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blockchain revolution: limiti legali della tecnologia

Blockchain Legal Revolution: 60 Sfumature di Plutocrazia

Il potenziale rivoluzionario delle blockchain nel condurre la rivoluzione dei servizi legali è stato promesso a lungo, ma assai pigro nella consegna di risultati tangibili.

Il disallineamento tra promessa (hype) e realtà, trae origine in parte da una serie di fraintendimenti e convinzioni errate, inclusa la fusione di terminologia, vocabolario tecnico-giuridico e tecnico-scientifico, come nel caso di “validazione” ed “immutabilità”.

È opportuno evidenziare le insidie sottostanti all’impiego di Distributed Ledger Technology (come blockchain) come tecnologia emergente di asset registry e sfatare il mito che vede gli smart contracts come già pronti a rivoluzionare/mandare in soffitta la professione legale.

Qualsiasi discussione sulle blockchain deve partire dal distinguo tra blockchain permissionless, come la blockchain bitcoin, e blockchain permissioned, come Corda.

Gli argomenti validi nell’ambito del Bitcoin sono inapplicabili nell’ ambito di Corda e viceversa.

La maggior parte delle discussioni che ruotano intorno alle applicazioni blockchain nel contesto “giuridico” riguardano blockchain di tipo permissionless, che riflettono seduzione e fascino popolare diffusi, vista la loro natura decentralizzata, immutabile e –presumibilmente- trustless, senza entri di controllo centralizzati.

Tutti questi termini sono generalmente poco o mal compresi dai giuristi, che troppo spesso li prendono per buoni al valore nominale.

Molte blockchain permissionless, tra cui bitcoin, sono altamente centralizzate in termini di numero di programmatori responsabili del codice sottostante e/o della potenza di mining.

Nonostante il processo di validation (convalida) sia diffuso, questo è anche -in gran parte- deterministico e privo di discrezionalità.

La facoltà di scelta non figura all’interno del decision making decentralizzato, processo interamente automatizzato, deterministico e quasi integralmente algoritmo-controllato.

La “convalida” è basata sul soddisfacimento delle condizioni tecniche richieste dai coders.

In linea di principio, un nodo non può “decidere” di rifiutare una transazione che soddisfi i criteri di validazione, o viceversa accettare una transazione che non lo fa.

Il “consenso a catena di blocco” è quindi di non facile mappatura rispetto al significato giuridico e politico del termine, che denota il processo di raggiungimento di un accordo tra i componenti di un gruppo.

Esiste una limitata libertà di scelta per i “minatori validatori“, che possono decidere quali transazioni valide includere nei blocchi che convalidano, ma i minatori non rappresentano il demos (popolo) di un network a catena di blocchi.

A fronte delle elevate spese necessarie cui è correlato l’esercizio stesso, segnatamente potere computazionale (hardware) ed energia elettrica, il mining power è altamente concentrato nella mani di pochi operatori, si consideri ad esempio il cluster misterioso di 1600 investitori che va sotto il nome di Bitcoin Whales, che da solo controlla circa 38 miliardi di dollari della criptovaluta, un terzo del mercato globale.

Analogo discorso per il Bitcoin Mining Pool, quattro società cinesi che gestiscono oltre il 70% delle transazioni del network bitcoin, conferendogli di fatto un potere di veto assoluto rispetto a qualsiasi modifica infrastrutturale.

La struttura di tali blockchain è quindi maggiormente caratterizzata da una componente plutocratica piuttosto che democratica.

Anche se tali blockchain hanno il supposto scopo di promuovere la trustless trust, sostituendo la dipendenza dalle istituzioni umane con affidamento sul codice, l’ossimorica fiducia-senza-bisogno-di-fidarsi semplicemente non esiste.

I codici Blockchain non si auto-generano. Affidarsi ad una particolare blockchain postula l’obbligo preliminare di riporre fiducia in chi compie a monte l’operazione di codifica/programmazione: il coder, il programmatore software, che scarseggiano dal punto di vista numerico e –soprattutto- possono commettere errori.

Notoriamente pare che un recente bug scoperto all’interno di un codice relativamente maturo della blockchain bitcoin, abbia consentito ai miners di mala fede di implementare artificialmente l’offerta –teoricamente- finita e contingentata di criptovalute bitcoin.

Forse più problematico è il supposto carattere immutabile delle blockchain.

Molti erroneamente ritengono che ciò significhi che, una volta scritte le informazioni in un blocco e aggiunto lo stesso al libro mastro (ledger), questo non possa più essere modificato, rendendo così le blockchains la tecnologia perfetta per la registrazione documentale.

In primo luogo, l’immutabilità non è un concetto assoluto, ma indossa sessanta sfumature di grigio.

Le transazioni diventano sempre più immutabili man mano che vengono sepolte più in profondità nella blockchain, ma sono inizialmente instabili, da cui la regola di prudenza generale di attendere sei blocchi di conferma prima di trattare una transazione come finale nella blockchain bitcoin.

