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Lavori in quota

Lavori in quota: il problema sicurezza

ComplianceGennaio 23, 2019

L’espletamento di lavori in quota risulta essere una delle operazioni maggiormente pericolose per l’incolumità umana nell’universo lavorativo e professionale.

Non risulta certo dubbio o controverso come lo svolgimento di impegni lavorativi ad altezze considerevoli pone sicuri problemi di suo svolgimento in condizioni che consentano di limitare e ridurre, nella impossibilità materiale di escludere, i rischi legati ad una potenziale caduta da altezze significative.

L’impossibilità di annullare completamento il rischio di caduta risulta necessariamente legato all’intrinseca e fisiologica impossibilità di impedire la verificazione di eventi eccezionali e, in quanto tali, imprevedibili che possano determinare un simile evento.

Quanto detto non impedisce comunque l’insorgere del dovere di intervenire per ridurre rischi che risultano controllabili e non legati al caso fortuito. I rischi legati al lavoro in quota non risultano peraltro limitati alla caduta dovendo altresì accennarsi ad una perdita di equilibrio che non determini tuttavia, grazie ai dispositivi di sicurezza, come l’imbragatura, che il soggetto rovini al suolo.

In tali ipotesi, difatti, al di là della effettiva caduta nel vuoto, il lavoratore rischierebbe di trovarsi a mezz’aria in balia di una oscillazione che potrebbe farlo impattare contro superfici di palazzi e strutture circostanti, provocando egualmente danni rilevanti. Infine, una ulteriore ipotesi estremamente negativa per la vita e l’incolumità del lavoratore risulta essere sempre legata ad una situazione che non ne determina la caduta al suolo, integrando il fenomeno della c.d. sindrome di imbrago, una particolare condizione in cui il lavoratore, a causa della sospensione inerte a mezz’aria prodotta dalla imbragatura, senza possibilità di muoversi, rischia di perdere in tempi brevi i sensi a causa proprio delle corde di sicurezza che diminuiscono sensibilmente il flusso sanguigno.

Il problema non è certo di stretta rilevanza nazionale, dovendosi ovviamente ritenere come involga la natura umana nella sua dimensione lavorativa e, pertanto, tutti gli Stati in cui simili prestazioni possono svolgersi.

Partendo da una limitazione definitoria dei lavori in quota, questi devono necessariamente identificarsi come le particolari attività lavorative e/o professionali poste in essere ad una altezza pari o superiore ai 2m da un piano stabile.

All’interno del nostro ordinamento giuridico il legislatore è intervenuto per individuare e disciplinare tutte le situazioni connesse con lo svolgimento di simili attività lavorative, codificando appositi obblighi del datore di lavoro, nel riconoscimento, ancora una volta, della sua pacifica ed incontestata posizione di garanzia nei confronti dei lavoratori sottoposti.

La regolamentazione di tali fattispecie è oggi contenuta all’interno del d.lgs. 81/2008, individuato come il testo unico in materia di sicurezza e salute sul lavoro, in specie al titolo IV, che si dedica specificamente a tali materie.

L’art. 111 del suddetto decreto individua gli obblighi datoriali sulla base di due specifici criteri orientativi: da un lato, stabilisce la preferenza per l’adozione di misure di sicurezza collettive rispetto a quelle individuali, dall’altro, impone al datore di lavoro l’adeguamento delle misure di sicurezza in tali specifiche mansioni lavorative alla natura del lavoro da eseguire, alle eventuali sollecitazioni prevedibili ed a garanzia di una circolazione priva di rischi.

Il secondo comma del medesimo articolo sancisce poi come il datore di lavoro debba stabilire le modalità di accesso adeguandole alle tre componenti della frequenza di circolazione, del dislivello e della durata dell’impiego. In ogni caso, indifferentemente dal sistema scelto per garantire la sicurezza dei lavoratori, è stabilito come questo debba consentire una tempestiva evacuazione dell’area in caso di pericolo ovvero emergenza.

