0
il consenso informato

Il consenso informato e le responsabilità nei rapporti terapeutici

Life ScienceSettembre 11, 2019

L’art. 32 della Costituzione recita «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge».

L’ordinamento costituzionale impone un bilanciamento tra l’esigenza di tutela della salute del singolo e la salvaguardia della sua libertà personale, conducendo così ad un’interpretazione del citato disposto in combinato con il più ampio principio di diritto di cui all’art. 13 Cost.

Il derivato concetto di libertà sanitaria comprende in sé due distinti aspetti: da un lato, il diritto positivo del paziente di richiedere cure e, dall’altro, quello negativo di poter consapevolmente scegliere di non essere sottoposto ad alcun trattamento sanitario.

Lo strumento per la realizzazione di tale libertà è rappresentato dal cd. consenso informato nei rapporti di tipo terapeutico: affinché l’attività del sanitario possa dirsi pienamente lecita e non sostituirsi ingiustamente a quella del suo curato, è necessario che il paziente esprima preventivamente la propria legittimante volontà di scelta di sottoporsi al trattamento sanitario, di qualsiasi tipo esso sia.

A parere della giurisprudenza, il consenso informato si eleva a principio fondamentale di rango costituzionale, in virtù della sua funzione di sintesi tra il diritto all’ autodeterminazione dell’individuo in ordine a tutte le sfere ed ambiti in cui si svolge la personalità, da un lato, e il diritto alla salute, dall’altro.

Tuttavia, perché il consenso informato del paziente al trattamento terapeutico possa efficacemente qualificarsi come legittimante l’attività del sanitario, è necessario che sia corredato da una puntuale informazione.

A tal riguardo, la giurisprudenza ha specificato che il medico deve fornire al paziente, in modo esaustivo e completo, tutte le informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l’intervento chirurgico che intende eseguire.

L’informazione deve essere particolareggiata e specifica, tale da implicare la piena conoscenza della natura dell’intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative, al fine di porre il paziente nelle condizioni di decidere in maniera consapevole sull’opportunità di procedervi o meno.

In tempi recenti, la Cassazione si è espressa al fine di definire i confini dell’obbligo di informazione, precisando che l’omessa comunicazione dei rischi legati al trattamento sanitario può dirsi lecita solo in riferimento a quelli imprevedibili, poiché collocati al di fuori della sfera di controllo del sanitario e corrispondenti a fattori in grado di interrompere il logico nesso causale intercorrente tra l’intervento medico e l’evento lesivo verificatosi.

Il consenso informato del paziente, espresso alla luce del contenuto delle informazioni ricevute, costituisce l’unica fonte da cui origina ogni potere e dovere del medico, con la conseguenza che, laddove manchi (salvo il caso di trattamento per legge obbligatorio o l’ipotesi in cui ricorra lo stato di necessità scriminante) o sia invalido (nel caso di informazione inadeguata od errata ovvero quando il consenso è rilasciato per un tipo d’intervento diverso da quello in concreto poi eseguito), l’attività del sanitario è da considerarsi sicuramente illecita, anche se esercitata nell’interesse del paziente.

Secondo la giurisprudenza civile, il diritto al consenso informato ha natura autonoma, con la conseguenza che, laddove leso, deve ricevere ristoro a prescindere dal fatto che il sanitario abbia osservato tutte le leges artis previste dalla letteratura scientifica di riferimento nel caso specifico, nonché indipendentemente dall’esito, fausto o meno, del trattamento.

Il danno derivante dalla violazione delle regole del consenso e il danno biologico connesso alla colpa esecutiva del sanitario rimangono distinti e potranno ricevere entrambi il dovuto risarcimento.

Passando invece ad esaminare i profili penalistici, la mancanza del consenso informato del paziente ovvero la sua invalidità conducono alla configurazione del reato di violenza privata ex art. 610 c.p.

In particolare, nei casi in cui il consenso sia presente, ma invalido, giurisprudenza recente e dottrina maggioritaria ravvedono un’ipotesi di cd. violenza impropria, cioè di violenza che difetta di coazione fisica ma incide sulla libertà morale del paziente che si trova costretto a tollerare un’operazione alla quale non ha scelto liberamente di sottoporvisi.

Nell’ipotesi in cui all’intervento condotto in assenza di valido consenso si accompagni un evento infausto, la giurisprudenza ritiene che il medico debba rispondere anche del reato di lesioni personali ex art. 582 c.p e art. 590 c.p.

Al contrario, se l’esito dell’intervento non consentito fosse positivo, tali reati non sarebbero configurabili mancando l’evento della malattia richiesto dal codice penale.

Sul punto, le Sezioni Unite hanno specificato che il concetto di “malattia” penalmente rilevante deve intendersi in senso dinamico e funzionalistico.

Citando le parole della Corte «[…] poiché, dunque, la scienza medica può dirsi da tempo concorde – al punto da essere stata ormai recepita a livello di communis opinio – nell’intendere la “malattia” come un processo patologico evolutivo necessariamente accompagnato da una più o meno rilevante compromissione dell’assetto funzionale dell’organismo, ne deriva che le mere alterazioni anatomiche che non interferiscono in alcun modo con il profilo funzionale della persona non possono integrare la nozione di “malattia”, correttamente intesa».

Da tale assunto consegue che la mera resezione iniziale del tessuto, quale unica condotta lesiva rilevante in senso penalistico in difetto di esito infausto, non è in grado di integrare gli estremi del concetto di “malattia” così come delineato dalla giurisprudenza di legittimità.

Non mancano, tuttavia, al riguardo opinioni contrarie.

In conclusione, ciò che si evidenzia grazie al decisivo valore sempre più riconosciuto al consenso al trattamento sanitario del paziente, è la configurazione di quello che viene definito modello personalistico in luogo del modello paternalistico: il paziente non è più visto come soggetto ignorante in materia e quindi necessariamente assoggettabile al volere del medico in quanto incapace di fare valide scelte per la tutela della sua salute, ma viene riconosciuta al malato una piena capacità di autodeterminazione e di decisione in merito agli interventi diagnostici e terapeutici proposti dai sanitari.

Il medico non può più prescindere da tali decisioni, dovendo coinvolgere il paziente in tutte le scelte che riguardano la cura della sua persona.

In caso contrario, incorrerà in profili di responsabilità sia di natura civile che di natura penale, come illustrato.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (4 votes, average: 5,00 out of 5)
Loading...

Lascia un commento

Your email address will not be published.