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Il reato di scarico delle acque reflue

Il reato di scarico delle acque reflue enucleato dall’art. 137 d.lgs. 152/2006

Attualmente vigente, la fattispecie contravvenzionale di cui all’attuale art. 137 d.lgs. 152/2006 risulta finalisticamente orientata a contrastare e sanzionare una serie di eterogenee condotte concernenti il sistema di scarico delle acque reflue.

La norma infatti individua una serie di condotte concernenti lo sversamento di acque di scarico e le qualifica, al ricorrere dei presupposti normativamente richiesti, come penalmente rilevanti e, pertanto, meritevoli di apposita sanzione penale.

Per poter meglio scendere nell’analisi profonda e ragionata della norma contravvenzionale è imprescindibile, tuttavia, identificare la nozione di acque reflue, al fine di poter perimetrare l’operatività della norma penale, in perfetta aderenza e rispetto, altresì, dei principi costituzionali di determinatezza e precisione.

Pare necessario rendere conto immediatamente di come la fattispecie incrimini esclusivamente condotte che incidano sulla mala gestio di un tipo particolare di acque reflue; ovverosia quelle industriali. Proprio l’operazione definitoria di tale particolare categoria di acque di scarico, all’interno del nostro ordinamento, ha attraversato un procedimento evolutivo estremamente travagliato, vedendo contendersi il campo a contrapposte posizioni ermeneutiche e il costante atteggiamento ondivago del legislatore nazionale. In materia di identificazione nozionistica del concetto di acque reflue industriali, in ordine al primo aspetto, all’interno del nostro Paese si ponevano antiteticamente due fondamentali posizioni interpretative; l’una formale, l’altra, per così dire, sostanziale/qualitativa.

Alla prima posizione ideologica facevano coloro i quali ritenevano come nella categoria delle acque reflue industriali dovessero ricomprendersi tutti i residui idrici provenienti da impianti destinati, attivamente e finalisticamente, allo svolgimento di attività produttive e commerciali, attribuendo pertanto prevalenza al tipo di attività da cui originavano e pervenivano gli scarichi idrici reflui. Contrapposta a tale posizione era quella di coloro i quali ritenevano come una simile interpretazione statico-formale fosse eccessivamente generalizzante e propugnavano, per contro, una visione dinamica e concreta, sviluppando una nozione di acque reflue industriali fondata sulla composizione qualitativa di tali scarichi idrici, indifferentemente dal luogo d’origine.

Il legislatore recepì, nella prima formulazione normativa della fattispecie, risalente alla l. 319/1976, il primo criterio, enucleando la distinzione tra “insediamento produttivo” ed “insediamento civile” al fine di operare la distinzione tra le acque reflue industriali e le acque reflue domestiche e fondando tale distinzione sul luogo di origine delle stesse. In applicazione, però, della normativa, la giurisprudenza, di merito e legittimità, iniziò ad applicare un criterio progressivamente discostante da quello specificamente elaborato dal legislatore nel 1976, andando a valutare la consistenza qualitativa concreta delle acque reflue e, difatti, trasformando il criterio formale legislativamente recepito in un criterio sostanziale/qualitativo di applicazione della norma elaborata. Al fine di far cessare i dubbi ingenerati in sede di applicazione, il legislatore tornò sulla questione con la l. 152/1999, valorizzando, questa volta, il criterio sostanziale/qualitativo adoperato dalla giurisprudenza, recependolo espressamente all’interno della normativa.

L’avallo del criterio giurisprudenziale durò, per vero, molto poco, posto che con il d.lgs. 258/2000 il legislatore delegato interveniva nuovamente sulla questione, sostituendo la enucleazione della norma fondata sul criterio sostanziale, con una nuova ed espressa contrapposizione tra “acque provenienti dagli insediamenti civili”, che davano luogo ad acque reflue domestiche, ed “acque provenienti dagli insediamenti produttivi”, da cui si originavano acque reflue industriali, contrapposizione che rappresenta il proprium del criterio formale di identificazione dell’oggetto della normativa sugli scarichi illeciti.

A livello legislativo, interveniva infine il d.lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale) che tentò di ovviare alle problematiche definitorie con una soluzione di compromesso. Da un lato si diede rilievo alle “acque provenienti dagli insediamenti produttivi” (tipico elemento del criterio formale), dall’altro si valorizzò la differente “composizione qualitativa” di tali acque, contrapponendosi a quella assunta dagli scarichi idrici di origine domestica. Con il d.lgs. 4/2008 però, il legislatore delegato interveniva nuovamente sul problema, recependo definitivamente, all’interno del testo unico ambientale, il criterio formale, basandosi esclusivamente sulla provenienza delle acque reflue da un impianto produttivo ed espungendo “contaminazioni” definitorie sostanzialistiche o qualitative.

Passando finalmente alla analisi specifica della norma contravvenzionale contenuta nell’art. 137 d.lgs. 152/2006, si deve anzitutto osservare come la sua elaborazione fonda la propria natura sul recepimento di una concezione antropocentrica della tutela ambientale, assai diffusa all’interno del nostro ordinamento, specialmente nella elaborazione delle contravvenzioni ambientali.

