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Tutela Consumatori in ambito di sostenibilità

Tutela Consumatori e Pratiche Commerciali Sleali: la risposta UE

Il 6 marzo 2024 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea la direttiva (UE) 2024/825 con la quale è stata modificata la disciplina della tutela dei consumatori rispetto al tema delle pratiche commerciali sleali in materia di sostenibilità.

In questo caso, sostenibilità intesa all’associare ad un prodotto informazioni legate alla sostenibilità ambientale o sociale dello stesso, senza tuttavia garantire la chiarezza, l’affidabilità e la pertinenza delle informazioni stesse, con il risultato di trarre in inganno il consumatore che pur vorrebbe orientare le proprie scelte di consumo verso prodotti più sostenibili.

Si tratta, ad esempio, di pratiche associate all’obsolescenza precoce dei beni, alle asserzioni ambientali ingannevoli (c.d. greenwashing), alle informazioni ingannevoli sulle caratteristiche sociali dei prodotti o delle imprese (c.d. socialwashing).

Anzitutto, la direttiva del 2024 ha modificato la direttiva 2005/29/CE (c.d. direttiva sulle pratiche commerciali sleali). Una prima modifica ha inciso sull’art. 6 della direttiva 2005/29/CE, riguardante le “azioni ingannevoli”, definite come quelle pratiche commerciali che contengono informazioni false o che, seppur corrette, sono formulate in modo tale da ingannare il consumatore medio, inducendolo a compiere una decisione commerciale che altrimenti non avrebbe preso.

Il legislatore europeo offre, dunque, un elenco di elementi dai quali dedurre l’ingannevolezza della pratica, a cui la direttiva (UE) 2024/825 ve ne ha aggiunto alcuni riferiti specificamente alle pratiche scorrette in materia di sostenibilità.

Nello specifico, l’ultima direttiva ha modificato l’art. 6, par. 1, lett. b). In base alla norma, l’ingannevolezza di una pratica può essere desunta dalle “caratteristiche principali del prodotto, quali la sua disponibilità, i vantaggi, i rischi, l’esecuzione, la composizione” ed ora anche dalle “caratteristiche ambientali o sociali, gli accessori, gli aspetti relativi alla circolarità, quali la durabilità, la riparabilità o la riciclabilità”.

Le asserzioni sulla sostenibilità dei prodotti

Ugualmente, è stato modificato il par. 2, lett. d), sicché ora si devono ritenere possibili indicatori di ingannevolezza la formulazione di un’asserzione ambientale relativa a prestazioni ambientali future che non include impegni chiari, oggettivi, pubblicamente disponibili e verificabili stabiliti in un piano di attuazione dettagliato e realistico e che includa obiettivi misurabili e con scadenze precise”.

È stato inoltre integrato il contenuto dell’art. 7 della direttiva 2005/29/CE, riguardante le c.d. omissioni ingannevoli. Nella specie, è stato introdotto un nuovo par. 7 con il quale si impone agli operatori economici che forniscono un servizio di raffronto fra prodotti di indicante anche le informazioni sul metodo di raffronto applicato e le misure di aggiornamento dello stesso.

La direttiva (UE) 2024/825 ha modificato altresì l’Allegato I della direttiva 2005/29/CE (avente ad oggetto le “pratiche commerciali considerate in ogni caso sleali”), integrandovi nuove ipotesi di pratiche commerciali ingannevoli.

Tra queste, possiamo citare l’esibizione di un marchio di sostenibilità non basato su un sistema di certificazione o non stabilito da autorità pubbliche; la formulazione di un’asserzione ambientale generica per la quale l’operatore economico non è in grado di dimostrare l’eccellenza riconosciuta delle prestazioni ambientali pertinenti all’asserzione, ovvero concernente il prodotto o l’attività dell’operatore economico complessivamente quando invece riguarda soltanto un determinato aspetto del prodotto o uno specifico elemento dell’attività dell’operatore economico”. Ancora, viene condannata la pratica con la quale si asserisce falsamente che un prodotto ha un impatto neutro, ridotto o positivo sull’ambiente in termini di emissioni di gas a effetto serra.

Le asserzioni sulla durabilità e riparabilità dei prodotti

Sotto il profilo della durabilità dei prodotti digitali, l’Allegato I individua come ingannevoli anche quelle pratiche volte a mantenere il consumatore all’oscuro del fatto che un dato aggiornamento del software inciderà negativamente sul funzionamento di beni che comprendono elementi digitali o sull’uso del contenuto digitale o dei servizi digitali o che, al contrario, presentano come necessario un aggiornamento del software, il quale però si limita solo a migliorare alcune caratteristiche di funzionalità, come pure asserire falsamente che, in condizioni d’uso normali, il bene presenta una determinata durabilità in termini di tempo o intensità d’uso.

Ancora, con specifico riguardo al tema della riparabilità dei prodotti, alla luce della riforma è considerata scorretta la pratica con la quale l’operatore economico presenta un prodotto come riparabile quando non lo è, ovvero in forza della quale il consumatore è indotto a sostituire o reintegrare materiali di consumo del bene per motivi tecnici prima di quanto sarebbe effettivamente necessario.

