inquinamento elettromagnetico penale

Inquinamento elettromagnetico tutela penale

AmbientaleDicembre 15, 2018

La tutela inibitoria ai sensi dell’art. 844 c.c. e quella risarcitoria ai sensi dell’art. 2043 c.c. contro l’inquinamento elettromagnetico presuppongono il superamento dei limiti posti dalla disciplina di settore, in virtù del fatto che solo le condotte inosservanti di tali limiti possono dirsi assistite da una presunzione di pericolosità.

La tutela penale, com’è ovvio, prevede condizioni più rigorose, soprattutto in considerazione delle differenze in tema di regola probatoria del nesso di causalità tra condotta dell’agente e offesa del bene o interesse che l’ordinamento intende proteggere: la regola della prova oltre il ragionevole dubbio secondo il criterio dell’elevato grado di credibilità logica prossima alla certezza elaborato dalle Sezioni Unite della Cassazione nella celebre sentenza Franzese (Cass. pen., Sez. Un. 2002, n. 30328) si applica solo in ambito penale e non anche in quello civilistico, nel quale vige invece la regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non” e il nesso di causalità consiste nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento di compromissione.

Poste tali premesse, occorre dunque capire se il superamento dei limiti stabiliti dalla normativa di settore in attuazione della legge quadro n. 36 del 2001 integra il presupposto necessario per l’azionalibilità non solo della tutela civilistica ma anche di quella penale ai sensi della fattispecie di “getto pericoloso di cose” di cui all’art. 674 c.p., cui è stato ricondotto dalla giurisprudenza il fenomeno della creazione, emissione e propagazione di onde elettromagnetiche, non comportando tale esegesi un’estensione analogica in malam partem, poiché è fondata sull’equiparazione ai sensi dell’art. 624 comma 2 tra cosa mobile ed energia elettrica e ogni altra energia che abbia valore economico, valida “agli effetti della legge penale” e quindi non soltanto per le disposizioni penali contro il patrimonio.

Tuttavia il nodo maggiormente problematico nell’orizzonte dell’applicabilità dell’art. 674 ai casi di elettrosmog concerne la prova del requisito di fattispecie dell’idoneità a offendere o molestare delle onde elettromagnetiche.

Una prima pronuncia della Corte di Cassazione, Cass. pen., sez. IV, 22 novembre 2007, n. 33285 , confermava la condanna per il reato di lesioni colpose di un ingegnere dell’ENEL per la progettazione e l’attivazione dell’elettrodotto Forlì-Fano.

La condanna era stata emessa dal giudice di primo grado sulla base dell’affermazione della sussistenza di un nesso causale tra l’inquinamento elettromagnetico da radiazioni prodotto dai campi a bassissima frequenza (ELF) generati dagli elettrodotti e l’insorgere di malesseri fisici, per lo più sindromi cefalgiche, ai danni di due persone residenti nei pressi della linea, con espressi e plurimi riferimenti al principio di precauzione, che tuttavia mancano nella sentenza della Cassazione che pur conferma la correttezza delle pronunce dei giudici di merito.

Un anno più tardi la Cassazione ha affrontato apertamente il tema con la celebre sentenza “Radio Vaticana” (Cass. pen., 13 maggio 2008, n. 36845) e ha dato così origine ad un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato: secondo i giudici di legittimità i limiti di emissione previsti dalla disciplina specifica di attuazione della legge quadro n. 36 del 2001 sono stati previsti ai fini di mera cautela, ovvero di precauzione, e per poter integrare la contravvenzione, in luogo dell’illecito amministrativo di cui all’art. 15 della legge quadro citata, non è sufficiente il mero superamento dei limiti stessi, ma occorre che sia raggiunta la prova concreta di un’ effettiva idoneità delle onde elettromagnetiche a ledere o molestare le persone, in conformità al principio di necessaria offensività del fatto di reato e all’ esigenza di coerenza e razionalità del sistema poiché altrimenti illecito penale ed illecito amministrativo sarebbero in tale ambito totalmente sovrapponibili e coincidenti.

In conclusione il superamento dei limiti della normativa in materia di inquinamento elettromagnetico comporta, oltre alle sanzioni amministrative pecuniarie specificamente previste, la possibilità per il cittadino di avvalersi della tutela civilistica, ma non è sufficiente ai fini della tutela penale.

Ad oggi l’affermazione di effetti negativi sulla salute umana in conseguenza dell’esposizione a campi elettrici e magnetici non è oggetto di certezza scientifica, ma solo di ipotesi, ancorché non di carattere meramente congetturale, e il legislatore pertanto, a fronte di tale contesto di incertezza scientifica fondata su elementi concreti e adeguatamente fondati, in virtù del principio di precauzione, ha fissato i predetti limiti di esposizione.

Tale paradigma probabilistico-ipotetico è in linea con le regole probatorie del nesso causale in ambito civile, ma non con quelle più rigorose vigenti in ambito penale.

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