In tal senso difatti le condotte incriminate, materialmente estrinsecantesi in scarichi di acque reflue non autorizzati o la cui autorizzazione risulta essere stata sospesa ovvero revocata, consentono, nella loro elaborazione legislativa, di identificare compiutamente il bene giuridico tutelato nell’interesse amministrativo al governo ed al controllo della attività di scarico idrico, più che di tutela ambientale idrica vera e propria, non essendo fatta alcuna menzione ad eventuali danni ovvero pericoli per la tutela e salvaguardia delle acque.

Svolgendo una riflessione sul soggetto attivo della contravvenzione deve necessariamente notarsi come al di là della formale dizione “chiunque”, che potrebbe astrattamente condurre ad una considerazione della fattispecie incriminatrice come comune, in realtà la dottrina maggioritaria ritiene come, sia pure non possa parlarsi di norma penale propria, si debba indubbiamente collocare la contravvenzione tra le norme penali a soggettività ristretta. Pur non potendo infatti ritenersi come propria, la norma rende penalmente rilevanti le condotte solo del soggetto che ha un effettivo potere di gestione ed intervento sullo scarico idrico, rendendo assai difficoltoso immaginare un intervento comune a chiunque sullo scarico stesso, ai fini della integrazione della fattispecie incriminatrice.

La giurisprudenza ha avuto altresì modo di contestualizzare la componente soggettiva della contravvenzione, annoverando tra i soggetti attivi della norma non solo il titolare dell’insediamento da cui provengono le acque reflue od il legale rappresentante dello stesso, ma anche il gestore, identificato come la persona, dotata di apposite competenze e capacità tecnico-professionale, in grado di estrinsecare un potere effettivo e rilevante di intervento sullo scarico.

Concentrando l’attenzione sulle condotte sanzionate, si può rilevare come queste possano estrinsecarsi in quattro differenti alternative tra loro, la cui ricorrenza esclusivamente di una di queste risulta in grado di per sé di integrare la norma contravvenzionale. Una distinzione dogmaticamente importante, effettuata dalla dottrina, risulta essere tra due gruppi di condotte: quelle abusivamente originarie, che involgono tutte le condotte di scarico delle acque reflue industriali mai autorizzate da parte della autorità amministrativa competente in tale campo e dunque svolte in assenza ab origine di qualsivoglia autorizzazione, e quelle abusivamente sopravvenute, originariamente svolte in presenza di un atto autorizzativo regolarmente richiesto e rilasciato ma successivamente venuto meno, dunque sospeso o revocato.

Non richiedendo peraltro, la norma contravvenzionale, come già accennato, alcun danno o lesione alla componente ambientale, idrica o di altro genere, ma sanzionando esclusivamente la condotta di scarico di acque reflue industriali sine autorizzazione, la fattispecie si delinea come di pericolo astratto, in cui il legislatore ha già aprioristicamente svolto una valutazione circa la pericolosità per il bene giuridico tutelato delle condotte sanzionate e l’ha ritenuta sussistente intrinsecamente in queste ultime, non richiedendosi all’autorità giudiziaria alcuna valutazione caso per caso.

Il reato è altresì identificabile come permanente in quanto l’antigiuridicità delle condotte enulceate normativamente perdura sino a che non intervenga l’autorizzazione in origine inesistente ovvero cessi lo status di revoca o sospensione della medesima. Tale qualificazione giuridica determina, di conseguenza, rilevanti effetti in materia di consumazione e decorso del dies a quo prescrizionale, fissando entrambi i momenti nella cessazione dello stato di antigiuridicità, elemento stabile e centrale della permanenza del reato.

L’elemento soggettivo richiesto per la formulazione del rimprovero penalistico al soggetto agente risulta essere anche solo limitatamente rappresentato dalla colpa, non ritenendo la maggioritaria posizione ermeneutica sviluppatasi in dottrina che si sia al cospetto di una rara contravvenzione dolosa.

La chiara formulazione della norma, peraltro, risulta essere in grado di ridimensionare, sino quasi ad escluderla, l’operatività dell’errore scusabile ex art. 5 c.p., essendo assai arduo invocare l’errore su di un precetto penale formulato chiaramente e semplicemente e non rinviando a fini integrativi ad alcuna norma extrapenale. Inoltre, sanzionando condotte di scarico di acque reflue provenienti da un settore come quello produttivo, si richiede necessariamente una particolare ed intensa informazione ed aggiornamento degli operatori del settore in ordine alle normative di settore, restringendo ulteriormente la possibilità di una negligenza scusabile.

La norma dunque risulta costruita, più che come finalizzata alla tutela del bene ambientale, come sanzione in grado di cautelare il sistema amministrativo di gestione e controllo delle attività di scarico idrico, valorizzando un interesse antropocentrico in tali specifiche fattispecie.

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