miscelazione rifiuti pericolosi

Miscelazione di rifiuti e corte costituzionale

La recente sentenza della Corte Costituzionale 12 aprile 2017, n. 75, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 49, L. n. 221/2015 e, di conseguenza, del comma 3-bis dell’art. 187 del Testo Unico ambientale.

L’art. 187 comma 1 prevede per la miscelazione rifiuti che “è vietato miscelare rifiuti pericolosi aventi differenti caratteristiche di pericolosità ovvero rifiuti pericolosi con rifiuti non pericolosi. La miscelazione comprende la diluizione di sostanze pericolose”, mentre al comma 2 stabilisce che “in deroga al comma 1, la miscelazione dei rifiuti pericolosi che non presentino la stessa caratteristica di pericolosità, tra loro o con altri rifiuti, sostanze o materiali, può essere autorizzata” con le procedure di cui agli articoli 208, 209 e 211 a condizione che l’operazione di miscelazione non rechi pericolo per la salute dell’uomo o pregiudizio all’ambiente, non accresca l’impatto negativo della gestione dei rifiuti e sia conforme alle migliori tecniche disponibili.

La L. 28 dicembre 2015, n. 211, ha aggiunto al testo dell’art. 187 il comma 3-bis, con il quale, date le disposizioni di cui ai commi 1 e 2, viene conseguentemente precisato, sempre per quanto concerne la miscelazione rifiuti, che “le miscelazioni non vietate in base al presente articolo non sono sottoposte ad autorizzazione e, anche se effettuate da enti o imprese autorizzati ai sensi degli articoli 208, 209 e 211, non possono essere sottoposte a prescrizioni o limitazioni diverse od ulteriori rispetto a quelle previste per legge”.

Il nuovo comma ha quindi liberalizzato espressamente la miscelazione rifiuti tra rifiuti pericolosi con uguale caratteristica di pericolosità e quelle tra rifiuti non pericolosi e ha sancito l’impossibilità di sottoporre tali operazioni a limitazioni e/o prescrizioni in sede autorizzatoria.

Avverso tale modifica legislativa ha proposto ricorso dinanzi alla Corte Costituzionale la Regione Lombardia, sollevando ben 5 questioni di costituzionalità, delle quali la prima, ossia l’illegittimità per violazione degli articoli 11 e 117, comma 1, della Costituzione, in relazione alla Direttiva 2008/98/CE, è quella che nelle argomentazioni svolte dalla Corte ha ricevuto maggior approfondimento rispetto alle altre, che riguardano invece il riparto di competenze legislative e amministrative tra Stato e Regioni.

I giudici costituzionali, ritenendo che, ai sensi delle definizioni contenute nell’art. 3 della Direttiva 2008/98/CE, la miscelazione di rifiuti rientri nel concetto di trattamento, affermano che la norma impugnata si pone in contrasto con l’art. 23 della Direttiva, secondo cui “gli Stati membri impongono a qualsiasi ente o impresa che intende effettuare il trattamento dei rifiuti di ottenere l’autorizzazione dell’autorità competente”.

Pertanto ogni operazione di miscelazione rifiuti, secondo i dicta della Corte Costituzionale, deve essere svolta previa autorizzazione.

La sentenza ha destato qualche perplessità in dottrina. Tuttavia, se da una parte possono ritenersi marginali le osservazioni in merito alla mancanza del termine “miscelazione” nella traduzione italiana degli allegati I e II della Direttiva ( che alla voce D12 riporta nella versione inglese “ blending or mixing prior to submission to any of operations numbered D1 to D12” e in quella italiana “raggruppamento preliminare”) e quindi anche negli allegati B e C alla Parte IV del Testo Unico, che ne costituiscono la trasposizione a livello nazionale, ed anche i dubbi circa l’opportunità di riferimenti della Corte a norme in tema di gestione di discariche e in tema di AIA, dall’altra la Consulta non valuta adeguatamente che le operazioni di miscelazione sono specificamente considerate dalla normativa comunitaria in discorso all’art. 18 “Divieto di miscelazione dei rifiuti pericolosi”, ove si prescrive che, salva la possibilità di deroga per gli enti e le imprese autorizzati a norma dell’art. 23, “gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che i rifiuti pericolosi non siano miscelati con altre categorie di rifiuti pericolosi o con altri rifiuti, sostanze o materiali “, senza dunque alcun accenno al divieto di miscelazione rifiuti tra rifiuti non pericolosi in assenza di autorizzazione.

