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Sequestro preventivo preordinato alla confisca

Il sequestro preventivo preordinato alla confisca per equivalente nel sistema della responsabilità amministrativa

Notoriamente la misura del sequestro preventivo finalizzato alla concretizzazione di una successiva e, per certi versi, anche logicamente conseguente misura di confisca per equivalente risulta essere foriera di significative problematiche nella sua applicazione in ambito societario.

L’art. 53 d.lgs. 231/2001, così come introdotto legislativamente a seguito della L. 125/2013, prevede, in tal senso, esplicitamente e specificamente l’operatività dell’istituto de quo in materia di responsabilità amministrativa dipendente da reato delle persone giuridiche, prevedendo anche in tale delicato settore la possibilità di disporre una misura cautelare-conservativa di molteplici ed eterogenei beni presenti a livello societario, per preordinarli a una successiva misura di confisca per equivalente, nell’ipotesi in cui il corpus specifico della confisca ordinariamente intesa non sia più esistente, in rerum natura o a livello meramente giuridico, evitando pertanto la perdita parziale della capacità deterrente e sanzionatoria ontologicamente propria delle misure di confisca.

 

La presa di posizione della Corte di Cassazione

Proprio su tale tema e sulle sue criticità si è recentemente avuto un intervento della Suprema Corte di Cassazione che, con la pronuncia 12 febbraio 2018 n. 6742, ha enunciato un puntuale e altrettanto rilevante principio di diritto.

Quest’ultimo si individua puntualmente nella necessità che, a seguito del sequestro preventivo effettuato su beni e valori societari, quali possono essere individuati in aziende, beni, titoli, quote azionarie o anche liquidità depositate, il custode amministratore giudiziario, nominato dall’autorità giurisdizionale competente, debba consentire l’utilizzo e la gestione dei beni e valori, ancorché sottoposti alla misura conservativo-cautelare, esclusivamente al fine di garantire la continuità e lo sviluppo aziendali, con il minor turbamento possibile sulle operazioni poste in essere commercialmente dalla società raggiunta dal sequestro preventivo dei propri beni.

Tale principio di diritto risulta essere estremamente rilevante nell’ambito della tematica della applicabilità e delle modalità di applicabilità delle misure cautelari alle persone giuridiche, in quanto, rispetto a queste ultime, vi è una esigenza fortemente avvertita come di imperativa considerazione; quella a ché le misure di sequestro disposte, pur imprescindibili nella loro finalità ed utilità, siano disposte con la considerazione della sussistenza di una necessità opposta ed altrettanto rilevante; quella di non alterare (id est: pregiudicare) lo svolgimento delle attività societarie.

La necessaria composizione delle differenti esigenze sussistenti in caso di disposizione di misure conservative che vadano a colpire beni dell’assetto societario, viene materializzata e resa possibile con la nomina della stessa figura menzionata all’interno della pronuncia dei giudici di piazza Cavour; ovverosia il custode e amministratore giudiziario. Tale figura risulta infatti essere imprescindibile nel suo ruolo di vigilante sulla gestione dei beni sottoposti a sequestro e costituisce la longa manus dell’autorità giudiziaria sull’operato degli organi societari nell’utilizzo dei beni colpiti dalla misura cautelare preventiva.

La pronuncia succitata, in realtà, non esplicita principi di diritto rivoluzionari, in quanto le affermazioni della Suprema Corte risultavano già fondanti un orientamento giurisprudenziale della stessa oramai ben consolidato. La vera rilevanza della pronuncia è quella di consentire talune osservazioni e riflessioni sull’operatività dei reati ambientali nelle ipotesi in cui il soggetto responsabile non sia stricto sensu identificabile come una persona fisica ma sia, al contrario (rectius: parallelamente) rappresentato da una persona giuridica.

Focalizzando comunque l’attenzione sulla latitudine operativa della misura della confisca in caso di responsabilità penale (che, in caso di enti e società, viene delineata come una responsabilità amministrativa dipendente da reato) si può osservare come il codice penale contempli sostanzialmente due tipologie di misura: l’una, disciplinata dall’art. 240, I comma, c.p., caratterizzata dalla finalità di sicurezza patrimoniale e facoltativa, concernente i mezzi di esecuzione del reato ovvero delle cose che ne costituiscono prodotto ovvero profitto, l’altra, regolamentata al II comma del medesimo articolo, obbligatoria e disposta a seguito della pronuncia di accertamento della responsabilità penale, riguardante le cose che costituiscono il prezzo del reato, ovvero dei beni e strumenti informatici utilizzati per la consumazione dei reati individuati tassativamente e, infine, delle cose, la cui fabbricazione, porto, detenzione, uso od alienazione costituiscono ex se reato.

