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La confisca allargata in materia ambientale

La confisca allargata in materia ambientale

La confisca costituisce, nello speciale sistema penalistico del nostro ordinamento giuridico, una delle misure maggiormente controverse e suscitante le più attese dispute ed annosi dibattiti.

La sua configurazione, difatti, presenta una natura poliforme e multifunzionale, osservandosi, all’interno del nostro ordinamento, la intervenuta strutturazione di eterogenee misure ablatorie di tal genere, quali, a titolo esemplificativo; la confisca di prevenzione, la confisca caratterizzata da una ablazione (più o meno) definitiva, disposta con la sentenza di condanna e nei confronti di particolari entità economico-patrimoniali aventi un collegamento, diretto o mediato, con il delictum consumato, etc. Non può sottacersi, tuttavia, come la forma che ha ingenerato i più significativi scontri ermeneutici risulta essere quella della confisca allargata.

La struttura ontologico-normativa della confisca allargata sconta, già a una preliminare presentazione, tutte le criticità sviluppatesi negli anni. Il provvedimento ablatorio de quo, in tal senso, costituisce uno strumento che, nell’operare delle misure previste dal codice penale, ha come finalità fondamentale quella di rendere effettiva e concreta la volontà legislativa sottesa al generale istituto della confisca ma in difetto di una puntuale individuazione dei beni ed entità patrimoniali che devono ricadere nella sua area concreta di operatività. In tal senso, la confisca allargata condivide parzialmente la funzionalità e l’obiettivo di quella per equivalente, andando a colpire utilità patrimoniali che non presentano prima facie un collegamento diretto e immediato con il reato commesso ma che risultano comunque nella disponibilità dell’accertato autore. In ordine proprio a tali profili, la confisca allargata costituisce un provvedimento ablatorio destinato a colpire beni che comunque sono presenti nel patrimonio del soggetto che ha posto in essere una condotta incriminata e che, oltre a presentare un valore e una rilevanza economica superiori rispetto alla posizione reddituale e professionale del soggetto che ne è titolare, non sono stati da quest’ultimo giustificati quanto a origine e provenienza.

La possibilità di andare a colpire beni non legati da uno stretto nesso di pertinenzialità con il reato ma comunque nella disponibilità (anche mediata) del soggetto favorisce una sfera di applicabilità piuttosto estesa ed efficace. Dall’altro lato, però, proprio la mancanza di un nesso di collegamento del bene confiscato con la commissione del reato ha ingenerato ferventi critiche nei confronti della misura, tacciata di costituire una misura estremamente repressiva e non certo una misura di sicurezza, nonché di andare oltre il limite imposto dal necessario riscontro di una pericolosità attuale, principio informatore e guida della materia delle misure di sicurezza. La mancata riconduzione della confisca allargata, secondo parte della dottrina, nell’ambito delle misure di sicurezza presenta peraltro conseguenze fondamentali in tema di diritto intertemporale. Deve infatti sottolinearsi come solo per le misure di sicurezza opera il principio di retroattività, ancorché sfavorevole, in quanto misure finalizzate alla esorcizzazione della pericolosità sociale dell’imputato, non anche con riferimento alle pene vere e proprie, per cui, viceversa, sono costituzionalmente sanciti i principi di irretroattività sfavorevole e (per chi ritiene di poter ricondurre anche a tale principio valenza costituzionale) di retroattività favorevole.

 

L’applicazione giurisprudenziale della confisca in materia ambientale

La rilevanza e controversa natura della misura ablatoria in analisi sono state avvertite anche in materia ambientale, costituendo oggetto di una recentissima pronuncia della Suprema Corte di Cassazione. Il quesito costituente occasione per l’emanazione, da parte degli Ermellini, della sentenza n. 49827/2018, è l’applicabilità della confisca allargata, per l’appunto non fondata su di alcun collegamento diretto e pertinenziale tra reato e cose interessate dalla ablazione, ai beni presenti nella disponibilità del soggetto accertato responsabile di un reato contro l’ambiente.

La questione originava, anzitutto, dalla contestazione a carico di un soggetto di appartenere a una consorteria criminale dedita alle delittuose attività di traffico illecito di rifiuti e di inquinamento ambientale, condotte ritenute perfettamente coincidenti, dal punto di vista oggettivo e soggettivo, con le fattispecie incriminatrici di cui agli artt. 416, I, II, III comma, c.p., in combinato disposto con gli artt. 452-octies, I comma, 452-bis, I e II comma, c.p. E 260 d.lgs. 152/2006. A seguito della formale contestazione degli addebiti summenzionati da parte dell’organo di pubblica accusa, una consistente porzione del patrimonio del soggetto incriminato veniva colpita da un provvedimento, emanato dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma, disponente, sui beni medesimi, la confisca allargata. L’imputato, fortemente depauperato dal punto di vista economico e patrimoniale, decideva di presentare immediato ricorso avverso la misura ablatoria disposta dal GIP, ma il ricorso veniva respinto, ritenendo legittimo il provvedimento di confisca, disposto altresì a conferma di un precedente provvedimento di sequestro. Nel rigettare il ricorso, veniva dato atto della corretta e puntuale applicazione della normativa da parte del Giudice per le indagini preliminari che quindi aveva operato correttamente, non potendosi ravvisare alcuna lesione della posizione giuridica del soggetto imputato.

