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L’ art. 270-bis d.lgs. 152/2006: regolamentazione delle emissioni odorigene

L’ art. 270-bis d.lgs. 152/2006: regolamentazione delle emissioni odorigene

Da tempo all’interno dell’ordinamento giuridico italiano era fortemente avvertita l’esigenza di una compiuta e specifica disciplina di un particolare tipo di emissioni; quelle per l’appunto odorigene. Pacifico risulta infatti come le esalazioni olfattivamente moleste rappresentano, non esclusivamente all’interno del nostro Paese, una delle forme di emissioni potenzialmente più fastidiose, se non addirittura pregiudizievoli, tra quelle esistenti.

La intensa percepibilità sensoriale delle stesse le rende, anzitutto, al di là di ogni possibile profilo di pericolosità, tra le più moleste, nel senso lato del termine, di possibile esalazione. A ciò deve necessariamente aggiungersi come queste presentano altresì il carattere di agevole e mastodontica diffusività, essendo, la loro espansione, legata alla componente aerea e, dunque, potendo estendersi per un rilevante raggio chilometrico, in base alle correnti aeree.

Pare imprescindibile sottolineare come, all’interno dell’ordinamento giuridico italiano, le emissioni di natura odorigena riuscivano a trovare una forma di regolamentazione esclusivamente con l’utilizzo di fattispecie dal contenuto aperto, difettando una normazione ad hoc del fenomeno. In tal senso, tali forme di esalazioni venivano necessariamente ricondotte nell’area di operatività giuridica di norme non specificamente dettate per la disciplina di tale fattispecie, il più delle volte attraverso una particolare forma estensiva di ermeneusi. Tipiche esemplificazioni di tale situazione è data dalla applicazione che si è fatta, nelle ipotesi di emissioni odorigene, dell’art. 844 c.c., dettato a livello civilistico per le immissioni intollerabili, dell’art. 674 c.p., fattispecie incriminatrice destinata ab origine alla disciplina del getto pericoloso di cose che si è poi, progressivamente, estesa, sino a ricomprendere nel proprio alveo anche le immissioni, ivi comprese quelle odorigene.

Tali disposizioni sono state a lungo utilizzate dalla giurisprudenza, di merito e legittimità, per sopperire alla mancanza di disposizioni puntualmente dettate e ritagliate sul fenomeno delle emissioni olfattivamente percepibili, al fine di riuscire a dare comunque una forma di regolamentazione a tale fenomenologia.

Molte posizioni interpretative, però, lamentavano la comunque sussistente inefficienza di tale sistema risolutivo. Si riteneva, in tal senso, come le norme citate fossero più che altro funzionali e finalizzate alla regolamentazione di situazioni ponendo l’angolo visuale dal lato quantitativo. Il riferimento, difatti, alla intollerabilità e la stessa opera giurisprudenziale di bilanciamento di interessi contrapposti tra loro, posta alla base dell’applicazione della fattispecie incriminatrice summenzionata, richiedevano inevitabilmente una valutazione quantitativa del fenomeno, una misurazione della intensità delle immissioni al fine di vagliarne sopportabilità ed eventuale connessa lesività. Difettava, pertanto, nell’opinione maggiormente diffusa, una regolamentazione che spostasse l’attenzione sul dato qualitativo della fattispecie, disciplinandone gli aspetti essenziali al di là della portata dimensionale delle immissioni.

In contumacia all’intervento legislativo statale sul tema, limitandosi, come anzidetto, l’opera delle autorità giurisdizionali, ad una applicazione estensiva di norme già esistenti al fenomeno, con valutazione quantitativa del medesimo, le emissioni odorigene furono oggetto di interventi locali, specialmente ad opera dei legislatori regionali. Gli organi delle diverse Regioni, difatti, hanno tentato, nel corso degli anni, di dare una regolamentazione al fenomeno, con l’utilizzo di strumenti assai diversi tra loro (linee guida, leggi regionali vere e proprie, deliberazioni assunte dalla giunta, etc.).

Anche tali interventi regionali, però, a cui deve necessariamente aggiungersi il quadro di prescrizioni imposte in sede di rilascio di AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) et similia, stabilivano prevalentemente limiti quantitativi, e rare erano le ipotesi in cui gli organi regionali dettavano una disciplina del fenomeno dal punto di vista della sua entità qualitativo-sostanziale (Deliberazione Giunta provinciale di Trento n. 1087 del 24/06/2016, “Linee guida per la caratterizzazione, l’analisi e la definizione dei criteri tecnici e gestionali per la mitigazione delle emissioni delle attività ad impatto odorigeno”).

