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RAEE: la svolta del 15 agosto 2018

I RAEE dopo la svolta del 15 agosto 2018

AmbientaleGennaio 17, 2019

Con l’acronimo RAEE si fa riferimento ai rifiuti provenienti dalle apparecchiature elettriche ed elettroniche, direttamente ricavato da altra espressione, di conio anglosassone, rappresentata da WEEE (waste of electric and electronic equipments), o più brevemente e semplicemente: E-waste.

Come può facilmente evincersi dalla stringata precisazione definitoria appena effettuata i RAEE si identificano sostanzialmente in tutti i beni e apparecchi a funzionalità elettrica ovvero elettronica che non presentano più una utilità, intesa in senso assai lato, per il loro proprietario, con conseguente intento e volontà di quest’ultimo di disfarsene. Tali apparecchiature, pertanto, pongono delicate problematiche di trattamento, una volta che siano state identificate come oramai inservibili, per un’eterogenea molteplicità di ragioni, tra cui la disfunzione e la rottura materiale o l’obsolescenza, caratteristica immanente al loro processo di sfruttamento e al mercato a cui gli stessi apparecchi appartengono e su cui vengono commercializzati.

 

Le criticità legate allo smaltimento dei Raee

La gestione di tali tipologie di rifiuti crea degli incontestabili ed assai delicati problemi di smaltimento e di eventuale recupero.

In particolare, gli stessi presentano delle significative potenzialità negative per l’intero bene ambientale e per la salute umana. Occorre infatti tenere conto che le apparecchiature elettriche ed elettroniche si compongono di una rilevante quantità di sostanze altamente tossiche (si pensi esemplificativamente, ancorché non esaustivamente, al mercurio, al piombo, al rame, etc.) il cui inadeguato o scorretto smaltimento può produrre conseguenze devastanti in termini di inquinamento del suolo, inquinamento dell’aria e inquinamento dell’acqua, con ripercussioni dirette e altrettanto gravi sulla vita e incolumità umana. Pacifico e di non secondaria importanza risulta poi il fatto che le apparecchiature de quibus in genere, sono esse stesse escluse dal novero dei materiali biodegradabili e pertanto di difficile riciclo.

Accanto a tali problematiche condizioni, occorre puntualizzare altresì come le operazioni di recupero, che possono svolgersi sulle apparecchiature in oggetto, siano in realtà considerate estremamente importanti e degne di considerazione, in particolare per la rilevanza che proprio le materie di cui sono composte le apparecchiature rivestono nel sistema economico e commerciale e che, pertanto, sono altamente interessate da operazioni che tendano al loro recupero e successivo reimpiego.

Un quadro dunque ulteriormente complicato dal fatto che gli stessi materiali potenzialmente lesivi e inquinanti risultano essere, al contempo, dotati di un elevato valore intrinseco, e pertanto interessati dal recupero.

 

La distinzione tra Raee domestici e Raee professionali

I RAEE sono notoriamente raggruppati in due categorie: RAEE domestici, provenienti, come si può evincere, dagli ambienti domestici e impiegati per tali utilizzi, e RAEE professionali che, invece, provengono da utilizzi e impieghi industriali, commerciali e simili. La normativa di riferimento, oggi rappresentata dalla Direttiva europea 2012/19/UE, che ha soppiantato le precedenti direttive 2002/96 e 2003/108, individua ulteriori cinque categorie di RAEE, delineandone caratteristiche e modalità di trattamento: R1 (freddo e clima, includendovi elettrodomestici che utilizzano tecnologie di gestione della temperatura, in diminuzione ma anche in aumento); R2 (grandi bianchi, comprendente diversi elettrodomestici con varie funzionalità, come lavastoviglie, lavatrici, fornelli, etc.); R3 (televisori e monitor); R4 (piccoli elettrodomestici ed elettronica destinata al consumo); R5 (sorgenti luminose).

 

Il D.lgs. n. 49/2014 ed il c.d. open scope

In Italia le indicazioni del legislatore europeo sono state recepite, dapprima con il d.lgs. 151/2005 successivamente con il d.lgs. 49/2014, quest’ultimo intervento estremamente importante per il rafforzamento che ha determinato sul ruolo del “Centro di coordinamento”.

Tale organismo  ha il compito di verificare e monitorare il funzionamento e la conformità legislativa dell’intero sistema di gestione e trattamento dei RAEE, grazie altresì alla tenuta di un apposito elenco in cui sono ricompresi tutti i centri e gli impianti che si occupano di tali attività.

Importante è stata anche l’introduzione, sempre ad opera del d.lgs. 49/2014, di misure tese all’incentivazione delle operazioni di recupero e riutilizzo dei materiali in oggetto, obiettivo perfettamente sintonico con le finalità individuate e perseguite in tutto il vecchio continente in materia di trattamento dei rifiuti prodotti e perseguite sulla base delle, più o meno, cogenti spinte del legislatore europeo.