Non condividendo le conclusioni della seconda autorità giurisdizionale, l’imputato ricorreva in Cassazione al fine di vedere reintegrato il proprio patrimonio di quanto interessato dal provvedimento ablatorio. Il ricorso constava di due soli motivi di impugnazione:

  • violazione di legge per aver ritenuto, il Giudice per le indagini preliminari, erroneamente applicabile la misura della confisca allargata all’ipotesi di commissione del reato di cui all’art. 452-octies, I comma, c.p., formalmente contestato all’imputato. Il patrocinatore dell’imputato fondava tale motivo di ricorso su di una questione di diritto penale intertemporale, osservando infatti che, al momento dell’adozione del provvedimento ablatorio, quest’ultimo non era stato ancora riconosciuto da parte del legislatore come applicabile anche in caso di commissione di reati ambientali e la sua disposizione non poteva avvenire sulla base di una applicazione retroattiva della successiva normativa. Più semplicemente: il provvedimento di confisca allargata, ritenuto estensibile da parte del legislatore penale in materia ambientale solo con la Legge 161/2017, entrata in vigore in data 17 ottobre 2017, non avrebbe potuto essere disposto da parte della autorità giudiziaria prima di tale data, in quanto da considerarsi misura sanzionatoria e repressiva e dunque sottostante al principio di irretroattività sfavorevole. Il Gip aveva, nelle considerazioni difensive, errato l’applicazione della legge, disponendo la confisca allargata in un periodo temporale in cui era ammessa legislativamente solo quella specificamente vertente sul prezzo, profitto o prodotto del reato, violando la regola dell’irretroattività sanzionatoria;
  • erronea applicazione della normativa vigente al momento dell’applicazione della confisca de qua. Il ricorrente, a mezzo del proprio legale difensore, riteneva integrato un vizio motivazionale nell’aver disposto il provvedimento ablatorio. Le ragioni poste a fondamento dell’emanato provvedimento di confisca, infatti, difettavano, nelle prospettazioni difensive, di elementi soggettivi, ravvisati nella impossibilità di addebitare all’imputato il reato specifico, e oggettivi, quali l’acclarata sproporzione tra il valore dei beni confiscati e la condizione reddituale e patrimoniale del soggetto.

Il ricorso veniva portato all’attenzione dei giudici di piazza Cavour che ritenevano entrambi i motivi infondati. La Suprema Corte, anzitutto, ribadiva le ragioni facoltizzanti la presentazione di un ricorso davanti alla medesima avverso provvedimenti di disposizione di misure cautelari reali. In tal senso, riprendendo i propri precedenti giurisprudenziali, il giudice nomofilattico osservava come il ricorso per Cassazione avverso misure cautelari reali possa ammettersi solo in caso di vizio motivazionale grave, inidoneo cioè a dispiegare l’iter logico-giuridico seguito dall’autorità giurisdizionale nella irrogazione della misura, nonché in caso vizi di violazione di legge a causa di errores in iudicando ovvero in procedendo. Partendo dall’analisi del secondo motivo di ricorso, con cui il dogliante censurava il vizio motivazionale dell’autorità giudiziaria, i giudici di ultima istanza ravvisavano l’idoneità della motivazione adottata dal Giudice per le indagini preliminari a dare conto del processo logico-giuridico seguito e, pertanto, non poteva avanzarsi l’esistenza di un vizio che, in tale ipotesi, avrebbe richiesto alla Cassazione, giudice di legittimità, l’analisi di circostanze fattuali del caso concreto, tracimando tale analisi dalle proprie attribuzioni e competenze giurisdizionali. Peraltro, da un’analisi superficiale compiuta dal giudice della nomofilachia, emergeva che comunque il vizio motivazionale era stato tardivamente e genericamente dedotto e, dunque, inammissibile. Anche il secondo motivo di ricorso, come detto, veniva rigettato da parte della Corte di Cassazione, senza necessità di scomodare peraltro l’applicabilità o meno del principio di irretroattività sfavorevole e la conseguente qualificazione giuridica della confisca allargata come misura di sicurezza ovvero sanzione penale. La Suprema Corte rilevava, infatti, che il reato giustificante l’emanazione della confisca allargata, costituito dall’art. 452-octies, I comma, c.p. doveva annoverarsi tra quelli per cui era ammessa tale tipo di misura ablatoria, sulla base dell’art. 12-sexies d.lgs. 306/1992, norma richiamata dalla Legge 68/2015, come noto introduttiva proprio dei delitti ambientali all’interno del nostro ordinamento e incontestabilmente entrata in vigore prima della emanazione del provvedimento ablatorio in oggetto e, pertanto, da ritenersi perfettamente legittimo e confermato nei confronti dell’imputato.

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