In secondo luogo, gli eventi off-chain non possono essere verificati da una blockchain: questa non può verificare se il trasferimento di proprietà su un bene immobile sia stato registrato dal suo legittimo proprietario o da un truffatore.

Non è possibile stabilire se i trasferimenti che soddisfino i requisiti tecnici della convalida siano altresì giuridicamente validi ed efficaci.

Questo è forse meglio dimostrato dall’assurdo progetto Legalfling, volto a registrare il consenso alle relazioni sessuali su una blockchain dedicata.

Un disclaimer avvertiva gli utenti: “il sistema incontra dei limiti nel caso in cui una delle parti menta palesemente”.

Quel che è peggio è che la natura decentralizzata delle blockchain senza autorizzazioni, quelle permissionless, preclude la possibilità di esperire rimedi giudiziari comuni quali la rettifica come mezzo di correzione degli errori.

Inoltre, non si è compreso il ruolo della legge nel garantire la titolarità del diritto attraverso la registrazione.

In tutto il mondo esistono diversi sistemi di registrazione, che forniscono maggiori o minori garanzie circa l’accuratezza del registro, ma nessuno garantisce l’autorità assoluta.

Si verificheranno inevitabilmente errori e gli attori economici disonesti esistono –con ampio margine di distribuzione e concentrazione geografica- in ogni società umana.

Nonostante la blockchain sia spesso etichettata come sicura, non garantisce sicurezza all’utente finale: è l’ end-user a dover proteggere la propria chiave privata, ricordandoci ancora una volta che il numero degli hacker “cattivi” black hat è esponenzialmente cresciuto negli ultimi anni,  e le frodi informatiche sono perpetrate al ritmo di una ogni 39 secondi su scala globale, alla media di 2.244 attacchi giornalieri (fonte University of Maryland)

Dato che la maggior parte delle frodi oggi hanno ad oggetto l’utente finale piuttosto che il registro di sistema, sembra discretamente prevedibile che una transizione di massa verso le blockchain si tradurrà in un aumento della criminalità informatica.

La blockchain senza autorizzazione comporta un altro difetto fondamentale come registro dei beni: vista la natura di registro decentrato, esistono copie multiple dello stesso.

L’algoritmo di consenso delle blockchain è progettato per garantire che tutte queste copie siano identiche tra loro, ma le incoerenze (chiamate in gergo forks, biforcazioni) possono svilupparsi per una serie di ragioni.

I malfunzionamenti di rete potrebbero lasciare alcuni nodi scollegati ad altri.

Più preoccupante è l’uso di software (o bug) incoerenti i quali possono dar vita a biforcazioni durevoli: bitcoin (BTC), bitcoin cash ABC (BCH ABC), bitcoin cash SV (BCH SV), bitcoin gold (BTG) e bitcoin private (BTCP).

Inizialmente visti con orrore, ora i forks sono visti in maniera più ottimistica dai cripto-maniaci, ma le stesse biforcazioni che in ambito criptovalute hanno un peso relativo, in caso di verificazione all’interno di registri legati ad asset “del mondo reale” avrebbero effetti disastrosi.

Una confusione simile circonda gli smart contracts, che sono istruzioni auto-esecutive modificative del libro mastro (ledger).

Spesso non si tratta di contratti in senso giuridico, anche se -da un punto di vista dottrinale- nulla vieta che gli smart contracts possano produrre effetti legali.

Il problema principale è rappresentato dai bug nella codifica, rappresentato in modo spettacolare (sempre in chiave dottrinale) con il famigerato hacking del DAO (Decentralised Autonomous Organisation), che ha consentito ad un hacker di sottrarre circa 50 milioni di dollari su 168 milioni di dollari di fondi raccolti.

I bug sono una caratteristica sorprendentemente comune dell’industria software e statisticamente assai frequenti in ambito di smart contract.

È anche impossibile attuare una codificazione per molti termini legali comuni in ambito transnazionale dal carattere vago ed indeterminato, come “reasonable care” o “best efforts“, che ostacoleranno/impediranno la formazione di un valido consenso iniziale, o si tradurranno in contratti necessariamente più lunghi, contenenti di conseguenza un maggior numero di bug.

La necessità di fare affidamento su oracoli per determinare il verificarsi (o meno) di determinati eventi porta a pensare che anche gli “smart contracts” integrati nelle blockchains non siano trustless, neppure nella portata limitata dei loro host blockchain.

In conclusione, la promessa “rivoluzione legale” della blockchain – se opportunamente decifrata – sembra rivelarsi -ad oggi- più come un fiasco collettivo, legato principalmente a tre fattori: fraintendimenti concettuali,  (consueto) knowledge gap tra giuristi e tecnologhi, eccessivo hype speculativo.

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