About Vincenzo Solenne

Giurista e Avvocato, Ragionere ed Economista di impresa, Vincenzo Solenne è co-fondatore di P&S Legal, realtà unica nel comparto mondiale legal advisory, focalizzato su Innovazione e Sviluppo Sostenibile. La sua formazione specialistica ruota intorno alle intersezioni di Diritto ed Economia, Ambiente e Progresso Sociale, Scienza e Nuove Tecnologie. E’ consulente strategico e membro di prestigiose organizzazioni internazionali pubbliche e private, speaker e ricercatore appassionato.

spedizione transfrontaliera rifiuti

Spedizione transfrontaliera dei rifiuti

AmbientaleDicembre 15, 2018

La materia della spedizione transfrontaliera dei rifiuti è disciplinata dall’art. 194 del Dlgs n. 152/2006, che rinvia a regolamenti dell’Unione Europea in materia.

Nel 2012 la legge n. 35 ha modificato la disciplina della norma riguardante le attività delle imprese, specificando che nell’esercizio delle loro funzioni queste devono necessariamente allegare, per ogni spedizione, una dichiarazione dell’autorità competente di destinazione.

Essa dovrà attestare che la legislazione nazionale non preveda una disciplina meno rigorosa di quella dell’Unione.

A livello comunitario il regolamento di riferimento è il n. 1013/2006 che si inserisce nel più complesso quadro giuridico costituito dalla Convenzione di Basilea del 1989 e successive modifiche ed integrazioni.

Uno degli obiettivi che si prefigge la normativa è chiaramente la tutela dell’ambiente, per la quale sono state introdotte procedure e discipline di controllo sia per la spedizione di rifiuti tra gli Stati membri.

Inoltre si occupa anche della regolamentazione delle attività import/export con Paesi non membri dell’Unione (come quelli dell’EFTA, dell’OCSE e coloro che hanno firmato la Convenzione di Basilea).

Il Regolamento 1013/2006 è stato emanato quindi con lo scopo di semplificare, rafforzare e precisare le procedure di controllo delle spedizioni di rifiuti.

In tale contesto per la spedizione di rifiuti nell’Unione è necessaria la trasmissione di una notifica scritta all’autorità competente di spedizione, che entro tre giorni lavorativi la inoltra all’autorità competente di destinazione.

Una volta ricevuta, si prodigherà di rinviare l’originale al notificatore ed una copia alle autorità.

Dopo trenta giorni dalla data di conferma del ricevimento della notifica da parte dell’autorità di destinazione, quest’ultima insieme alle altre autorità competenti sono obbligate a rilasciare l’autorizzazione scritta alla movimentazione di rifiuti, che può avvenire anche tacitamente.

Dopo aver ricevuto l’autorizzazione scritta, il notificatore compila il documento di movimento e ne invia una copia all’autorità di destinazione: da quel momento avrà tre giorni per effettuare la spedizione.

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normativa per inquinamento elettromagnetico

Inquinamento elettromagnetico

AmbientaleDicembre 15, 2018

Nell’ordinamento non è presente una nozione di inquinamento elettromagnetico, tuttavia esso può essere definito come la generazione di campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici artificiali, cioè non attribuibili al naturale fondo terrestre o ad eventi naturali, ad esempio il campo elettrico generato da un fulmine.

Si tratta di una forma di inquinamento che ha assunto rilevanza, anche giuridica, solo in epoca relativamente recente, a fronte dello sviluppo dei sistemi di telecomunicazione e della loro enorme diffusione capillare sul territorio.

Anche in virtù di ciò, sulla base delle conoscenze scientifiche e attualmente disponibili, non è possibile individuare con certezza quali effetti nocivi sull’ambiente e sulla salute umana siano da considerarsi conseguenza dell’emissione e dell’esposizione ad onde elettromagnetiche.

