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La tutela delle acque e la direttiva quadro 2000/60/CE

Tutela delle acque e direttiva quadro 2000/60/CE

AmbientaleFebbraio 26, 2019

La risorsa idrica ha da sempre costituito, secondo una considerazione che risulta essere inconfutabilmente fissa da secoli, il bene naturale più significativo per l’espletamento dei cicli vitali della grande maggioranza delle specie viventi presenti sul pianeta.

L’acqua rappresenta infatti una risorsa di assodata irrinunciabilità ai fini della sopravvivenza degli esseri viventi. L’importanza del bene idrico è esemplificativamente esplicitata dal fatto che la stessa, di fatto, costituisce la base imprescindibile della composizione e del funzionamento dell’organismo e delle singole cellule che di questo formano il substrato di base e l’entità minima essenziale. Proprio per tali ragioni e per tale indiscussa funzione, l’elemento idrico è stato al centro di molteplici, eterogenei e, talvolta, mal coordinati interventi legislativi, tanto interni all’ordinamento giuridico italiano, quanto sovranazionali.

L’attenzione cautelativa verso il bene idrico ha iniziato a svilupparsi e consolidarsi, tanto a livello nazionale quanto internazionale, nello stesso periodo in cui può essere sostanzialmente collocata anche la collettiva presa di coscienza dell’importanza di misure, legislative ed extragiuridiche, atte a preservare la salubrità dell’ambiente e dei cicli biologici, accompagnata alla adespota e viscerale esigenza di considerare l’ambiente e le sue singole componenti (considerazione accolta da una visione ideologicamente atomistica del bene ambientale) come beni irrinunciabili per la collettività, meritevoli pertanto, di considerazione, valorizzazione e cautela.

Le esigenze ed interessi da ultimo menzionati, involgenti in generale il bene ambiente e, specificamente, il bene idrico, quale componente centrale del vasto ed onnicomprensivo sistema ambientale, hanno determinato l’emanazione di diversi interventi legislativi, concentrati specialmente nel periodo che va dai primi anni Settanta del Novecento al 1988.

Il periodo appena citato fu ferventemente interessato dalla legislazione europea, intervenuta sul tema della regolamentazione del settore della gestione delle risorse idriche negli Stati membri con ben 22 interventi, prevalentemente costituiti da direttive e decisioni.

Gli interventi e le scelte compiute in ambito unionale confluirono, infine, all’interno degli artt. 191, 192 e 193 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), attualmente vigenti.

 

La direttiva quadro in materia

Per molti interpreti, purtuttavia, la vera rivoluzione copernicana (in termini di posizione assunta formalmente e dichiarazioni esplicitate, posto che la considerazione delle caratteristiche peculiari ed incontestabile utilità del bene idrico, come già detto, paiono assolutamente pacifiche oramai da secoli) si ebbe solo nel 2000, con la direttiva quadro 2000/60/CE (WFD – water framework directive), caratterizzata dallo sviluppo di un sistema unitario ed un approccio circolare della gestione idrica, tendente allo sviluppo di quello che attualmente viene definito “ciclo integrato dell’acqua”.

Assai rilevanti ed esplicite talune considerazioni espressamente esteriorizzate all’interno delle disposizioni della direttiva, quale, a titolo meramente esemplificativo, quelle secondo cui il bene idrico non possa ritenersi un bene commerciale come gli altri esistenti; si aggiunga poi l’imprescindibilità di sviluppare un sistema europeo integrato ed efficiente di gestione delle acque, unitamente alla piena considerazione del servizio di fornitura idrica come un servizio ad interesse generale, la necessità che la tutela idrica sia trasversale ed integrata, involgendo altri settori, quale quello del turismo, dei trasporti, politiche ittiche, etc, stante il suo carattere immanente.

Le principali finalità che vennero fissate con la emanazione della direttiva furono sostanzialmente individuate nella necessità proteggere la composizione e salubrità delle acque sotterranee, superficiali, costiere e di transizione, accompagnata alla esigenza di garantire altresì un complessivo e rilevabile miglioramento della qualità delle stesse, consentire lo sviluppo di un sistema di usufruizione del bene idrico equilibrato, sostenibile ed equo, ridurre i livelli di contaminazione delle acque e la presenza in esse di sostanze pericolose, tanto in ottica ecocentrica che antropocentrica, tentare di riportare la composizione chimica e fisica delle acque utilizzate vicino ai valori presenti nella loro originaria caratterizzazione naturale.

La direttiva quadro, come può facilmente evincersi dal termine utilizzato per la sua qualificazione normativa, ha previsto poi, dopo la sua entrata in vigore, il recepimento di quanto dettato, a livello finalistico e programmatico, di ulteriori direttive europee, maggiormente specificanti e puntuali dal punto di vista della regolamentazione normativa, e di ovvi interventi legislativi da parte degli Stati membri, tesi al recepimento di quanto dettato a livello unionale all’interno dei singoli ordinamenti giuridici. Fondamentale indicazione fornita dalla direttiva quadro, recepita prevalentemente con interventi legislativi nazionali, è stata quella di suddividere il territorio nazionale in distretti idrografici, suddivisioni artificiali di porzioni di territorio corrispondenti a quelle dei bacini ideografici, oggetto peraltro, all’interno del nostro ordinamento giuridico, di un intervento riformatore, costituito dal d.lgs. 221/2015.

