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Modello 231 e violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro

In tema di responsabilità da reato degli enti, i reati colposi (omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro sono tra i più spinosi da affrontare, sia per l’interprete della norma, data la difficoltà nel conciliare questo tipo di reati con il meccanismo di responsabilità individuato dal decreto 231, sia per l’ente, chiamato a disporre un modello in grado di tutelare efficacemente i propri dipendenti e idoneo a garantire l’esclusione di eventuali addebiti di responsabilità.

La sentenza Cass. Pen., Sez. IV, n. 29538/2019 del 28.05.2019 costituisce uno spunto interessante per entrambe le questioni, dal momento che interviene in relazione a un caso di morte di un lavoratore avvenuta all’interno di un’azienda dotata di una certificazione di conformità in tema di sicurezza sul luogo di lavoro.

Andando con ordine, per quanto riguarda la compatibilità dei reati colposi con il D.Lgs 231/2001, la questione nasce dal fatto che il decreto richiede necessario, per considerare l’ente responsabile di un reato, che il reato sia stato commesso da un apicale o dipendente, e che sia stato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente stesso.

Si tratta di due requisiti, questi ultimi, sulla cui interpretazione la giurisprudenza è intervenuta diverse volte, stabilendo che si tratta di requisiti alternativi tra loro, che impongono al giudice una valutazione differente: il primo va considerato ex ante, sulla base quindi del probabile effetto positivo per l’ente derivante dal reato, il secondo invece ex post, con riguardo all’effettivo vantaggio conseguito.

Tali requisiti sono perfettamente compatibili con i reati dolosi, su cui si basava l’originario catalogo dei reati presupposto del decreto 231, ma risultano di complessa interpretazione con riferimento ai reati colposi e, nello specifico, con i reati di omicidio colposo e lesioni gravi o gravissime.

Quale può essere l’interesse o il vantaggio per l’ente derivante dalla morte di un dipendente? La risposta che è stata data dalla giurisprudenza è che l’interesse o il vantaggio possono concretizzarsi in un risparmio dei costi sulla predisposizione o la manutenzione delle necessarie misure di sicurezza; questa spiegazione tuttavia non armonizza appieno il meccanismo di responsabilità 231 con i reati colposi, poiché il risparmio sui costi non si concretizza con la morte o le lesioni del dipendente, ossia non è conseguenza diretta del reato, come avviene per tutti gli altri reati del catalogo. Semmai, la morte o le lesioni del dipendente sono conseguenza del risparmio sule misure di sicurezza.

Il nodo è stato sciolto dalla Suprema Corte nel purtroppo celebre caso “Thyssenkrupp”, con la sentenza n. 38343/2014, che ha affermato il seguente principio (cui poi è seguita giurisprudenza consolidata): “In tema di responsabilità da reato degli enti derivante da reati colposi di evento, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell’art. 5 d.lg. n. 231 del 2001 all’”interesse o al vantaggio”, devono essere riferiti alla condotta e non all’evento.”

Tradotto nel caso concreto, i criteri dell’interesse e vantaggio vanno indagati con riferimento alla mancata predisposizione di norme di sicurezza, e non alla morte o le lesioni. Si tratta di un distinguo necessario per giustificare l’ingresso di questi reati all’interno del catalogo 231, la cui presenza è peraltro necessaria, e non renderne l’applicazione impossibile.

La sentenza 29538/2019 si inserisce nel solco di questa giurisprudenza consolidata, condannando l’ente a causa dell’installazione di barriere non conformi e della mancata attuazione di sistemi di sicurezza e prevenzione in grado di impedire l’accesso ai dipendenti ad aree pericolose con i macchinari in funzione (nel caso di specie il dipendente è rimasto ucciso da un macchinario per la verniciatura: accortosi di un malfunzionamento dei rulli, il dipendente si era posizionato in una zona pericolosa, con i macchinari in funzione, ed è purtroppo rimasto coinvolto in un incidente mortale. Secondo la Corte, un adeguato sistema di sicurezza e prevenzione avrebbe dovuto impedire tale accesso).

La sentenza è altrettanto interessante, come si diceva in precedenza, anche con riguardo all’implementazione del modello, avvenuta seguendo le migliori linee guida in tema di sicurezza. L’ente infatti, in sede di ricorso, contestava l’interpretazione dei giudici d’appello, rilevando di aver adottato, e soprattutto applicato in tutte le sue parti, un modello organizzativo conforme alle linee guida BS OHSAS 18001:2017.

Si tratta di linee guida indicate dallo stesso Testo Unico in materia di Tutela della Salute e della Sicurezza (D.Lgs 81/2008), all’art. 30, comma 5, in cui si stabilisce una presunzione di conformità del modello organizzativo, adottato seguendo queste indicazioni, ai requisiti imposti dalla stessa norma.

Ricordiamo che il criterio di imputazione escogitato per attribuire una responsabilità agli enti consiste nella c.d. colpa organizzativa, ossia nella mancata predisposizione delle misure idonee a prevenire un reato (il modello organizzativo).

Il modello, per essere considerato idoneo, deve essere redatto seguendo le cd best practice, ossia secondo le migliori conoscenze disponibili in quel momento storico; tuttavia, il rispetto di questo requisito non basta: è infatti necessario che tale modello sia efficacemente tradotto in azioni concrete e non rimanga solo sulla carta; è inoltre necessario che il suo rispetto sia controllato da un organismo ad hoc, l’Organismo di Vigilanza, che è anche chiamato a curarne l’aggiornamento.

La presunzione di conformità inserita nell’art. 30, c. 5, del T.U. Sicurezza tuttavia non supera la discrezionalità del giudice: una presunzione vincolante per il giudice, oltre a presentare profili di incostituzionalità, avrebbe potenzialmente determinato la conseguenza che gli enti, per mettersi al riparo da ogni addebito, avrebbero fatto in modo di adeguarsi a tali disposizioni senza curarne effettivamente l’applicazione pratica.

L’efficace predisposizione e attuazione del modello richiede invece un impegno concreto da parte dell’ente, al quale il D.Lgs 231/2001 attribuisce un ruolo attivo nel contrasto all’illegalità, delegandogli compiti di controllo e prevenzione.

Nel caso particolare, il modello, benché conforme agli standard nazionali stabiliti dalla legge, è stato giudicato non adottato con riguardo allo specifico settore in cui si è verificato l’incidente, poiché non indicava modalità operative di ricerca dei problemi sui nastri, che se previste avrebbero potuto evitare al dipendente di recarsi nella zona pericolosa; inoltre, era emerso nel giudizio che l’Organismo di Vigilanza non aveva attivato le attività propedeutiche ai controlli dei rischi connessi allo specifico segmento dell’attività: una mancanza decisiva per determinare la “colpa” dell’ente.

Dalla sentenza in esame si può quindi ricavare un importante insegnamento: non si può fare totale affidamento al fatto di essersi adeguati alle best practices in materia di sicurezza sul lavoro, ma è necessario applicare nel concreto tutte le misure più ragionevoli e idonee a garantire la sicurezza sul posto di lavoro, declinandole caso per caso alle esigenze concrete, ed effettuando controlli efficaci sul rispetto di tali misure, in grado anche di rilevare eventuali falle nella sicurezza.

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