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testo unico ambientale e confisca

Testo Unico Ambientale, confisca del mezzo e buona fede del terzo

AmbientaleNovembre 13, 2019

La Cassazione interviene in materia di gestione illecita di rifiuti ribadendo un punto molto importante: la buona fede del terzo proprietario del mezzo utilizzato per compiere il reato, al fine di evitare la confisca obbligatoria del mezzo, deve essere dimostrata dal proprietario del mezzo stesso.

La sentenza si inserisce in un filone ormai consolidato: appartengono allo stesso orientamento, per citare alcuni esempi, le sentenze Cass. Pen. sez. III, n. 22026/2010, Cass. Pen. sez. III, n. 46012/2008, e Cass. Pen. sez. III, n. 26259/2008.

Come noto, l’art. 259 c. 2 del Codice dell’Ambiente stabilisce infatti la confisca obbligatoria dei mezzi utilizzati nella commissione del reato: “alla sentenza di condanna o a quella emessa ai sensi dell’art. 444 del codice di procedura penale, per i reati relativi al traffico illecito di cui al comma 1 o al trasporto illecito di cui agli articoli 256 e 258, c. 4, consegue obbligatoriamente la confisca del mezzo di trasporto”.

Una disposizione attraverso la quale il legislatore ha formulato una presunzione di pericolosità tale da non concedere alcuna discrezionalità da parte del giudice chiamato ad esprimersi.

A mitigare questa disposizione interviene l’art. 240 c. 3, il quale stabilisce che la misura della confisca non può colpire mezzi il cui proprietario risulti essere estraneo al reato, da intendersi come persona che non abbia in nessun modo partecipato al reato o ai profitti derivanti dal reato.

Nel caso in esame, la confisca riguardava un Ape Piaggio utilizzato dal marito della ricorrente per il trasporto illecito di rifiuti.

La ricorrente lamentava che la precedente pronuncia avesse erroneamente non considerato la sua buona fede ed estraneità ai fatti, e chiedeva pertanto la restituzione del mezzo.

Inoltre sottolineava che la condotta era stata caratterizzata da assoluta occasionalità.

In primo luogo, la Corte, dopo aver rigettato la motivazione principale dell’impugnazione, consistente nel vizio di carenza di motivazione, sulla base del fatto che “avverso l’ordinanza emessa in sede di riesame di provvedimenti di sequestro (probatorio o preventivo) [il ricorso] può essere proposto solo per violazione di legge, la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente”, precisa i confini della fattispecie ex art. 256 D.Lgs. 156/2006: trattandosi di reato istantaneo, è sufficiente la commissione anche di una sola condotta di quelle previste dall’articolo; l’occasionalità della stessa può desumersi da altri fattori, come ad esempio l’ingente quantità di rifiuti.

In particolare, in riferimento alla attività di trasporto, viene precisato che “vanno considerati, anche alternativamente, altri elementi univocamente sintomatici, quali, ad esempio, la provenienza del rifiuto da una determinata attività imprenditoriale, l’eterogeneità dei rifiuti, la loro quantità, le caratteristiche del rifiuto..”, ribadendo quanto affermato già da altre sentenze in precedenza (Cass. Pen. sez. III, n. 31387/2018, Cass. Pen. sez. III, n. 31396/2018).

Nel caso in particolare la Corte conferma la non occasionalità del fatto adducendo come motivo il fatto che i rifiuti trasportati erano tutti di tipo ferroso.

In seguito, la Suprema Corte passa sostanzialmente all’analisi dei requisiti della buona fede ed alla completa estraneità della ricorrente, ribadendo che la prova di tale circostanza grava sul proprietario del mezzo.

In particolare, la Cassazione afferma che la buona fede o non conoscenza dell’utilizzo del mezzo devono essere dimostrate in modo rigoroso.

Essenzialmente la Suprema Corte insiste sul punto, sottolineando che tale onere non configura un’inversione dell’onere probatorio, che costituirebbe una violazione di uno dei principi cardine della legge penale: tale onere infatti non riguarda l’accertamento della responsabilità penale e conseguentemente deve ritenersi legittimo.

Nel caso specifico, oltre a non aver argomentato la ricorrente in alcun modo la propria buona fede, la Suprema Corte aggiunge che, essendo il mezzo affidato al marito gravato di numerosi procedimenti penali specifici, è decisamente inverosimile che la ricorrente non fosse a conoscenza dell’attività del marito.

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