In conclusione, nonostante anche il solo combinato disposto dei primi due commi dell’art. 187 sembri affermare che le operazioni di miscelazione tra rifiuti pericolosi con uguale caratteristica di pericolosità e quelle tra rifiuti non pericolosi non siano soggette ad autorizzazione, appare comunque prudenzialmente opportuno conformarsi all’interpretazione dell’art. 187 resa dalla Consulta che -non senza qualche nota paradossale- dispone “in base alla direttiva n. 2008/98/CE esistono miscelazioni vietate (art. 18, paragrafo 1), ma autorizzabili in deroga (art. 18, paragrafo 2), e miscelazioni non vietate (non in deroga), ma comunque soggette ad autorizzazione in quanto rientranti tra le operazioni di trattamento dei rifiuti (art. 23)”.

Occorre infatti ricordare che qualsiasi attività di gestione dei rifiuti in assenza di autorizzazione è condotta penalmente rilevante ai sensi dell’art. 256 del D.lgs. 152/2006.

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Ostensione dei formulari di identificazione rifiuti

Ostensione dei formulari di identificazione rifiuti

La Terza Sezione del TAR per la Sicilia di Catania ha stabilito, con la sentenza n. 715 del 5 aprile 2017, che è sempre ammissibile l’ostensione dei formulari di identificazione dei rifiuti, in quanto rientranti nella nozione di informazione ambientale ex art. 2 Dlgs. 195/2005.

Nel caso di specie, la ricorrente aveva partecipato ad una gara di appalto per il servizio di locazione e pulizia spurgo di bagni mobili ecologici in occasione di una festa patronale, arrivando al secondo posto.

Successivamente aveva presentato istanza di accesso alla documentazione relativa alla procedura selettiva, sulla base dei principi di trasparenza amministrativa ed amministrativa ambientale.

Tuttavia, il Comune ha negato l’accesso ad alcuni atti per ragioni di riservatezza, in quanto l’aggiudicatario del bando aveva richiesto la non divulgazione dei propri dati sensibili.

Il massimo giudice amministrativo, riprendendo anche dei precedenti della medesima sezione (sent. n. 2936 del 14.11.2016), ha stabilito l’ostensione dei formulari di identificazione dei rifiuti perché si tratta di ipotesi speciale (informazione ambientale) , per la quale non solo non è necessario dimostrare un interesse qualificato, ma è altresì ammessa una forma di controllo dell’operato dell’amministrazione.

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riciclo pneumatici usati

Riciclo pneumatici: pneumatici usati e fuori uso

Un indirizzo ormai consolidato della Corte di Cassazione opera una distinzione in riferimento al riciclo pneumatici tra pneumatico fuori uso e pneumatico usato ricostruibile.

Il catalogo europeo dei rifiuti istituito con la Decisione 1994/3/CE e trasposto in sede nazionale nell’originario allegato A al D. Lgs. n. 22/1997 prevedeva alla voce 16.01.03 la dicitura “pneumatici usati”.

La Decisione 2000/532/CE ha ampiamente modificato il catalogo europeo dei rifiuti e alla voce 16.01.03 ha inserito la nuova dicitura “pneumatici fuori uso”. Tale modifica è stata recepita nel nostro ordinamento interno con la L. n. 179/2002 che ha apportato i necessari cambiamenti all’allegato A del D. Lgs. n. 22/1997.

Inoltre, in esecuzione della L. n. 179/2002, e “in particolare, dei commi 1, lettera l), e 2) dell’art. 23, che modificano la descrizione del codice 16 01 03 dell’allegato A al D. Lgs. n. 22/1997”, è stato emanato il D. M. 9 gennaio 2003, il quale sopprime la voce 10 punto 3 “pneumatici ricostruibili” nell’elenco delle categorie di rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero contemplate dal D.M. 5 febbraio 1998, lasciando invece inalterata la voce 10 punto 2, concernente “gli pneumatici non ricostruibili, la camere d’aria non riparabili e altri scarti di gomma”.

