0
riciclaggio di denaro

Riciclaggio denaro: un rischio sempre maggiore per le aziende

Sapete chi vi paga per i prodotti e i servizi che fornite? Le banche e gli altri istituti finanziari sono da anni alle prese con la questione della conoscenza e verifica dei loro clienti. Ma che dire delle aziende e degli altri enti non finanziari che ricevono pagamenti da terzi, non verificati, per beni e servizi forniti?

La questione è emersa sulla scia dei recenti scandali globali sul riciclaggio di denaro sporco, che hanno richiamato l’attenzione sulle complesse reti internazionali di trasferimenti di denaro destinate a nascondere le informazioni sulla proprietà/titolarità effettiva. Produttori, distributori, aziende di servizi e altre istituzioni non finanziarie si trovano sempre più spesso nel mirino dei potenziali riciclatori di denaro.

Di conseguenza, si trovano esposti al rischio di reputazione, al potenziale coinvolgimento in costose indagini e alla sfida di come graduare ed estendere una risposta di conformità antiriciclaggio (AML) che rifletta il concreto rischio, ma allo stesso tempo sia pratica per una società che opera a livello transfrontaliero e vuole ricevere pagamenti per attività commerciali legittime. Le società quotate in borsa possono essere esposte a rischi aggiuntivi nella misura in cui le autorità di regolamentazione o i revisori esterni ritengono che la questione incida sui controlli interni per l’informativa finanziaria o, più in generale, sui requisiti di conformità e di controllo della società.

Mentre un decennio fa le banche erano considerate il principale settore a rischio di trasferimenti illeciti di denaro, i recenti scandali globali sul riciclaggio di denaro hanno dimostrato che anche gli istituti non finanziari dovrebbero essere cauti nel ricevere pagamenti da terzi.

Le aziende, che non sono soggette alle stesse severe norme di due diligence e Know Your Customer (KYC) degli istituti finanziari, stanno lavorando per calibrare il livello appropriato di procedure che possono adottare per meglio identificare i pagamenti provenienti da soggetti “terzi”. Questa valutazione aziendale interna è importante non solo per la possibile sanzione derivante da indagini delle autorità di controllo, ma anche per il possibile danno alla reputazione che potrebbe derivare dall’essere l’indagine resa pubblica.

 

La due diligence

Le aziende stanno scegliendo di affrontare (o meno) questi rischi economici e di reputazione in vari modi. Sul versante più aggressivo, le compagnie potrebbero avvalersi dell’assenza di regolamentazione e accettare pagamenti da qualsiasi fonte per i prodotti o i servizi legittimamente forniti.

Tuttavia, questo approccio è miope perché le società soggette alla giurisdizione in un paese con un regime attivo di applicazione della legge antiriciclaggio, come l’Italia, potrebbero trovarsi involontariamente invischiate nel numero crescente di indagini antiriciclaggio ed essere soggette ad azioni di esecuzione nella misura in cui le autorità giudiziarie o di regolamentazione le considerino partecipanti al riciclaggio di denaro o anche solo colposamente carenti nel controllo delle situazioni illegali.

Nel concreto, tuttavia, le imprese incontrano difficoltà nell’individuare le fonti di finanziamento in una varietà di contesti commerciali e non solo bancari. I rischi che ne derivano sono particolarmente elevati se nella pratica si emettono rimborsi, si effettuano pagamenti di restituzione a terze parti o si concludono transazioni in cui il prodotto non viene consegnato o che comunque presentano le caratteristiche dei tipici schemi di riciclaggio di denaro basati sul commercio.

Nella prospettiva più conservatrice, le imprese dovrebbero rifiutare i pagamenti da parte di terzi non controllati. Questo approccio, tuttavia, potrebbe avere un costo finanziario elevato, derivante dalla perdita di crediti o da un significativo aumento delle spese di compliance aziendale e di monitoraggio per le aziende con clienti in tutto il mondo.

La maggior parte delle imprese finirà probabilmente tra questi due estremi nell’attività di revisione dei loro processi. Questo terreno di mezzo è dove le aziende hanno l’opportunità di personalizzare le soluzioni creative per i loro modelli di business.

Mentre infatti ci sono situazioni che riguardano tutte le aziende in generale, ogni società deve poi affrontare rischi e realtà diverse. Per tale motivo, la risposta al problema di due diligence, anche in materia di compliance antiriciclaggio, dovrebbe essere adattata al profilo di rischio specifico e particolare dell’impresa.

 

Quando condurre la due diligence

Una prima questione da affrontare è quando la due diligence dovrebbe essere condotta sui pagamenti da parte di terze parti e come organizzare il rapporto con il cliente per rendere conto di tale necessità. Un’opzione è che le imprese possano fare di più quando acquisiscono un nuovo cliente, per identificare i terzi pagatori da quest’ultimo autorizzati.

Ad esempio, un’azienda potrebbe chiedere a un cliente di indicare degli eventuali pagatori per suo conto e, a seconda del livello di due diligence previsto per ciascuno di essi, limitare il cliente a un certo numero di pagatori e concludere un accordo con il cliente in merito alle misure da adottare se un pagamento provenisse da un soggetto non precedentemente elencato. Per alleggerire l’onere finanziario, l’azienda potrebbe prendere in considerazione la possibilità di addebitare ai clienti l’attività di controllo sui terzi pagatori.

L’impresa potrebbe anche decidere se effettuare una due diligence sui terzi pagatori indicati, o solo se questi ultimi effettuano effettivamente dei pagamenti. Un’altra opzione ancora prevede che l’azienda richieda dichiarazioni o certificazioni accompagnatorie per accertare la provenienza lecita di eventuali pagamenti da parte di terzi.

 

Quanta due diligence?

Nel valutare la “quantità” di due diligence richiesta nel caso di pagamenti provenienti da terzi, una regola empirica generale è che i terzi pagatori dovrebbero essere soggetti almeno allo stesso livello di due diligence dei clienti, in particolare di quelli ai quali la società concederebbe credito. Nell’ambito del processo di integrazione, o come parte della successiva due diligence su un terzo pagatore, l’azienda potrebbe anche richiedere ai clienti di confermare e garantire per eventuali terzi pagatori. Insieme, queste misure, oltre a fornire un certo “comfort” antiriciclaggio, contribuirebbero a proteggere l’azienda dal rischio di essere sfruttata finanziariamente.

Naturalmente, l’azienda dovrebbe essere particolarmente cauta quando invia denaro, come quando emette un rimborso su una proposta commerciale o quando restituisce un pagamento eccessivo.

Il rischio reputazionale e i costi di indagini antiriciclaggio superano sempre i costi e i tempi di esecuzione di un’adeguata due diligence sui terzi pagatori. Tale due diligence e cautela generale nei confronti dei terzi pagatori è attesa dagli organismi preposti all’applicazione della legge, e rappresenta un approccio basato sulle migliori pratiche.

Tuttavia, la mancanza di standard governativi in questo settore, le variazioni tra le aziende in termini di dimensioni, complessità e numero di terzi pagatori nel modello di business, impongono che la miglior soluzione debba essere attentamente adattata per tenere conto delle concrete esigenze dell’azienda.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (3 votes, average: 5,00 out of 5)
Loading...

Lascia un commento

Your email address will not be published.