Pertanto la normativa per inquinamento elettromagnetico viene ritenuta un chiaro esempio di legislazione fondata sul principio di precauzione, cui d’altronde la normativa stessa, all’art. 1 della legge quadro n. 36 del 2001, fa espresso riferimento.

Sebbene già dall’inizio degli anni ’90 siano stati introdotti limiti di esposizione per campi elettromagnetici a bassa frequenza con il D.P.C.M. 23 aprile 1992, una normativa in tema di inquinamento elettromagnetico è stata emanata solo con la legge n. 36 del 2001 e con i due decreti attuativi del 2003, l’uno riguardante i campi elettromagnetici a bassa frequenza, causati dagli elettrodotti, e l’altro i campi elettromagnetici ad alta frequenza, causati impianti radio-TV e di telefonia mobile.

Per entrambe le tipologie di campi elettromagnetici vengono previsti ai fini della tutela della salute da effetti acuti limiti di esposizione, i quali non devono essere superati in alcuna condizione di esposizione della popolazione. Come misura cautelare ai fini della protezione da effetti a lungo termine sono invece stabiliti valori di attenzione, che non devono essere superati in buona approssimazione nei luoghi adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore giornaliere; ai fini della progressiva minimizzazione dell’esposizione ai campi elettromagnetici e della massimizzazione e del miglioramento della tutela della salute dai rischi connessi sono poi fissati i c.d. obiettivi di qualità, i quali consistono sia in valori di campo elettromagnetico definiti dallo Stato sia in criteri localizzativi, standard urbanistici, prescrizioni e incentivazioni per l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili indicati dalle leggi regionali.

In caso di superamento dei limiti di esposizione e dei valori di attenzione nell’esercizio o nell’impiego di una sorgente o di un impianto che genera onde elettromagnetiche sono previste sanzioni amministrative pecuniarie da euro 1.032 fino ad euro 309.874 ed è escluso il pagamento in forma ridotta ai sensi dell’art. 16 della legge n. 689 del 1981.

Quando, oltre al superamento dei valori-soglia si concretizza e si dimostra il nesso causale tra le onde elettromagnetiche e la lesione all’integrità psicofisica di una persona la tutela può assumere contorni di rilievo penalistico con riferimento all’art. 674 c.p.

Inoltre, proprio per l’inquinamento elettromagnetico, il privato cittadino sottoposto ad esposizioni superiori ai limiti di legge può avvalersi della tutela civilistica inibitoria statuita per l’appunto dall’art. 844 c.c.

Lo Studio Legale Ambientale P&S ECOavvocati è in grado di gestire ogni fase del contenzioso in materia di inquinamento elettromagnetico, insieme alla consulenza stragiudiziale volta ad analizzare le situazioni di rischio per imprese e privati.

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inquinamento elettromagnetico penale

Inquinamento elettromagnetico tutela penale

AmbientaleDicembre 15, 2018

La tutela inibitoria ai sensi dell’art. 844 c.c. e quella risarcitoria ai sensi dell’art. 2043 c.c. contro l’inquinamento elettromagnetico presuppongono il superamento dei limiti posti dalla disciplina di settore, in virtù del fatto che solo le condotte inosservanti di tali limiti possono dirsi assistite da una presunzione di pericolosità.

La tutela penale, com’è ovvio, prevede condizioni più rigorose, soprattutto in considerazione delle differenze in tema di regola probatoria del nesso di causalità tra condotta dell’agente e offesa del bene o interesse che l’ordinamento intende proteggere: la regola della prova oltre il ragionevole dubbio secondo il criterio dell’elevato grado di credibilità logica prossima alla certezza elaborato dalle Sezioni Unite della Cassazione nella celebre sentenza Franzese (Cass. pen., Sez. Un. 2002, n. 30328) si applica solo in ambito penale e non anche in quello civilistico, nel quale vige invece la regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non” e il nesso di causalità consiste nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento di compromissione.