A fronte dei cambiamenti occorsi al quadro normativo la Corte di Cassazione, con le sentenze n. 25207 del 26 giugno 2012 e n. 25358 del 27 giugno 2012, ha ritenuto di dover inferirne una duplice classificazione degli pneumatici, distinguendo i pneumatici “fuori uso”, che costituiscono sicuramente un rifiuto, da quelli “usati”, ossia passibili di ricostruzione del battistrada e ancora dotati delle loro proprie caratteristiche strutturali, da considerarsi invece “non rifiuti” e di conseguenza liberamente compravendibili come beni.

Come precisano i giudici di legittimità nella seconda delle due sentenze citate, indipendentemente dalle valutazioni e dagli accertamenti in merito all’astratta riutilizzabilità, ai sensi della nozione di rifiuto di cui all’art. 183 comma 1 lett. a) la natura di rifiuto degli pneumatici usati non può certamente essere esclusa qualora risulti obiettiva la volontà di disfarsene da parte del detentore.

La Corte afferma perciò che la distinzione ai fini della classificazione come rifiuto o come bene degli pneumatici, sulla base dell’astratta suscettibilità di un processo di ricostruzione e pertanto di un riuso economico non opera, ad esempio, nei casi di condotte di abbandono, ma ha indubbia rilevanza ai fini della qualificazione delle attività di ricostruzione e di quelle preliminari quali stoccaggio e trasporto e quindi della identificazione degli obblighi previsti per lo svolgimento delle attività medesime: il trasporto dal gommista al ricostruttore dei pneumatici usati può dunque essere svolto da soggetti non iscritti all’Albo dei gestori ambientali, proprio perché non si tratta di rifiuti; uguale discorso vale per lo stoccaggio e la non applicabilità dei limiti temporali o qualitativi del deposito temporaneo.

La Corte di Cassazione, in merito al riciclo pneumatici, indica un iter procedurale e i soggetti gravati dai relativi oneri per la classificare lo pneumatico usato come ricostruibile e per gestire quelli che risultano invece “fuori uso”: “nelle ipotesi in cui sia manifestamente evidente l’impossibilità di procedere ad una ricostruzione, il gommista detentore (in seguito all’attività di ricambio per sostituzione sul veicolo) ha l’onere (con le relative responsabilità, anche penali) di conferirlo come rifiuto ad un operatore autorizzato […]. In tutti gli altri casi il pneumatico può essere consegnato, quale merce, al ricostruttore ed a questo spetta la valutazione dell’idoneità alla ricostruzione mediante le opportune indagini tecniche, a seguito delle quali egli è tenuto ad avviare gli pneumatici fuori uso a recupero dei materiali, a recupero energetico ovvero a smaltimento” (Cass. Pen., sez. III, 26 giugno 2012, n. 25207).

In dottrina sono stati avanzati molti dubbi in merito all’orientamento della Corte. Si sottolinea infatti che la categoria del pneumatico usato ricostruibile non è contemplata dalle norme in materia di rifiuti e che sussistono notevoli asimmetrie con la disciplina nazionale di settore che regola il sistema della c.d. responsabilità estesa dei produttori e importatori di pneumatici ai sensi dell’art. 228 TUA.

In particolare il D.M. 11 aprile 2011, n. 82, che detta proprio il “Regolamento per la gestione degli pneumatici fuori uso ai sensi dell’art. 228 TUA”, contempla all’art. 1 una serie di esclusioni tra cui però non si fa riferimento alcuno agli pneumatici usati ricostruibili e all’art. 2, nel fornire la definizione di pneumatico fuori uso, esclude da tale categoria non già gli pneumatici ricostruibili, bensì solamente quelli già fatti oggetto di ricostruzione o di successivo riutilizzo.

Dall’altra parte l’art. 228 TUA parla di “finalità di ottimizzare il recupero dei pneumatici fuori uso e di ridurne la formazione anche attraverso la ricostruzione” così affermando che nella fase pre-ricostruzione il rifiuto non si è ancora originato.

Ad ogni modo, nonostante le indicazioni contrastanti che sembrano provenire dalla normativa, la Corte di legittimità ha chiarito, nella recente sentenza sez. III, 31 marzo 2017, n. 16432, che i pneumatici usati sono “oggetto di una disciplina di natura eccezionale e derogatoria rispetto alla disciplina ordinaria dei rifiuti e l’onere della prova circa la sussistenza delle condizioni di legge deve essere assolto da colui che ne invoca l’applicazione”.

In conclusione, agli pneumatici usati ricostruibili si applica un regime di favore più di matrice giurisprudenziale che legislativa.

