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esclusione responsabilità 231

Esclusione della responsabilità 231 in assenza di un centro autonomo di interessi

ComplianceFebbraio 14, 2021

La sentenza n. 971/2020, con il quale il GIP del Tribunale di Milano ha dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di una società unipersonale, segna un’importante decisione per quanto riguarda l’applicazione della disciplina sulla responsabilità degli enti, introdotta con il d.lgs. 231/2001.

Il GIP ha infatti stabilito che la mancanza di un autonomo centro di interessi, proprio di una società unipersonale, determina l’impossibilità di scindere la responsabilità amministrativa in capo all’ente da quella penale in capo alla persona fisica. La sentenza, massimata, stabilisce infatti che “Va dichiarato il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste tutte le volte in cui l’ente giuridico, in relazione al reato presupposto fondante la responsabilità amministrativa della persona giuridica, non è necessario e infungibile, trattandosi di contegno pacificamente riferibile a persone fisiche che lo avrebbero potuto realizzare senza alcuno schema societario. In tali ipotesi, infatti, viene a mancare la ratio di fondo della normativa sulla responsabilità delle persone giuridiche la quale immagina contegni personalmente devianti tenuti da persone fisiche nell’interesse di strutture organizzative di un certo rilievo di complessità quale centro di imputazioni di rapporti giuridici distinto da chi ha materialmente operato.

All’ente era stato contestato l’illecito amministrativo ex art. 24 del d.lgs. 231/2001, ossia il non aver adottato ed efficacemente attuato il Modello di Gestione, Organizzazione e Controllo, prima della commissione del reato (nello specifico, il reato di truffa ex art. 640 c.p.).

La disciplina del d.lgs. 231/2001 stabilisce in capo all’ente, come noto, una “colpa organizzativa”: l’ente non è responsabile per la commissione del reato (almeno non direttamente), ma per la mancata vigilanza sul comportamento delle persone fisiche che agiscono per l’ente, e soprattutto per la mancata predisposizione di presidi idonei a prevenire situazioni di rischio, per l’appunto i Modelli Organizzativi.

L’ente non è responsabile per ogni reato commesso dalle persone fisiche (apicali o dipendenti) che fanno parte dell’ente: i reati devono infatti essere commessi nell’interesse o a vantaggio dell’ente stesso.

Una responsabilità di questo tipo presuppone quindi una scissione tra la persona fisica e la società, titolari di due centri autonomi di interesse.

Nel caso di specie, la memoria difensiva della società imputata sottolineava che tale scissione non esisteva, perché l’organizzazione societaria faceva coincidere la società con le persone fisiche, anch’esse imputate nel procedimento (il socio, Presidente del CdA, e il fratello, amministratore senza deleghe). Non era quindi possibile distinguere due centri autonomi di interesse.

Secondo la difesa, considerato che l’art. 5 del d.lgs. 231/2001 esclude la responsabilità dell’ente per il fatto commesso dalla persona fisica a vantaggio di sé o di terzi, e considerata la sostanziale coincidenza tra persona fisica e persona giuridica, era praticamente impossibile che un’azione commessa dalle persone fisiche non producesse vantaggi anche in capo all’ente.

Questa situazione solleva una delle questioni più delicate relative al sistema 231, ossia che la persona giuridica, per esprimersi, dipende necessariamente da almeno una persona fisica. Il d.lgs. 231/2001 era stato pensato in ottica di prevenire e arginare fenomeni criminali commessi da strutture articolate, non riconducibili al diritto penale classico per il quale societas delinquere non potest. La scelta era stata quella di una responsabilità ibrida, a cavallo tra il penale e l’amministrativo, che punisce, come detto, la colpa organizzativa.

Ma come può esserci colpa organizzativa, se non c’è distinzione tra persona fisica e persona giuridica? Nel caso di specie, dove c’è identità pressoché perfetta tra persona giuridica e fisica, la disciplina 231 imporrebbe alla persona fisica (agente per conto della persona giuridica) di vigilare su sé stesso e di predisporre misure utili a impedire, sempre a sé stesso, di mantenere determinati comportamenti; misure che con tutta probabilità sarebbe in grado di aggirare agilmente, avendole predisposte lui stesso.

Il cortocircuito logico ha quindi indotto il giudice meneghino a dichiarare il non luogo a procedere, rilevata la totale assenza di organizzazione societaria distinta dalla persona fisica.

La sentenza è condivisibile, ed è coerente con la disciplina 231 che non esclude l’imputabilità delle società unipersonali. Ad essere esclusa, come stabilito in giurisprudenza, è semmai l’impresa individuale, che è diretta espressione dell’attività del titolare, sempre per il motivo che non è possibile distinguere due centri autonomi di interesse.

Il d.lgs. 231/2001 infatti stabilisce all’art. 1 che “Le disposizioni […] si applicano agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica”. Il termine “ente” presuppone necessariamente una figura articolata, autonoma rispetto alla persona fisica. Nel nostro caso di società unipersonale, è ben possibile l’esistenza di un centro di interessi autonomo, distinti da quello dell’unico socio titolare di quote sociali o azioni.

La società unipersonale, pur rimanendo la titolarità in capo ad un singolo (che tra l’altro, può anche essere a sua volta una persona giuridica), può avere un’organizzazione più o meno articolata, scindibile dal titolare. Al contrario, non è possibile scindere l’impresa individuale dalla figura dell’imprenditore.

Esistono in verità alcune pronunce giurisprudenziali che hanno confermato la possibilità di applicare la disciplina 231 anche alle imprese individuali. Ma queste sentenze confermano in realtà il principio affermato dal GIP di Milano, ossia che è necessario valutare la presenza di due distinti centri di interesse; infatti, laddove i giudici stabiliscono la possibilità di applicare il d.lgs. 231/2001 alle imprese individuali, lo fanno sulla base del fatto che spesso, tale struttura prevede il coinvolgimento di altri soggetti, distinti dal titolare/imprenditore, che operano nell’interesse della società stessa.

Nel caso specifico, imputata era una società formalmente unipersonale, ma sostanzialmente impresa individuale, ed è pertanto corretto escluderne la responsabilità amministrativa dipendente da reato (anche per non incorrere in una violazione del principio di ne bis in idem, giudicando due volte la stessa persona fisica, prima in quanto tale e dopo in quanto espressione della persona giuridica).

In conclusione, questa sentenza costituisce uno strumento importante per la corretta interpretazione, e conseguentemente, l’applicazione della disciplina della responsabilità degli enti. Ciò che rileva, a ben vedere, non è la forma giuridica assunta dal soggetto, bensì la sua articolazione in concreto: laddove è possibile distinguere un centro di interessi in capo all’ente, autonomo e indipendente rispetto a quello delle persone fisiche che lo compongono, è giustamente applicabile il criterio della colpa organizzativa, e quindi l’applicazione della responsabilità ex d.lgs. 231/2001.

Si tratta di una puntualizzazione di non poco conto, considerata la realtà economica italiana, costituita per la gran parte da piccole imprese, più o meno distinte dal titolare, per cui una errata interpretazione della disciplina della responsabilità degli enti comporterebbe il rischio di subire pesanti sanzioni pecuniarie e interdittive, in grado di minare la sopravvivenza dell’attività.

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