Venendo al novum intervenuto in epoca recentissima, occorre dar conto della pubblicazione delle indicazioni operative concernente l’ambito di applicazione proprio del d.lgs. 49/2014 prima menzionato, che hanno sostanzialmente esteso l’operatività normativa di quest’ultimo, ricomprendendo entro la sua latitudine talune apparecchiature che, prima del 15 agosto 2018, risultavano escluse da quelle considerate dall’intervento legislativo delegato.

L’intervento si deve al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare che ha pubblicato un documento individuante le “Indicazioni operative per la definizione dell’ambito di applicazione “aperto” del Decreto Legislativo n. 49/2014”. L’intervento ministeriale rappresenta una sorta di guida per gli operatori del settore, che dovranno avvalersene per verificare se una data apparecchiatura rientri o meno entro l’ambito di operatività delle disposizioni legislative vigenti e, se del caso, sottoporla alle operazioni enucleate all’interno delle stesse.

Il documento modifica qualitativamente e quantitativamente lo scenario normativo.

A fronte delle dieci categorie originariamente prese in considerazione dall’allegato I della Direttiva europea del 2012 e poi dalla normativa italiana di recepimento e specificamente individuanti determinati apparecchi, è intervenuta una restrizione quantitativa a sei categorie.

Le previgenti categorie erano così suddivise:

  1. Grandi elettrodomestici;
  2. Piccoli elettrodomestici;
  3. Apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni;
  4. Apparecchiature di consumo;
  5. Apparecchiature di illuminazione;
  6. Strumenti elettrici ed elettronici, eccezion fatta per gli utensili industriali fissi di grandi dimensioni;
  7. Giocattoli e apparecchiature per lo sport e per il tempo libero;
  8. Dispositivi medici, eccezion fatta per tutti i prodotti impiantati ed infetti;
  9. Strumenti di monitoraggio e controllo;
  10. Distributori automatici.

Come anticipato, si passa ora ad uno schema composto di sole sei categorie, presenti (peraltro) nell’allegato III della medesima direttiva succitata, includente anche categorie “aperte” relative ad apparecchiature di grandi e piccole dimensioni.

La modifica è rilevante quanto all’estensione dell’operatività della normativa, poiché si passa da una elencazione tassativa e particolarmente specifica, con la conseguenza che un apparecchio che non vi rientrava si poteva legittimamente ritenere escluso, ad una categorizzazione aperta, che fissa esclusivamente dei criteri, sulla cui base apparecchiature e materiali precedentemente esclusi poiché non rientranti puntualmente nell’elenco, sono oggi ricompresi sulla base dell’applicazione dei criteri dettati dal dicastero.

Volendo entrare più a fondo nella modifica apportata al quadro normativo, si deve sottolineare come solo tre delle nuove (quanto ad applicazione, posto che le stesse erano già presenti nella direttiva europea del 2012) sei categorie si fondano ancora sul criterio specifico della tipologia, su cui erano fondate le originarie dieci, mentre le ulteriori tre sono, come detto, di tipo “aperto” (apparecchiature di grandi dimensioni, con almeno una dimensione esterna superiore a 50 cm, apparecchiature di piccole dimensioni, con nessuna dimensione esterna superiore a 50 cm, piccole apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni, con nessuna dimensione esterna superiore a 50 cm).

L’innovatività della modifica si coglie in tutta la sua significatività, posto che, come è agevolmente ricavabile, un prodotto o una apparecchiatura che non apparteneva a una delle dieci categorie ab origine dettate legislativamente, dopo il 15 agosto 2018 ben potrebbe ricomprendersi nell’area di operatività della normativa sulla base di uno dei tre criteri aperti.

Il Ministero ha ridimensionato la portata rivoluzionaria della modifica normativa, sancendo anzitutto come la definizione delle AEE (apparecchiature elettriche ed elettroniche) non verrà in alcun modo alterata, rimanendo quella previgente. Il documento contiene, inoltre, un’illustrazione schematica utile per poter stabilire se un materiale appartenga alla categoria normativa delineata, con conseguente applicazione della stessa. Sempre all’interno del documento, al fine di delineare ancora meglio la portata applicativa della modifica, il dicastero esclude espressamente talune apparecchiature dall’ambito di operatività.

Si può dunque osservare sin da subito come, al di là delle rassicurazioni fornite dal Ministero, la modifica, che contrappone il criterio della atipicità a quello precedentemente fondato sulla tassatività, determinerà delle alterazioni estremamente significative sul trattamento dei RAEE, includendovi materiali prima esclusi e imponendo agli operatori un radicale nuovo adeguamento.

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