Poste tali premesse, occorre dunque capire se il superamento dei limiti stabiliti dalla normativa di settore in attuazione della legge quadro n. 36 del 2001 integra il presupposto necessario per l’azionalibilità non solo della tutela civilistica ma anche di quella penale ai sensi della fattispecie di “getto pericoloso di cose” di cui all’art. 674 c.p., cui è stato ricondotto dalla giurisprudenza il fenomeno della creazione, emissione e propagazione di onde elettromagnetiche, non comportando tale esegesi un’estensione analogica in malam partem, poiché è fondata sull’equiparazione ai sensi dell’art. 624 comma 2 tra cosa mobile ed energia elettrica e ogni altra energia che abbia valore economico, valida “agli effetti della legge penale” e quindi non soltanto per le disposizioni penali contro il patrimonio.

Tuttavia il nodo maggiormente problematico nell’orizzonte dell’applicabilità dell’art. 674 ai casi di elettrosmog concerne la prova del requisito di fattispecie dell’idoneità a offendere o molestare delle onde elettromagnetiche.

Una prima pronuncia della Corte di Cassazione, Cass. pen., sez. IV, 22 novembre 2007, n. 33285 , confermava la condanna per il reato di lesioni colpose di un ingegnere dell’ENEL per la progettazione e l’attivazione dell’elettrodotto Forlì-Fano.

La condanna era stata emessa dal giudice di primo grado sulla base dell’affermazione della sussistenza di un nesso causale tra l’inquinamento elettromagnetico da radiazioni prodotto dai campi a bassissima frequenza (ELF) generati dagli elettrodotti e l’insorgere di malesseri fisici, per lo più sindromi cefalgiche, ai danni di due persone residenti nei pressi della linea, con espressi e plurimi riferimenti al principio di precauzione, che tuttavia mancano nella sentenza della Cassazione che pur conferma la correttezza delle pronunce dei giudici di merito.

Un anno più tardi la Cassazione ha affrontato apertamente il tema con la celebre sentenza “Radio Vaticana” (Cass. pen., 13 maggio 2008, n. 36845) e ha dato così origine ad un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato: secondo i giudici di legittimità i limiti di emissione previsti dalla disciplina specifica di attuazione della legge quadro n. 36 del 2001 sono stati previsti ai fini di mera cautela, ovvero di precauzione, e per poter integrare la contravvenzione, in luogo dell’illecito amministrativo di cui all’art. 15 della legge quadro citata, non è sufficiente il mero superamento dei limiti stessi, ma occorre che sia raggiunta la prova concreta di un’ effettiva idoneità delle onde elettromagnetiche a ledere o molestare le persone, in conformità al principio di necessaria offensività del fatto di reato e all’ esigenza di coerenza e razionalità del sistema poiché altrimenti illecito penale ed illecito amministrativo sarebbero in tale ambito totalmente sovrapponibili e coincidenti.

In conclusione il superamento dei limiti della normativa in materia di inquinamento elettromagnetico comporta, oltre alle sanzioni amministrative pecuniarie specificamente previste, la possibilità per il cittadino di avvalersi della tutela civilistica, ma non è sufficiente ai fini della tutela penale.

Ad oggi l’affermazione di effetti negativi sulla salute umana in conseguenza dell’esposizione a campi elettrici e magnetici non è oggetto di certezza scientifica, ma solo di ipotesi, ancorché non di carattere meramente congetturale, e il legislatore pertanto, a fronte di tale contesto di incertezza scientifica fondata su elementi concreti e adeguatamente fondati, in virtù del principio di precauzione, ha fissato i predetti limiti di esposizione.

Tale paradigma probabilistico-ipotetico è in linea con le regole probatorie del nesso causale in ambito civile, ma non con quelle più rigorose vigenti in ambito penale.

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reato omessa bonifica

Il reato di omessa bonifica ex art. 452-terdecies della L. 68/2015

AmbientaleDicembre 15, 2018

La norma in questione contenuta nella legge sui c.d. ecoreati, si è presentata fin dall’inizio problematica, soprattutto per ciò che riguarda il suo campo di applicazione.

