Nel 2025, le startup europee del comparto difesa, sicurezza e resilienza hanno raccolto 8,7 miliardi di dollari. Un aumento del 55% rispetto all’anno precedente, quasi quattro volte il livello di cinque anni fa.

Ma questo dato racconta qualcosa di più profondo di una semplice accelerazione degli investimenti, racconta una trasformazione strutturale.

La difesa, la sicurezza e la resilienza stanno smettendo di essere un settore verticale e stanno diventando un’architettura economica, un sistema che riorganizza capitale, industria, tecnologia e sovranità lungo linee che il vecchio framework analitico non riesce più a leggere correttamente.

Chiamiamola economia DSR.

Tre forze convergenti

Il fenomeno è guidato da dinamiche che si alimentano mutualmente e che, considerate singolarmente, appaiono meno significative di quanto non siano nella loro combinazione.

Il primo vettore è quello della reindustrializzazione europea attraverso la sicurezza.
I programmi ReArm Europe e Readiness 2030 mobilitano oltre 800 miliardi di euro in spesa per la difesa nell’arco del decennio, il SAFE (Safe, Affordable Financing for European Defence) ne aggiunge altri 150 di miliardi per il procurement congiunto.

L’Italia ha approvato un piano di modernizzazione da 15 miliardi, Leonardo ha acquisito Iveco Defence Vehicles per 1,7 miliardi a metà 2025 e si sta riposizionando come hybrid defence-tech company, mentre Fincantieri ha costruito il suo Underwater Technology Hub e punta a portare i ricavi da 9 a 12,5 miliardi entro il 2030, con un portafoglio ordini che supera i 50 miliardi.

Non si tratta di spesa militare in senso tradizionale, ma del meccanismo attraverso cui l’Europa sta cercando di ricostruire capacità industriale che ha progressivamente smantellato negli ultimi trent’anni.

La difesa è diventata il catalizzatore di una politica industriale che fatica a realizzarsi attraverso i canali ordinari.

La seconda forza è la progressiva dissoluzione della frontiera tra tecnologia civile e militare.
Il Delegated Regulation EU 2025/2003 (entrato in vigore il 15 novembre 2025) ha aggiornato in modo sostanziale la lista dei beni e delle tecnologie dual-use soggetti a controllo: FPGA avanzati, componenti per il quantum computing, equipment per la produzione di semiconduttori.
È il primo aggiornamento europeo significativo dopo che il blocco russo in seno al Wassenaar Arrangement ha reso di fatto impossibile l’aggiornamento multilaterale dal 2022 e l’Unione Europea ha scelto dunque di muoversi in autonomia.

Il segnale è chiaro: intelligenza artificiale, space-tech, quantum, neurotech, robotica, materiali e manifattura avanzati, queste tecnologie non hanno più una natura intrinsecamente civile o militare, ma hanno un potenziale d’uso che dipende dal contesto, dall’intenzione e, sempre più, dall’identità di chi le controlla.

Il terzo vettore di forza è rappresentato dal ritorno del capitale privato.
Per decenni, i venture capital generalisti hanno evitato il comparto difesa, tempi di procurement troppo lunghi, cicli di sviluppo incompatibili con il ritmo delle startup, rischi geopolitici non modellabili nei tradizionali framework di valutazione.

Il programma NATO DIANA, con 150 aziende selezionate nel 2026 da 24 paesi, 16 siti acceleratori e oltre 200 test center, ha costruito un’infrastruttura di validazione che riduce alcune di queste frizioni strutturali. L’EIB Defence Equity Facility rende ora accessibili risorse istituzionali a startup e PMI nel dual-use, cybersecurity e quantum, diversi fondi specializzati sono tornati attivi su un ecosistema che fino a qualche anno fa era considerato off-limits.

Il capitale privato non è rientrato nella difesa in virtù di ragioni ideologiche, i driver sono empirici ed endogeni, poichè la domanda è cresciuta, i programmi di validazione si sono strutturati, e il rischio ha assunto forme più leggibili.

I framework che non bastano più

Chi osserva questa trasformazione tende a farlo da posizioni parziali, gli analisti di sicurezza e geopolitica leggono bene la dimensione strategica: conflitti, capacità militari, dottrine operative, scenari di escalation. Non hanno gli strumenti per leggere la dimensione economica e giuridica: struttura dei deal, governance delle joint venture, architettura del capitale in presenza di interessi sovrani.