Inoltre, è sancito come il passaggio da un sistema di sicurezza all’altro non deve comportare ulteriori ed addizionali rischi per la vita ed incolumità dei lavoratori, così come, nel caso di un particolare intervento che richieda la eliminazione temporanea delle misure di sicurezza collettiva, il datore debba sostituire le stesse, per la durata dell’intervento, con altre di equivalente ed efficace sicurezza, ripristinando quelle originariamente disposte al termine dell’intervento medesimo. Infine, i dispositivi di sicurezza collettiva devono essere evidenziati e ne deve essere esplicitata la loro obbligatorietà, in specie concernente la loro adozione prima dell’inizio del lavoro.

Ulteriori obblighi del datore di lavoro, questa volta inteso in accezione negativa, riguardano, inoltre, il divieto di far assumere sostanze alcoliche e superacoliche e di non far effettuare lavori se le condizioni meteorologiche non ne consentano l’esecuzione in condizioni di sicurezza.

Ulteriori disposizioni normative contenute del d.lgs. 81/2008 individuano ulteriori specifiche cui il datore deve attenersi per garantire la sicurezza del luogo sopraelevato di lavoro. In tal senso, l’art. 112 consente l’utilizzo di opere provvisionali, purché queste siano allestite con buon materiale e a regola d’arte, nonché proporzionate ed idonee allo scopo. Le stesse dovranno poi essere conservate efficientemente per tutta la durata del lavoro ad alta quota.

Tra le principali opere provvisionali utilizzabili per evitare la caduta sono individuate: i ponti di sicurezza, gli sbarramenti delle aperture, gli impalcati sopra il posto di lavoro, le mantovane parasassi e le reti anticadute.

Una menzione peculiare merita poi gli strumenti del trabattello e della scala a pioli. Il trabattello è costituito da una particolare struttura composta da diversi piani e da sistemi di scale per giungere ai diversi piani della medesima. Il suo utilizzo risulta essere consentito esclusivamente per lavori interni che non superino l’altezza massima di 8 metri ed esterni che non superino quella di 12 metri, predisponendo un imprescindibile ancoraggio ogni due piani della struttura. La scala a pioli è invece costituita da una semplice scala in grado di estendersi in modo telescopico.

Riducendo in maniera ridotta i rischi legati alla caduta dei lavoratori, il legislatore ne consente l’utilizzo solo le condizioni del lavoro e la limitata durata dello stesso la rendano giustificata e se il suo uso risulta legato a condizioni del sito non modificabili dal datore di lavoro.

L’art. 126 si dedica poi specificamente alle misure dei parapetti, ossia specifiche barriere che devono essere obbligatoriamente poste in tutti i lati di passerelle, ponti di servizio, impalcature ed andatoie rivolti verso il vuoto. Il parapetto dev’essere, a detta legislativa, robusto ed in buono stato di conservazione. Il legislatore, in materia di parapetto, fissa poi un principio di equivalenza ed effettività, ammettendo la sostituzione del parapetto con altro strumento di sicurezza che garantisca però le medesime o superiori condizioni di sicurezza di quelle assicurate dal parapetto stesso.

Sono da ultimo considerati, all’interno della disciplina, i doveri dei diversi soggetti coinvolti, con diversa qualificazione e funzione, in tali lavori, di costante formazione ed informazione, aspetto fondamentale in tali fattispecie.

La regolamentazione dei lavori in quota, come può dunque osservarsi, risulta essere orientata alla intensa protezione dei lavoratori, con l’individuazione di particolari e specifiche misure di sicurezza e la fissazione di chiari e rigidi principi, con pochissime aperture alle eccezioni.

Una simile strutturazione normativa risulta essere assolutamente comprensibile e giustificata, intervenendo in un ambito lavorativo di pericolosità estrema e che presenta rischi già immanenti ad uno svolgimento regolare e fisiologico dell’attività lavorativa, dovendo pertanto gestire e, per quanto possibile, eliminare i rischi che ricadono nella sfera di signoria del datore di lavoro.

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