Infine, sono considerati indici di ingannevolezza la mancata informazione circa il fatto che la funzionalità di un bene può essere compromessa dall’utilizzo di materiali di consumo, pezzi di ricambio o accessori non forniti dal produttore originale, come anche la falsa asserzione che tale compromissione si verificherà. È, inoltre, censurabile presentare requisiti imposti per legge sul mercato dell’Unione come se questi fossero un tratto distintivo dell’offerta dell’operatore economico.

In secondo luogo, la riforma del 2024 ha modificato la direttiva 2011/83/UE, specie con riferimento alla disciplina di garanzia commerciale di durabilità dei prodotti. L’obiettivo del legislatore europeo è, infatti, stimolare la domanda e l’offerta di beni più durevoli attraverso la circolazione di informazioni specifiche sulla durabilità e riparabilità del prodotto.

Un “buon indicatore” di durabilità del prodotto è individuato dalla direttiva (UE) 2024/825 nella “garanzia commerciale di durabilità”, definita come quella garanzia “in base alla quale il produttore è responsabile direttamente nei confronti del consumatore per la riparazione o la sostituzione dei beni nell’arco di tutto il periodo di durata della garanzia commerciale di durabilità in conformità dell’articolo 14 della direttiva (UE) 2019/771, qualora i beni non mantengano la propria durabilità” (nuovo art. 2, n. 14-bis) della direttiva 2011/83/UE).

L’art. 22-bis (Avviso armonizzato ed etichetta armonizzata) della direttiva 2011/83/UE, di nuovo conio, è stata introdotta con il fine precipuo di fornire ai consumatori l’informazione sulla garanzia di durabilità per un determinato bene. Più precisamente, i venditori saranno tenuti ad informare i consumatori circa l’esistenza e la durata di qualsiasi garanzia commerciale di durabilità superiore a due anni, offerta dal produttore, e senza costi aggiuntivi.

Tale obbligo, tuttavia, sussiste solo se il produttore mette a disposizione del venditore (operatore economico) dette informazioni. Detto in altri termini, “l’operatore economico non dovrebbe essere tenuto a cercare attivamente di ottenere tale informazione presso il produttore, ad esempio effettuando ricerche su siti web specifici del prodotto” (cons. 26).

 La direttiva del 2024 in esame ha modificato l’art. 5 della direttiva 2011/83/UE, relativo agli “Obblighi d’informazione per contratti diversi dai contratti a distanza o negoziati fuori dei locali commerciali”, richiedendo ora, in particolare, che il professionista indichi un promemoria dell’esistenza della garanzia legale di conformità per i beni e dei suoi elementi principali (inclusi i contenuti ed i servizi digitali), compresa la durata minima di due anni ai sensi della direttiva (UE) 2019/771, in modo visibile, utilizzando l’avviso armonizzato di cui all’articolo 22-bis

Inoltre, ove gli operatori non fossero tenuti ad indicare l’indice di riparabilità dei beni ai sensi dell’art. 5, par. 1, nuova lett. i) e a condizione che il produttore metta le informazioni a disposizione dell’operatore economico, informazioni concernenti la disponibilità, il costo stimato e la procedura di ordinazione dei pezzi di ricambio necessari per mantenere la conformità dei beni, gli operatori economici dovranno fornire ai consumatori informazioni sulla disponibilità di istruzioni per la riparazione e la manutenzione ed informazioni sulle restrizioni alla riparazione.

Ulteriori modifiche hanno inciso anche sull’art. 6 della direttiva 2011/83/UE, riguardante gli “Obblighi di informazione per i contratti a distanza e per i contratti negoziati fuori dei locali commerciali”. L’art. 6, che riprende lo schema dell’art. 5, dispone che prima della conclusione del contratto, il professionista deve fornire al consumatore le informazioni indicate al par. 1, in modo chiaro e comprensibile.

In particolare, per effetto della riforma, dette informazioni, oltre a quelle precedentemente menzionate, riguardano altresì “le modalità di pagamento, consegna, incluse ove disponibili opzioni di consegna rispettose dell’ambiente, esecuzione, la data entro la quale l’operatore economico si impegna a consegnare i beni o a prestare i servizi e, se del caso, il trattamento dei reclami da parte dell’operatore economico” (art. 6, par. 1, lett. g) della direttiva 2011/83/UE, come riformulato dalla direttiva (UE) 2024/825).

Le nuove misure introdotte dalla direttiva (UE) 2024/825 dovranno essere attuate dagli Stati membri entro il 27 marzo 2026. Si tratta di modifiche ormai necessarie e sentite dai consumatori, specie a fronte delle purtroppo sempre più numerose vicende di greenwashing e socialwashing che, pian piano, emergono, spesso mal veicolati dalla rete e dai social e lesive, non solo degli interessi dei consumatori, ma pure le stesse imprese che, concretamente, si impegnano ad attuare, sostenendone i costi, un modello produttivo più sostenibile.

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