 

La tutela nazionale del settore idrico

Al di là di tale ultimo intervento, recente ancorché settorialmente innovatore, la disciplina della tutela del settore idrico è contenuta, all’interno del nostro ordinamento, del d.lgs. 152/2006 (TUA), che contempla puntualmente la regolamentazione del fenomeno nell’apposita Parte III, finalisticamente costruita per la tutela della qualità delle risorse idriche sotterranee e superficiali ed il perseguimento degli obiettivi, già noti a livello sovranazionale, di prevenzione dell’inquinamento, miglioramento dello stato delle risorse idriche, protezione delle acque utilizzate dalla collettività per bisogni umani, sviluppo di un utilizzo sostenibile ed equilibrato delle acque ed infine mantenimento della naturale capacità insita nelle acque stesse, di autodepurazione.

Centrale, all’interno dell’intervento del legislatore nazionale delegato succitato, risulta peraltro essere la distinzione tra le differenti tipologie di acque reflue, ovverosia quelle particolari risorse idriche che vengono interessate da un procedimento di scarico dopo essere state impiegate per il soddisfacimento di bisogni umani.

 

 

La classificazione delle acque

Il succitato d.lgs. 152/2006 le categorizza in base all’attività da cui originano, in specie: acque reflue domestiche, acque reflue assimilate a quelle domestiche, acque reflue industriali, acque reflue urbane ed infine acque reflue meteoriche di dilavamento.

Le acque reflue di provenienza domestica sono quelle originate da stabilimenti di tipo residenziale ed abitativo e dall’utilizzo di servizi domestici, correlati al metabolismo umano (art. 74, I comma, lett. G d.lgs. 152/2006).

Accanto a tale prima tipologia di acque reflue, si rinvengono quelle che, seppur non rientranti all’interno della codificazione specificamente dedicata alla regolamentazione delle acque reflue domestiche, vengono assimilate a queste ultime per via di idonee caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche. Tali acque reflue, per l’appunto definite assimilate a quelle domestiche, sono elencate all’interno dell’art. 101, VII e VII-bis commi e sono fondamentalmente inserite all’interno della medesima disposizione e categorizzazione per via della omogenea provenienza e collegamento con attività che, seppur svolte a livello imprenditoriale, hanno una significativa connessione con l’ecosistema e l’ambiente (sono, in tal senso, prese in considerazione le acque provenienti da imprese esercenti attività di silvicoltura e/o coltivazione del terreno, da allevamento del bestiame, da attività complementari a quelle da ultimo menzionate, da imprese esercenti attività di acquacoltura e piscicoltura di dimensioni assai contenute, da scarichi che, seppur non qualificabili come formalmente domestiche dal TUA, sono in tal senso considerate dalla normativa regionale competente sulla base di caratteristiche quantitativo-qualitativo, da attività termali ed infine da vegetazione di frantoi oleari, ove l’attività rispetta le condizioni di cui all’art. 101, VI-bis comma).

Terza categoria di acque reflue presa in considerazione dal Testo Unico Ambientale è, come detto più su, quella delle acque reflue industriali, la cui qualificazione normativa da ultimo citata si fonda sulla origine e provenienza di queste da locali e beni immobili adibiti all’esercizio di attività di produzione commerciale di beni e servizi, distinte, oltretutto, tali acque, da quelle domestiche e meteoriche di dilavamento. L’identificazione e la conseguente riconduzione delle acque reflue nella categoria industriale sono operazioni qualificanti fondate su due criteri: l’uno, tendenziale e comunque non assolutamente dirimente, è quello, come detto, della provenienza delle acque da attività industriali, l’altro, maggiormente pregnante e pertanto prevalente, è quello relativo alla qualità delle risorse idriche. In tal senso, le acque reflue industriali non vengono, come si è potuto precedentemente osservare, distinte da quelle di provenienza domestica (originaria o assimilata) sulla base delle concentrazioni inquinanti o contaminanti ma sostanzialmente secondo una definizione a contrario, non potendo le acque reflue industriali confondersi con quelle domestiche e meteoriche di dilavamento, tecnica definitoria che, comunemente ed al di là di tale settore giuridico specifico, ha sempre ingenerato problemi ermeneutici.

Una ulteriore categoria normativamente presa in considerazione all’interno del nostro ordinamento è quella delle acque reflue urbane, identificate in quelle conglomerate, in quanto costituenti una commistione di acque di provenienza domestica, industriale e meteorica di dilavamento, convogliate dalle reti fognarie urbane e sottoposte a gestione tramite il servizio idrico integrato. Da tale sintetica definizione potrebbe astrattamente evincersi come la definizione di acque reflue urbane, in quanto fondata su di una caratterizzazione delle acque come globalmente e complessivamente accogliente tutte le acque reflue gestite dal servizio idrico urbano, sia idonea a ricomprendere nel proprio alveo, concettuale e normativo, di operatività qualsivoglia tipologia di acqua reflua, ivi compresa quella industriale, se convogliata a livello fognario.

Purtuttavia la giurisprudenza di legittimità ha temperato tale criterio utilizzando un principio di prevalenza, sostenendo come gli impianti di pubblica depurazione delle acque convogliate dalla rete fognaria debbano essere di natura mista (e, dunque, rientranti nella definizione di acque reflue urbane) qualora le acque convogliate e gestite non siano di origine prevalentemente industriale, ricadendo, in caso positivo, nell’ambito di operatività di tale seconda categoria (sentenza Suprema Corte di Cassazione 44470/2015).

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