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Bonifiche ripristino e misure di prevenzione

Bonifiche e misure di prevenzione

La Prima Sezione del Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia si è pronunciata con la sentenza n. 364 del 13 marzo 2017 in materia di rifiuti e misure preventive: in particolare si è discusso della natura della responsabilità del proprietario di un fondo oggetto di abbandono indiscriminato di rifiuti da parte di ignoti.

A tal proposito, la giurisprudenza amministrativa ha elaborato questo principio: non si può configurare una responsabilità oggettiva a carico di chi abbia a qualsiasi titolo la disponibilità dell’area interessata.

Questo significa innanzitutto che interventi di riparazione, messa in sicurezza, bonifica e ripristino gravano esclusivamente sul responsabile della contaminazione.

Costui dovrà intervenire in un unico caso, ovvero ci si trova in un contesto d’emergenza, dove è necessario agire per inibire o limitare le conseguenze dannose provocate dall’abbandono dei rifiuti.

Questo perché le operazioni devono essere realizzate senza il minimo ritardo e a prescindere dall’accertamento su ruoli e responsabilità.

Per le attività successive invece, il proprietario incolpevole potrà essere solo eventualmente rispondere di responsabilità patrimoniale.

Potrebbe essere, infatti, tenuto al rimborso delle spese relative agli interventi effettuati nel limite del valore venale di mercato del sito, secondo quanto disposto dall’art. 253 del Codice dell’ambiente (riprendendo la sentenza n. 4100 del 5.10.2016, Cons. Stato Sez. V).

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costi ambientali nell'industria Europea

Costi ambientali industria Europea

Nel novembre del 2015, la Commissione Europea ha presentato un report sulle spese dovute alla legislazione ambientale sostenute dalle industrie europee, che fanno riferimento ad un intervallo di tempo di 18 anni, dal 1995 al 2012.

Sono stati considerati i diversi settori ambientali, il tipo di investimento e i costi correnti, che insieme al valore aggiunto e al valore di produzione permettono un’analisi completa delle tendenze circa le spese ambientali.

I dati vengono raccolti da uffici statistici nazionali e chiaramente le modalità di indagine incidono sulla qualità degli stessi. Più dettagliati i questionari sono e più affidabili saranno i dati; al contrario, più sono le richieste e più ampia sarà la probabilità che le aziende presentino informazioni incomplete o incorrette.

Il report della Commissione prende in considerazione:

  • 6 settori industriali (minerario, manifatturiero, prodotti raffinati, metallurgico, chimico ed energetico)
  • 28 membri dell’Unione,
  • 4 ambiti ambientali (aria, acqua, rifiuti e altro)
  • dati finanziari ed economici.

Le spese ambientali hanno un costo per l’industria europea che si aggira tra i 35 e i 45 miliardi di € all’anno, senza considerare l’inflazione con la quale si raggiungono anche i 60 miliardi di €. L’inflazione permette di notare anche come i costi stiano decrescendo negli ultimi anni. I settori più colpiti sono senz’altro quelli energetico, chimico e dei prodotti raffinati.

Gli investimenti “green” possono arrivare fino al 17% degli investimenti totali nel settore dei prodotti raffinati, mentre negli altri settori il picco massimo si attesta sul 7%.

Risulta opportuno notare come precedentemente gli investimenti preferiti fossero quelli “a valle”, ma il progresso tecnologico, unitamente alla decisione di focalizzarsi su soluzioni “integrative” dei processi produttivi e di prevenzione dell’inquinamento, siano diventate al giorno d’oggi le più comuni.

Approfondendo lo studio sulle differenze tra gli Stati dell’Unione, si nota come gli investimenti ambientali dei membri originari siano al di sotto della media, e al contrario quelli delle recenti aggiunte siano al di sopra.

La forbice di valori permane anche se si prendono in considerazione le spese operative, ma il divario è meno netto (Germania e Paesi Bassi hanno le spese relative più alte, mentre Portogallo e Lettonia quelle più basse).

SETTORE MINERARIO ED ESTRAZIONI

Questo settore costituisce il 4% del valore aggiunto totale delle industrie studiate. Dal 2000, il valore aggiunto medio generato da questo settore è di 90 miliardi di € all’anno e 5 stati membri (Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Germani e Polonia) sono responsabili per più del 75% della produzione dell’Unione. L’Italia in particolare, insieme a Regno Unito e Paesi Bassi, è responsabile di 2/3 del valore totale di produzione per ciò che riguarda l’estrazione del petrolio e del gas naturale.