L’articolo stabilisce che chiunque sia obbligato o ordinato per legge e non provveda alla bonifica, rischia da uno a quattro anni di reclusione e una multa dai 20.000 agli 80.000 euro.

L’ambito di applicazione della normativa è tuttavia incerto, soprattutto quando tratta della possibilità di irrogare le suddette sanzioni anche per il mancato “ripristino o recupero dello stato dei luoghi”.

Si tratta difatti di una locuzione astratta e generica, all’interno della quale rientrano un numero spropositato di situazioni: ciò va in contrasto con il principio di tassatività e determinatezza della norma penale.

Qual è la risposta quindi: l’articolo si può applicare a qualsiasi fattispecie in cui vi sia un obbligo di recupero o ripristino, oppure viene integrato solo nel caso di mancata adozione di alcuni interventi ambientali previsti dal Testo Unico Ambiente?

La risposta va ricercata nel concetto di bonifica, per cui esiste una definizione giuridica (art. 257 del Testo Unico Ambientale), che fa riferimento alla cd “soglia di rischio”.

Ciò significa che anche la violazione dell’art. 452-terdecies, non potrà essere contestata prima che sia stata accertata la superazione di quella soglia, denominata CSR (soglia rischio dei valori di concentrazione).

La disciplina non trova applicazione nei casi in cui le omissioni riguardino gli adempimenti amministrativi e burocratici a carico dell’inquinatore.

Si tratta infatti, di fattispecie escluse dal tenore letterale della norma, come noto non estensibile analogicamente trattandosi di norma penale.

Va tenuto a mente che le fonti del diritto della norma in esame sono plurime: l’obbligo potrebbe scaturire da una legge, da un ordine del giudice o dell’autorità pubblica.

Esse tuttavia sono connesse tra loro, perché gli ordini del giudice o della pubblica amministrazione potranno essere solo successivi ad un obbligo di legge rimasto inottemperato.

Sarà sufficiente che il magistrato o la P.A. altro non facciano che accertare l’esistenza di tale obbligo e statuire di conseguenza.

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normativa inquinamento acustico art-659

Normativa Inquinamento acustico: elemento soggettivo art. 659 c.p.

AmbientaleDicembre 15, 2018

Il reato contravvenzionale relativo alla normativa per l’inquinamento acustico – art. 659 c.p. – è ascrivibile alla categoria dei reati di pericolo, per i quali è sufficiente spesso già solo la prova della mancata adozione delle dovute cautele per evitare il disturbo.

La normativa sull’inquinamento acustico, in particolare il primo comma, copre la condotta di rumori e abuso di strumenti sonori in grado di disturbare le occupazioni e il riposo delle persone, mentre il secondo comma riguarda proprio quelle attività e mestieri intrinsecamente rumorosi (come il fabbro per esempio).

La Terza Sezione della Cassazione ha avuto modo di ribadirne la disciplina con la sentenza n. 20846 del 2 maggio 2017, dove nel caso di specie un locale noto anche per la musica dal vivo, situato nel centro cittadino, era stato destinatario di una sanzione per inquinamento acustico.

La Suprema Corte ha avuto modo di ribadire come l’elemento soggettivo di chi richiede l’accertamento dell’ARPA non è incidente: questo tipo di reato è infatti accertabile solo con misurazioni a sorpresa dell’Agenzia Regionale in questione, ed il fatto che sia stata convocata dalla Polizia municipale è solo una conferma delle lamentele fatte dai cittadini agli organi competenti.

In base a queste motivazioni, il ricorso è stato rigettato, tenendo conto anche del teste di riferimento, alle cui conclusioni si era giunti tenuto conto di tutti gli elementi ambientali significativi, tra cui altresì la ubicazione in pieno centro cittadino del locale.

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