le fognature, sul suolo e nel sottosuolo”.

In secondo luogo, al 10.10 il Collegio giudicante analizza l’art. 108 comma 5 del D.lgs. 152/2006, nella misura in cui la suddetta normativa prevede come la misurazione “subito dopo l’uscita dallo stabilimento o dall’impianto di trattamento che serva lo stabilimento medesimo”.

Questo però non esclude che l’AIA, l’autorizzazione integrata ambientale, possa stabilire punti di prelievo aggiuntivi differenti da quello a fini fiscali e non rilevanti a tal fine.

In terzo luogo, al 10.12 la Massima Autorità Amministrativa riconosce come ai sensi dell’Art. 101, comma 4, del D.Lgs. n. 152/2006, in base al quale “l’autorità competente è tenuta ad effettuare tutte le ispezioni necessarie per l’accertamento delle condizioni che danno luogo agli scarichi”.

Stando al parere del CDS, l’autorità competente può prescrivere che essi subiscano un trattamento particolare prima della loro confluenza nello scarico generale” ed assimila il campionamento ad una misurazione, non ad un trattamento, inteso come un processo chimico o fisico a cui le acque reflue sono sottoposte.

Una sentenza di grande importanza all’interno della giurisprudenza europea, si ricordi, è quella della I Sez. della Corte di Giustizia UE, n.723 del 26/06/2019.

Questo caso originava da una domanda giudiziale presentata da un’associazione ambientalista belga contro la Regione Bruxelles-capitale: in questo caso la Domestic Court competente ha rinviato alla Corte di Lussemburgo l’interpretazione della Direttiva N. 50/2008.

La questione riguardava l’esercizio di discrezionalità da parte dei giudici nazionali in merito all’ubicazione dei punti di campionamento, o anche stazioni di misurazione: la Corte riconosce alle Autorità Competenti per i singoli stati un forte esercizio di discrezionalità, a patto che vengano rispettati i parametri numerici della direttiva delineati nella Tabella V Allegato A al documento principale.

Occorre notare come la normativa a carattere comunitario ponga un distinguo tra punti di campionamento e metodi di misurazione di riferimento; i primi, disciplinati all’art. 7 e all’art. 10, presentano quali condiciones sine quae non dal punto di vista normativo, purché vengano ridotti di numero, il fatto che i metodi supplementari permettessero di arrivare ad un livello informativo sufficiente per la valutazione della qualità dell’aria e che il numero di punti di campionamento e la risoluzione spaziale di altre tecniche siano sufficienti per accertare la concentrazione di sostanze inquinante”.

I metodi di misurazione sono rimandati all’Allegato VI, lettere A e C. I giudici nazionali, stando al parere della Corte di Lussemburgo, sono quindi tenuti ad applicare la normativa comunitaria mediante una corretta ubicazione dei punti di campionamento, e verificare se questa scelta non abbia violato il margine di discrezionalità stabilito dalla Direttiva.

L’aspetto più interessante consta nel fatto che a livello comunitario non rileva una vera e propria definizione di punto di misurazione, ma si parla di “stazione di misurazione” come punto di posizionamento per compiere effettivamente il campionamento a carattere ambientale.

Pertanto, ne ricaviamo implicitamente che la misurazione attiene alla collocazione dello strumento idoneo a perseguire la finalità della direttiva, mentre come per punto di campionamento si intende il luogo fisico dove viene attuata la finalità predisposta dalla direttiva vigente consistente nella verifica del rispetto della Normativa UE “anti inquinamento” attualmente in vigore.

In definitiva possiamo dire che la sentenza del Consiglio di Stato ha statuito che eventuali punti di misurazione intermedi possono utilizzati solamente per meglio procedere a controlli tecnici interni all’impianto, tuttavia, tali misurazioni non possono in modo alcuno essere presi come base di riferimento per verificare il superamento dei valori limite previsti dalla legge.

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