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AI e intenzionalità

Ontologia dell’intenzionalità non umana

Ontologia dell’intenzionalità non-umana: prospettive di applicazione della Legge alle coscienze artificiali

Nel momento in cui ci si trovi a doversi relazionare con un’entità cui sia difficile attribuire un’identità, in quanto non-umana come può esserlo un animale od un agente elettronico, si tende a personificarla, cioè a raffigurarla con caratteristiche umane per consentirle di muoversi come attore nella nostra realtà, e quindi secondo i meccanismi che caratterizzano la stessa.

La tendenza alla personificazione di agenti non-umani è presente fin dagli albori dell’umanità, a partire dalle usanze religiose fino alle necessità e ritualità giuridiche.

Nella nostra epoca il numero degli attori legali si è invece notevolmente abbassato, per il mutamento di prospettive apportato dalle rivoluzioni scientifico-filosofiche che hanno avuto, quale esito, il riconoscimento degli umani e delle persone giuridiche quali unici attori all’interno dell’ordinamento.

Qualsiasi applicazione di tale istituto che escluda i due soggetti principali viene ridimensionata e definita come “analogia” o “finzione legale” e ricondotta, più o meno forzosamente, all’interazione tra gli unici due attori riconosciuti.

Lo scenario però è in costante sviluppo, anche grazie al processo di innovazione garantito dalla tecnologia informatica che pone costanti quesiti riguardanti la personalità giuridica degli enti elettronici, visti i risultati raggiunti nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica.

Si pone quindi la questione di come riconoscere degli attori alternativi agli esseri umani, e, adottando l’analisi di Gunther Teubner, si possono delineare dei concetti ricognitivi seguendo le posizioni di Niklas Luhmann e di Bruno Latour. Secondo il primo, un attore collettivo è un “insieme di messaggi”, ed esiste in quanto tale grazie a strutture decisionali in grado di essere effettive sul sistema sociale, a condizione che una “catena di comunicazioni” si esprima riguardo a sé stessa, e che a questa siano attribuiti gli “eventi comunicativi”, venendo riconosciuti questi ultimi come azioni.

Rispettando queste condizioni, sarà impossibile ridurre un’azione collettiva ad una mera azione individuale, come vorrebbe invece l’ortodossia dell’individualismo metodologico, cui è imputata la ristrettezza odierna del novero degli attori legali.

In questo modo, secondo Luhmann, a certe condizioni il sistema sociale genera, nel momento in cui si relaziona con l’entità cui si deve attribuire personalità giuridica, un attore, riconoscendolo come tale.

Ed è lo stesso contesto sociale ad attribuire la soggettività dei suoi stessi artefatti, riconoscendone l’identità, le responsabilità, le capacità di agire e comunicare, ed infine i diritti ed i doveri.

Il riconoscimento sociale genera gli agenti, individuali o collettivi che siano: “[…] la realtà sociale deriva dalla descrizione auto-vincolante di un sistema sociale organizzato come un collegamento circolare di identità ed attribuzione di azioni”. Allo stesso modo infatti avviene il riconoscimento degli Stati come attori collettivi: non in virtù di particolari caratteristiche o capacità detenute, ma grazie al riconoscimento delle altre Nazioni ed agli equilibri geopolitici, oltre, appunto, alla capacità di esprimere il risultato della propria comunicazione collettiva. La posizione di Luhmann prevede quindi che si accetti l’attribuzione di personalità giuridica da parte della legge, a certe condizioni, anche a semplici flussi di comunicazione.

Bisogna però tener presente che la personificazione legale di un ente, cioè il riconoscergli attitudine a divenire centro di interessi, con la conseguente capacità di intervenire ed incidere sull’insieme di situazioni giuridiche che si muove nella nostra realtà, è un evento estremamente rilevante, specialmente a livello sociale ed economico.

Si stabiliscono infatti delle vere e proprie aspettative sociali riguardo le persone giuridiche cui si dà vita, garantendo loro diritti ed imponendo ugualmente doveri. Ed emerge quindi l’importanza dell’approccio innovativo di Latour, che a questo proposito ritiene necessario estendere la personificazione alle entità non-umane.

Teubner riconosce che vi siano cambiamenti economici e sociali in atto che porterebbero ad avallare un tale proposito, rintracciandoli già nei contratti che ora gli umani sono chiamati a concludere con non-umani, quali complessi programmi per la contrattazione automatica, o network di computer che operano autonomamente in internet.

L’elaborazione di dottrina e giurisprudenza ha portato a creare, per tali operazioni, l’istituto della “contrattazione de-facto” che riduce i requisiti richiesti per poter agire e configurarsi come controparte al semplice ingresso nello scambio di interessi che dà vita al contratto.

Un’altra via che è stata seguita per sostenere la posizione sopra descritta è mutuata dall’istituto dell’ingiustificato arricchimento che si applicherebbe a chi, dopo aver usufruito della prestazione fornita dall’ente non-umano, non provvedesse a pagare il giusto corrispettivo, avanzando la pretesa di invalidità del contratto perché stipulato con un non-umano.

Oppure, utilizzando l’istituto della proprietà, si può attribuire rilevanza alle azioni di un non-umano, come una macchina, facendole discendere dalla personalità giuridica del suo proprietario, che ne legittimerebbe le azioni come reale centro di imputazione di diritti e doveri.

Infine, si può far conto sul sempre efficace brocardo “protestatio contra factum nihil relevat”: la personificazione pare così essere il risultato dell’applicazione di una semplice eccezione di buona fede.

In questo contesto teorico è utile richiamare nuovamente Latour, introducendo il concetto di “actant”, cioè un qualcosa che non possa rappresentarsi da sé ma che abbia bisogno di essere rappresentato, eliminando con questo ogni tratto ed esigenza di antropomorfizzazione dell’agente e lasciando solamente il requisito della doppia contingenza, ovvero della costituzione di un ente come unità o elemento base di un sistema per il tramite della comunicazione, che diviene unità di base dell’autopoiesi sociale.

Un tale evento è una vera e propria anomalia della realtà sociale e naturale conosciuta, come può essere il giocare a scacchi contro Deep Blue o, appunto, il contrattare con delle macchine, senza intervento o supervisione umana, trattandosi di interazioni tra “actants”.

Sembra però più coerente restringere il campo dei suddetti “actants” a quelli in grado di operare in modalità che rivelino una sorta di scopo, anche minimo, come possono essere gli agenti elettronici dotati di software adattabili o anche gli animali addomesticati.

La relazione che sussiste tra proprietario e mezzo, nella contrattazione elettronica, viene quindi reinterpretata come relazione ibrida, e sarà sempre possibile trovare l’attore cui attribuire i requisiti giuridici richiesti caso per caso.

Da questo assetto teorico emerge la forte influenza esercitata dall’entità non umana sull’attore: secondo Teubner, l’ibrido giunge a formarsi una propria visione del mondo, percependo sé stesso come ibrido e conseguentemente elaborando preferenze e bisogni differenti rispetto alla sua condizione originale.

Per quanto riguarda invece la comunicazione, Teubner ritiene che, perché i non-umani possano essere considerati in grado di esprimersi, questi debbano integrare i requisiti di articolazione, informazione e comprensione.

Può così nascere un sistema sociale se il processo comunicativo interno all’ibrido è in grado di generare eventi che possano essere compresi come articolazioni dell’ente non-umano, da cui possa derivare una certa informazione.

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