I professionisti legali specializzati, quando esistono, operano spesso in modo prevalentemente compliance-centrico: notifiche, export control, procurement pubblico, golden power; tutti strumenti necessari, ma insufficienti se impiegati senza una lettura del fenomeno sottostante.

Il mondo del venture capital e del deep-tech legge bene le traiettorie tecnologiche e le opportunità di mercato, ma sottovaluta sistematicamente la frizione regolamentare e le implicazioni di governance che emergono nel momento in cui una startup cessa di essere semplicemente tecnologica e diventa strategica, quando cioè i suoi asset, il suo dataset o la sua tecnologia entrano nel perimetro della sicurezza nazionale o degli interessi industriali europei.

Nessuno di questi approcci, da solo, riesce a leggere la convergenza, l’errore più comune è continuare a leggere il DSR con categorie nate in un mondo in cui tecnologia, sovranità e capitale potevano ancora essere separati.

Ecco quindi che nel comparto difesa-sicurezza-resilienza, il diritto non opera più soltanto come vincolo di compliance: diventa strumento di allocazione del potere economico, tecnologico e industriale.

Le implicazioni che il mercato non ha ancora prezzato

La nascita dell’economia DSR produce complessità che il framework normativo e quello decisionale non hanno ancora interamente assorbito; quando una PMI italiana con componenti dual-use riceve un’offerta di acquisizione da un fondo con partecipazione extra-UE, le norme Golden Power (modificate a gennaio 2026 con l’estensione esplicita alla “sicurezza economica e finanziaria”) richiedono una valutazione che va ben oltre la compilazione di una notifica. Richiede una lettura integrata della struttura societaria, della natura dell’acquirente, della classificazione degli asset sotto la lista dual-use, delle implicazioni per l’eleggibilità ai fondi EDF. Non è un adempimento ma una vera e propria architettura decisionale.

Il nodo concettuale che collega tutti questi scenari è lo stesso: alcune imprese cessano di essere semplici imprese e diventano asset strategici. Non si tratta più di acquistare una startup, finanziare una PMI o acquisire una tecnologia, ma di entrare in relazione con un asset che può avere rilevanza per la sicurezza nazionale o la sovranità industriale europea.

Quando una startup accede ai programmi EDF o DIANA, il Regolamento UE 2021/697 impone condizioni specifiche su ownership societaria, controllo e IP generata nell’ambito del grant. Una startup con investitori extra-UE deve strutturare la propria governance prima, non dopo aver negoziato il term sheet con il fondo.

Quando una tecnologia dual-use viene integrata in sistemi ad uso operativo, intelligenza artificiale, sistemi di sensing, autonomia, neurotech applicata in contesti ad alta criticità, la catena di allocazione delle responsabilità è tutt’altro che definita. Chi risponde di un malfunzionamento? Come si distribuisce la liability tra sviluppatore, integratore e operatore finale? Quale documentazione tecnica e regolamentare è richiesta per accedere ai programmi di procurement europei o nazionali?

Queste non sono domande teoriche ma di natura squisitamente operativa, che chi opera nell’ecosistema DSR (founder, investitori, prime contractor, general counsel, enti istituzionali) si pone oggi, senza ancora trovare, in Italia, interlocutori strutturati a cui rivolgersi.

Una finestra

L’economia DSR è in costruzione, le sue architetture legali, finanziarie, normative, industriali e tecnoscientifiche si definiscono adesso, non tra cinque anni.

Nei prossimi anni, imprese oggi considerate puramente civili scopriranno di appartenere a questa economia senza essersene ancora accorte.

Chi entra in questo spazio senza aver strutturato governance, IP e compliance prima che siano gli eventi, o le autorità, a farlo, consegna ad altri la capacità di definire il proprio perimetro strategico.

Con questa serie di approfondimenti, P&S Legal mappa le collisioni operative tra capitale, tecnologia, sovranità e regolazione che chi agisce nel DSR incontra già oggi.


Massimiliano Passalacqua è managing partner di P&S Legal. Avvocato d’affari e internazionalista, giurista tecnologo e ambientale, fonda la propria attività su una lettura sistemica e transdisciplinare dei fenomeni.