 

L’istituto della confisca per equivalente

Vera e propria rivoluzione normativa si è avuta poi con la enucleazione di una particolare forma di confisca, differente da quelle precedentemente enunciate a livello propriamente strutturale ed ontologico. L’art. 322-ter c.p. prevede infatti la confisca per equivalente. Il termine da ultimo citato consente immediatamente di cogliere la peculiarità della stessa misura e la sua finalità oggettuale. La confisca per equivalente risulta infatti essere disposta su beni differenti da quelli costituenti prezzo o profitto del reato ma aventi valore a questi ultimi corrispondente, misura disposta, nel caso che interessa, con la pronuncia che accerta la responsabilità per taluni reati contro la pubblica amministrazione. La natura giuridica di tale misura è stata al centro di un fervente dibattito, peraltro travalicante anche i confini nazionali e involgente la giurisprudenza europea. Dopo varie contrapposizioni ideologiche, la confisca per equivalente è stata definitivamente qualificata come misura sanzionatoria, specialmente per il suo mancato collegamento con un elemento costituente la fattispecie incriminatrice costituito, nelle altre misure di confisca, dal prezzo o dal prodotto del reato.

La misura della confisca per equivalente, comprendente la sua naturale portata sanzionatoria, è stata poi estesa nella sua operatività, abbracciando altresì i reati ambientali, esemplificativa è l’enucleazione degli artt. 452-undecies c.p., e 260, IV comma, d.lgs. 152/2006 che la prevedono espressamente e puntualmente.

L’ultimo approdo della confisca, altresì nella sua forma per equivalente, è costituito proprio dalla disciplina della responsabilità amministrativa dipendente da reato delle persone giuridiche, normativamente rappresentata dal d.lgs. 231/2001.

Come detto in apertura, i principi enunciati dal giudice nomofilattico nella sentenza 6742/2018 non sono in realtà innovativi e rivoluzionari, posto che compongono un orientamento oramai solidificato in seno alla Cassazione ma, nondimeno, offrono lo spunto per talune riflessioni sulla misura.

Anzitutto, al di là della notoria considerazione circa l’esistenza di beni e valori impossibilitati ad essere raggiunti da misura ablatoria, interessante è la disposizione della confisca per equivalente in caso di concorso soggettivo tra persona fisica e giuridica nella consumazione di un reato ambientale.

Sul punto, fondamentale l’intervento delle Sezioni Unite che, con la sentenza 26654/2008, hanno sancito esplicitamente come in caso di tale forma plurisoggettiva di illecito, la solidarietà che permea il lato dei soggetti responsabili determina la configurabilità della misura ablatoria per l’intera entità riscontrato ed indifferentemente dal soggetto interessato direttamente dalla confisca, purché la misura così impostata non determini duplicazioni espropriative, oltrepassando il valore per cui è stata disposta. Su tale affermazioni si sono sollevate, però, una moltitudine di critiche.

La prima problematica rinvenuta è stata la considerazione, reputata irreale, della possibilità di un concorso soggettivo tra persona fisica e giuridica. Non può infatti ritenersi corretto affermare che la persona fisica possa essere chiamata a rispondere di una responsabilità lato sensu penale dell’ente, al massimo potrebbe affermarsi l’esatto contrario. Altra critica è che la affermazione delle Sezioni Unite non tenga in debito conto la differenza ontologica delle due forme di responsabilità, strettamente penale per la persona fisica, amministrativa dipendente da reato per la persona giuridica, operando una reductio ad unicum quantomeno banalizzante.

Ulteriore punctum dolens delle affermazioni del giudice di legittimità è quello di non dare il giusto peso al fatto che un illecito commesso in vantaggio dell’ente o di cui, comunque, quest’ultimo abbia tratto un beneficio, determina l’esclusiva responsabilità della persona giuridica, non potendosi ammettere tale forma di solidarietà.

Tutto quanto osservato, specialmente dalla dottrina, ha fondato un orientamento interpretativo contrastante con quello delle Sezioni Unite, fondato sulla considerazione della necessaria, ove praticabile, differenziazione dei beni e valori sottoposti a confisca, con omologazione degli stessi alla responsabilità del soggetto cui sono strettamente collegati, pur rimanendo, nella forma per equivalente, misure sanzionatorie.

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