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Robotica e discriminazioni di genere

Robotica: una nuova discriminazione di genere?

Nel mondo animale i ruoli dei sessi sono chiari, naturali e apparentemente non discriminatori, se non in alcuni casi…ma a danno del genere maschile.

Tutt’altra questione tra gli esseri umani.

Le donne sono ancora discriminate nel lavoro, nella posizione sociale, nel salario, nei diritti e ciò accade in molte parti del mondo, occidentali e non.

Il tema è molto dibattuto, ma nell’era tecnologica in cui ci troviamo la discriminazione di genere appare sotto diverse forme: è risaputo, per esempio, che le donne sono molto meno coinvolte nei settori tecnologici rispetto agli uomini, nonostante le donne abbiano generalmente un successo accademico superiore.

Di solito, le donne vengono scoraggiate nell’intraprendere studi e professioni tecnologiche che sono ancora considerate appannaggio degli uomini. Oggi molte campagne mirano a riequilibrare questa situazione, incoraggiando le donne a non identificarsi solo come “principesse” e “damigelle da salvare”, ma piuttosto a mostrare le loro aspirazioni lavorative nel campo scientifico e intellettuale senza paura.

Nel mondo reale, dunque, tutti noi stiamo combattendo questi squilibri, stiamo cercando di far sentire la nostra voce. Siamo anche interessati all’impatto che le nuove tecnologie, come l’Intelligenza Artificiale (IA), avranno sui problemi di uguaglianza di genere.

Per esempio, per quanto riguarda l’intelligenza artificiale e i metodi di apprendimento automatizzati (i Network Neurali Artificiali autonomi di apprendimento – e i robot) utilizzati per supportare i processi decisionali, ci stiamo ponendo degli interrogativi in merito alle distorsioni dovute ai dati usati per elaborali.

Infatti, nell’apprendimento automatico, i modelli apprendono dai dati che spesso derivano dagli uomini. Così, se immaginiamo per esempio uno scenario in cui la macchina dovrà decidere se assumere un uomo o una donna, avendo appreso gli indici di performance da dati che riguardano solamente dipendenti maschi, naturalmente deciderà il candidato maschile, riflettendo il condizionamento sociale al quale siamo assoggettati.

Ci sono diversi esempi di discriminazione tecnologica. Si pensi alle tante chatbox (gli assistenti virtuali) e ai vari home assistants (come Alexa di Amazon, Cortana di Microsoft e Siri di Apple): la loro è una voce femminile e accettano spesso comandi scortesi per essere silenziati.

A dire la verità, l’assistente di Google e Google Home sono eccezioni, perché hanno una voce maschile, ma anche questo caso lo si può interpretare come segno del fatto che la tecnologia è una questione maschile e non femminile… Forse, semplicemente, agli utenti potrebbe essere data la possibilità di scegliere la caratterizzazione ed evitare quei rudi comandi (come “stai zitto”) che vengono dati di solito agli assistenti con caratteristiche vocali femminili.

La differenza è persino più evidente se consideriamo il mondo dei robot.

Molti robot aziendali o di servizio (azienda, infermieristica, medicina) sono progettati con strutture e modi che talvolta richiamano i bambini e in molti casi assomigliano alle donne.

La situazione cambia per i robot che devono svolgere funzioni industriali o militari automatizzate: in questo caso hanno caratteristiche maschili o animali.

A cosa è dovuto tutto ciò? Di certo, potremmo pensare che una delle ragioni riguarda il fatto che siano stati progettati da uomini affetti, peraltro, dal pregiudizio indotto dal nostro sistema sociale, che considera le donne più adatte a certe professioni, più fragili.

D’altra parte, tuttavia, c’è una questione di empatia: l’Intelligenza Artificiale (e in conseguenza la robotica) fa paura e se gli inventori di queste macchine (un mercato in espansione) hanno successo nell’obiettivo di far sì che le persone si sentano più sicure e provino più empatia nei confronti di questi strumenti, saranno chiaramente più capaci di vendere più prodotti per il consumo domestico. Dunque, la scelta di dare al robot le sembianze di una donna è rassicurante e più conveniente da un punto di vista di marketing. Ma è una cosa giusta ed etica?

Di nuovo, è una questione complicata. Probabilmente si dovrebbero riconoscere dei diritti ai robot, magari creando la figura legale di una “persona digitale” e molti esperti oggi ne stanno discutendo all’interno delle istituzioni europee.

Se consideriamo le decadi passate, i diritti sono stati attribuiti solo agli esseri umani.

Oggi anche gli animali hanno diritti e, in alcuni paesi, alcuni esemplari di scimmie antropomorfe sono state riconosciute come “persona animale” capace di autodeterminazione.

È il caso di Sandra, un orangotango in Argentina. Consideriamo l’IA. Se le previsioni sono corrette, entro poche decadi le intelligenze artificiali sorpasseranno gli esseri umani.

Pertanto, sarà necessario considerare se sarà appropriato o no riconoscergli certi diritti, altrimenti ci troveremo davanti a una nuova forma di schiavitù che dovremmo tutti deplorare.

Quindi, tra questi diritti, non ci dovrebbe essere anche quello dell’uguaglianza di genere?

Non ci sono risposte precise a questa domanda ma si dovrebbe fare un esame completo sulla distorsione che stiamo introducendo nelle tecnologie emergenti, per evitare nuovi problemi di genere in futuro.

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