Gli investimenti assoluti hanno avuto un’impennata dal 2005 in avanti, con una particolare attenzione agli ambiti ambientali dell’acqua, dell’aria e di ciò che viene considerato come “altro” (per esempio suolo e rumore). Allo stesso tempo si nota una fluttuazione dei costi ambientali del settore minerario che però è principalmente causato dalla fluttuazione degli investimenti relativi: esiste un rapporto diretto tra i due, quindi gli anni con grandi spese ambientali avranno anche degli investimenti importanti nello stesso ambito.

Le differenze tra gli Stati membri sono importanti per ciò che riguarda le spese ambientali nel settore minerario: vanno da 1€ per 100€ di valore aggiunto nel Regno Unite, a 4€ in Germania e fino a 8€ in Italia.

Le cause sono diverse:

  • la presenza di adeguate strutture
  • la diversa applicazione delle leggi e regolamentazioni in materia ambientale
  • le circostanze ambientali geografiche
  • l’efficienza e il profitto generato nel settore rapportato alle spese e alle uscite.

SETTORE MANIFATTURIERO

Il valore aggiunto annuo generato da tutte le industrie manifatturiere nell’Unione Europea è più di 1.500 miliardi di €. L’Italia in particolare, è il secondo stato europeo per valore di produzione in questo settore.

Gli investimenti ambientali delle industrie manifatturiere vanno dai 6 ai 8,5 miliardi di € all’anno. Tra il 2009 e il 2012 le cifre si sono mantenute su poco meno di 6 miliardi di € all’anno: è possibile notare quindi un trend decrescente negli ultimi anni. Gli ambiti su cui si opera di più rimangono quello idrico e dei rifiuti.

Per ciò che riguarda le spese, esse sono decisamente basse rispetto al valore aggiunto: in media si parla di 1,8€ su 100€.

Le spese meno consistenti si registrano in Grecia (0,50€ per 100€), mentre quelle più elevate le troviamo in Bulgaria (3,80€).

Anche qui si nota la differenza di investimenti e costi ambientali tra “nuovi” e “vecchi” Stati membri dell’Unione, con i primi che registrano i picchi più alti rispetto ai secondi.

PRODOTTI PETROLIFERI RAFFINATI

L’Italia è il secondo Paese in Europa per numero di raffinerie sul territorio nazionale ed è sempre il secondo Stato membro per capacità di raffinazione. Insieme a Germania, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Spagna, rappresenta più del 75% del settore nell’Unione Europea.

Il 2008 è stato l’anno con la più alta concentrazione di spese di investimento in materia ambientale che l’Unione avesse mai osservato, con un totale di 1,1 miliardi di €. Tuttavia, nel periodo successivo, le spese assolute si sono dimezzate. L’analisi della Commissione mostra come gli investimenti ambientali costituiscano tra l’8% e il 16% degli investimenti totali nel settore dei prodotti petroliferi raffinati.

Gli investimenti annuali medi negli Stati membri storici sono perlopiù i medesimi e sono ascrivibili ad un range che va da 1€ a 1.60€ per tonnellata di petrolio greggio raffinato: si tratta di un’unità di misura utilizzata dalla IEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia. Nei membri più recenti, come Repubblica Ceca, Polonia ed Ungheria, gli investimenti annuali medi raggiungono invece tra i 2€ ed i 5€ per tonnellata di petrolio greggio raffinato.

Una possibile spiegazione per questa differenza è che nei Paesi che solo negli ultimi anni sono entrati a far parte dell’Unione, le raffinerie hanno avuto meno tempo per adattarsi agli standard europei rispetto agli Stati storici. Un altro fattore potrebbe essere che le raffinerie di questi stati sono relativamente più piccole se rapportate a quelle che si possono trovare per esempio in Germania e nel Regno Unito.

SETTORE CHIMICO

Nel 2012 il settore chimico ha generato un valore aggiunto totale di 270 miliardi di € nell’Unione Europea. Il picco di spesa di investimento ambientale in questo settore è stato registrato nel 2000 con più di 1.8 miliardi di €. I più importanti riguardano l’ambito delle emissioni aree, seguito dalle acque, dal suolo e dal rumore. Per ciò che riguarda gli investimenti assoluti non è riscontrabile un trend particolare, se nonché si sono sempre mantenuti abbastanza costanti negli anni.