In tale quadro, il tanto auspicato intervento del legislatore statale in materia si è definitivamente materializzato. Difatti, con il d.lgs. 183/2017 l’organo esecutivo, su ovvia delega parlamentare, recependo la direttiva europea 2015/2193 finalizzata alla riduzione della immissione in atmosfera di taluni agenti inquinanti originati da impianti di media combustione, ha introdotto all’interno del d.lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale) l’art. 272-bis, dedicato specificamente alla regolamentazione di tale fenomeno. Pare imprescindibile affermare, ad onor del vero, che la portata realmente innovativa dell’intervento difficilmente si intravede.

Nel primo comma della norma, difatti, il legislatore delegato si è infatti limitato a mantenere lo status quo, confermando e consolidando i poteri di limitazione e prevenzione delle emissioni in capo alle Regioni. Unica nota parzialmente innovativa è (forse) data dal riconoscimento del potere regionale di fissare, in considerazione delle caratteristiche dell’impianto da cui promanano le esalazioni e della zona in cui questo è ubicato, limiti più rigorosi e severi. Altra novità, sia pure limitata in senso di novazione normativa limitandosi di fatto, per di più, ad un consolidamento di una prassi legislativa già sviluppatasi, apportata proprio con l’introduzione del nuovo articolo pare essere poi l’individuazione di specifici caratteri ed elementi su cui le Regioni possono intervenire, da individuarsi normativamente in: valori limite di emissione (cc.dd. VLE), prescrizioni impiantistiche e gestionali e criteri localizzativi, con conseguente obbligo di attuazione di piani di contenimento per gli impianti di maggiore capacità e diffusività odorigena, criteri identificativi di particolari ricettori sensibili situati in vicinanza della zona dell’impianto da cui promanano le emissioni, fissazioni di criteri da utilizzare per stabilire portate o concentrazioni massime di emissione odorigena scaturente dall’impianto ed infine, specifiche portate e concentrazioni massime per le emissioni odorigene espresse in unità odorimetriche. Pertanto, sotto tale aspetto, gli interventi regionali, specialmente quelli attuati tramite regolamenti, vengono avallati legislativamente, confermando la sussistenza di tale potere anche per il futuro e codificandone espressamente, consolidandoli, gli aspetti più significativi.

La norma di nuova introduzione pecca di innovatività altresì nel senso di non dettare alcuna prescrizione ai soggetti chiamati a ricoprire posizioni qualificate all’interno degli impianti da cui si sprigionano simili emissioni odorigene, non dedicando alcuna previsione ai gestori.

Si può dunque facilmente osservare come il legislatore delegato, con l’introduzione all’interno del Testo Unico Ambientale del nuovo art. 272-bis, non pare aver apportato reali modificazioni nella realtà giuridica all’interno del nostro ordinamento. La tecnica di elaborazione normativa pare più che altro una fedele scannerizzazione della realtà antecedente all’introduzione della medesima, senza un concreto impatto di natura innovativo giuridico del fenomeno, confermando i poteri originariamente posti in essere dagli organi regionali sul tema de quo e rimanendo inerte sulla regolamentazione di una eventuale responsabilità dei gestori o di chi ha poteri di concreto intervento su impianti ed installazioni promananti emissioni olfattivamente percepibili.

La norma di nuova introduzione sembra avere il pregio (forse esclusivo) di dare maggiore specificità alle altre norme, in specie all’art. 269 tua, in materia di autorizzazione di emissioni in atmosfera, ed all’art. 279 tua, riferito alle sanzioni irrogabili in caso di superamento dei valori limite stabiliti all’interno dell’autorizzazione, estendendo di fatto, l’art. 272-bis tua, la portata punitiva dell’articolo da ultimo menzionato alle ipotesi di superamento dei valori limite fissati all’interno di appositi strumenti adottati dagli organi regionali.

Verosimilmente la maggiore portata innovativa della norma di nuova introduzione parrà concretizzarsi, peraltro indirettamente e mediatamente, nelle applicazioni giurisprudenziali. In tal senso, difatti, come detto in precedenza, la giurisprudenza, specialmente di legittimità, aveva da sempre sopperito alle mancanze legislative nella regolamentazione del fenomeno con una interpretazione estensiva della fattispecie di cui all’art. 674 c.p. in materia, ovviamente, di rilevanza penalistica. L’applicazione di tale norma incriminatrice restava peraltro subordinata a valutazioni lato sensu discrezionali del potere giudiziario, chiamato ad eseguire operazioni di bilanciamento sugli interessi contrapposti, a seguito della rilevazione del carattere di intollerabilità delle emissioni medesime.

Ergo, con il nuovo art. 272-bis la magistratura sarà vincolata nelle proprie valutazioni discrezionali a criteri e livelli obiettivi, espressamente rinvenibili all’interno dei provvedimenti regionali cui la norma fa espresso riferimento, restringendo gli spazi dell’opera creativa ed interpretativa dell’autorità giudiziaria, sperando che il riferimento a criteri precisi ed oggettivi non si trasformi in una opera di applicazione automatica della nuova norma e delle relative sanzioni, mantenendo quella imprescindibile necessità di adeguamento concreto della fattispecie astratta.

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