inquinamento pesca

Pesca e inquinamento ambientale

La Corte di Cassazione, sempre in fase cautelare, con la sentenza 15 marzo 2017, n. 18934, ha fornito ancora utili indicazioni in merito alla fattispecie di inquinamento ambientale di cui all’art. 452-bis c.p.

La vicenda storica da cui origina la pronuncia della Corte riguarda l’attività di pesca di tonnellate di esemplari di oloturie (comunemente detti “cetrioli di mare”) nel Mar Ionio e della loro commercializzazione all’estero, in particolare in Oriente, dove sono utilizzate come ingredienti di piatti tipici.

I ricorrenti sottolineano l’inesistenza di uno specifico divieto di pesca delle oloturie e quindi l’assenza del requisito di abusività della condotta ai fini della sussistenza del delitto contestato.

Inoltre rilevano che, come documentato anche nella relazione del C.N.R. – Istituto per l’Ambiente Marino Costiero di Taranto, non vi è letteratura scientifica sulle conseguenze della pesca delle oloturie ed è perciò impossibile quantificare il danno all’ecosistema marino e stimare in termini misurabili il grado di compromissione ambientale e di alterazione dell’equilibrio ecologico.

In merito alla valutazione di abusività della condotta, la sentenza in commento precisa che, sulla base delle considerazioni espresse dalla costante giurisprudenza richiamata, “rientra tra le condotte “abusive” richieste per la configurabilità di alcuni delitti contro l’ambiente l’esercizio di attività di pesca che, seppure non vietata, viene effettuata con mezzi vietati e da soggetti privi dei necessari titoli abilitativi”.

Riguardo l’altro motivo di ricorso, la Corte premette che la competenza del giudice del riesame è verificare la sussistenza del fumus commissi delicti e non decidere anticipatamente sulla questione di merito della prova oltre ogni ragionevole dubbio della sussistenza del fatto di reato e della responsabilità della persona sottoposta a indagini in ordina a tale reato. Pertanto evidenzia che la relazione, pur dando atto dell’assenza di studi specifici volti a quantificare il danno ambientale causato dalla pesca incontrollata di oloturie, descrive il ruolo svolto da tale specie nell’ecosistema quali veri e propri “biorimediatori naturali” del contesto ambientale in cui è inserita e conclude per la concreta possibilità che tale attività possa comportare una grave compromissione della funzionalità dell’ecosistema marino.

In considerazione di ciò, e della quantità del pescato e quindi della dimensione del fenomeno (353.278 kg di prodotto lavorato, pari ad oltre 2.000.000 di esemplari di oloturie vive), nonché del significativo trasferimento dei pescatori tarantini negli ultimi mesi dalle abituali zone di pesca alle zone di confine con la provincia di Lecce, dato da ritenersi indicativo di un concreto depauperamento dei fondali marini, i giudici di legittimità affermano che la condotta presa in esame nel caso di specie è stata giustamente ritenuta produttiva, quanto meno, di una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili (lasciando aperta l’ipotesi di qualificazione del fatto ai sensi del più grave delitto di disastro ambientale ex art. 452-quater c.p.).

Sembra dunque che, a seguito delle prime pronunce della Cassazione, debbano forse essere ridimensionati i timori di una scarsa implementazione a livello pratico delle fattispecie di inquinamento e disastro ambientale a causa della loro indeteminatezza.

Tuttavia occorre aspettare le prime sentenze di merito per valutare correttamente l’opportunità di tali perplessità e anche, anzi soprattutto, di quelle riferite alla probatio diabolica del nesso di causa tra condotta ed evento di danno.

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parchi nazionali e silenzio assenso

Parchi nazionali e silenzio assenso

Di fronte al TAR della Campania di Salerno, è stata ribadita la permanenza nell’ordinamento della disciplina del silenzio-assenso prevista dall’art. 13, comma 1, della L. n.394/1991.

Suddetta norma dispone che, per la realizzazione di interventi nei parchi nazionali è richiesto un nulla osta dell’Ente gestore del parco prima del rilascio dei provvedimenti autorizzatori.

In particolare, il primo comma stabilisce che l’Ente ha sessanta giorni per pronunciarsi, decorsi i quali si forma il silenzio-assenso.

In materia, già nel 2016 il Consiglio di Stato aveva avuto modo di confermare come operante tale normativa (Cons. Stato, sez III n.362 17 febbraio 2016).

Il dubbio era sorto per alcune innovazioni introdotte nel 2005 dal D.L. n. 35 (in particolare all’art. 20 L. 241/1990): l’art. 3 dello stesso, aveva stabilito la portata generale dell’istituto del silenzio-assenso nei procedimenti su istanza di parte.

Tuttavia, al di fuori della disciplina venivano posti gli atti e procedimenti riguardanti, tra gli altri, il patrimonio paesaggistico e l’ambiente.

Il massimo giudice amministrativo aveva dunque rilevato che una disposizione legislativa diretta ad estendere la portata dell’istituto di silenzio assenso, non può aver avuto l’effetto contrario di abrogare precedenti previsioni del medesimo istituto.

Per questo motivo, le modifiche apportate dal D.L. n.35/2005 non hanno comportato l’abrogazione di previsioni precedenti di silenzio-assenso.

Si è ritenuto, pertanto, con la sentenza n. 588 del 23 marzo 2017 della Sez. II del sopraddetto TAR, che il silenzio-assenso previsto dall’art. 13, comma 1, L. 394/1991 non sia stato abrogato implicitamente dal D.L. 35/05.

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