Per ciò che riguarda invece i costi ambientali si può notare una discesa irregolare degli stessi su tutto il periodo, ma in particolare a partire dall’anno 2000 (si è passati da 0,80€ a 0,60€ su 100€ di valore aggiunto).

Dei 6 più grandi Stati membri, solo in Germania troviamo un settore chimico con costi ambientali al di sopra della media, mentre è in Francia che troviamo costi inferiori.

Per le spese di investimento invece è notabile fin da subito uno sviluppo molto irregolare: ad anni o periodi con alti livelli di investimento ambientali succedono anni con investimenti molto meno accentuati.

Nonostante la media europea mostri un andamento perlopiù decrescente, questo non è ovvio per tutti gli stati, in particolare per i membri più recenti, dove gli investimenti specifici risultano la maggior parte delle volte più elevati rispetto alla media europea.

SETTORE METALLURGICO

In media, il 60% dell’industria metallurgica europea è ricondotta alla produzione di ferro ed acciaio, il 30% di metalli non ferrosi (alluminio, rame, ecc.) ed il 10% di leghe. Il valore aggiunto totale generato da questo settore nell’Unione Europea è in media di 62 miliardi di € all’anno (nel 2012 è stato di 57,5 miliardi).

L’anno con il più elevato volume di investimenti è stato il 2008, quando si è raggiunto un totale di più di un 1 miliardo di €. Curiosamente, lo stesso picco era stato ottenuto una decade prima, nel 1998. Negli altri anni l’andamento annuale è sempre stato tra i 600 e gli 800 milioni di €. Gli investimenti più sostanziosi sono per l’ambito “aria”, seguito da acque, suolo e rumore. Non sono riscontrabili andamenti visibili per ciò che riguarda gli investimenti assoluti, sennonché il settore è relativamente stabile con picchi “una tantum”.

I costi specifici calcolati per tonnellata di acciaio grezzo sono per definizione una sovrastima dei costi reali. Il motivo è che i costi ambientali del settore metallurgico non includono solo quelli delle industrie produttrici o lavoratrici dell’acciaio. Fino al 2001 i costi sono relativamente alti: fino a 8€ per 100€ di valore aggiunto. Successivamente si nota una discesa dei costi abbastanza costante: 3,5-6€ per 100€.

La media di spesa ambientale per gli Stati dell’Unione è di 5,50€ per 100€ di valore aggiunto, di cui 1.30€ di investimenti e 4,20€ di costi operativi. Il Paese con i costi più bassi è il Belgio con 1,60€ per 100€, mentre quello con i più alti è la Bulgaria, che raggiunge i 15,50€ per 100€.

SETTORE ENERGETICO

All’anno nell’UE, si producono circa 3 miliardi di MWh di elettricità in media, che genera mediamente 168 miliardi di € di valore aggiunto, raggiungendo nel 2012 ben 232 miliardi. Il 25% di tutte le spese ambientali dei settori studiati proviene dal settore energetico.

Fino al 2005 gli investimenti hanno visto una lenta decrescita con solo alcuni picchi sporadici. A partire dal 2006 invece, gli investimenti sono saliti di molto, raggiungendo quasi 5 miliardi di € nel 2009, e mantenendosi sui 3,5 miliardi negli anni successivi. Occorre far notare come gli investimenti ambientali costituiscono fino al 7% degli investimenti totali del settore energetico europeo.

Per ciò che riguarda i costi specifici, la cifra si mantiene sui 4-6€ per 100€ di valore aggiunto (solo nel biennio 2011-12 si è arrivati a 3€).

Fino al 2005 inoltre, la maggior parte dei costi ambientali specifici del settore sono stati quelli operativi. Dopo quell’anno il rapporto tra costi operativi ed investimenti è rimasto perlopiù bilanciato. Per molti questo potrebbe indicare un cambiamento nel tipo di investimento ambientale nel settore energetico: dal “fossile” al “rinnovabile” (di cui l’Italia è uno dei Paesi con il più alto tasso nel continente).

I livelli più alti di costi operativi specifici ambientali in Europa si osservano per i settori ambientali di Germania, Slovacchia, Italia, Romania e Slovenia, dove si raggiungono anche più di 5€ per 100€ di valore aggiunto.

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