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intelligenza artificiale e ruolo in azienda

Intelligenza Artificiale nel management aziendale

BusinessAprile 25, 2020

Introduzione

La digital traformation sta rivoluzionando la nostra vita quotidiana sotto ogni punto di vista. Molte aziende non possono evitare di affrontare le questioni sollevate dalla crescente importanza che le tecnologie intelligenti giocano all’interno delle imprese.

In tale ottica, l’Intelligenza Artificiale, sempre più impiegata dalle compagini societarie, sta conducendo ad una svolta epocale nell’architettura organizzativa e strutturale delle aziende: strutture organizzative complesse, ridondanti, densamente stratificate e sovente prive di ruoli e competenze chiave per tenere il passo dei nuovi scenari tecnologici e scarsamente fornite di figure dotate di decision making predittivo.

Occorre infatti reagire al cambiamento, incorporando, a livello organizzativo, quanto esplicitamente richiesto da nuove normative e nuovi modelli di business e soprattutto reagire per essere in grado di mantenere elevati i livelli di competitività sul mercato e di attrattività verso la clientela.

In tema di Corporate Governance, nello scenario attuale, molte società si domandano: un sistema di AI-based può essere nominato come membro del consiglio? Possono i consigli di amministrazione delegare compiti specifici ai sistemi di AI-based? Quali sono le implicazioni e le conseguenze di AI-involvement durante la progettazione della struttura societaria?

Intelligenza Artificiale e diritto societario italiano

Lo scenario sopra delineato richiede una vasta indagine comparativa sulle potenziali implicazioni legali dell’Artificial Intelligence, un’inchiesta che può iniziare solo dopo una discussione sulla capacità di regolamentazione della legge e responsabilità.

Lo scopo, infatti, è quello di realizzare una panoramica delle principali questioni che gli amministratori dovrebbero prendere in considerazione quando si occupano di intelligenza artificiale ai sensi del diritto societario italiano.

Per fare ciò, tuttavia, è necessaria una breve digressione sul trattamento generale riconosciuto all’IA all’interno dell’ordinamento italiano: i tribunali italiani hanno dichiarato che gli algoritmi sono da considerarsi direttamente e immediatamente riconducibili alla pubblica amministrazione che li utilizza.

Inoltre, e seguendo le medesime linee interpretative, le più recenti dichiarazioni delle Corti affermano che la scelta di ricorrere all’Intelligenza Artificiale non legittima in alcun modo un’applicazione più o meno rigorosa delle leggi e dei regolamenti vigenti.

Tali dicta possono essere facilmente importati nel contesto del diritto societario nazionale, dove implicano, mutatis mutandis, che gli algoritmi sono direttamente e immediatamente riconducibili all’azienda che li utilizza.

Le loro azioni rappresentano, pertanto, l’agire dell’azienda e il loro utilizzo non giustifica un’applicazione meno rigorosa del regime di diritto societario vigente, o, più specificamente, dei regimi previsti dal codice di governance.

Nell’ordinamento giuridico italiano la questione ruota interamente intorno alla possibilità di attribuire una personalità giuridica alle Intelligenze Artificiali.

Diversi anni addietro lo stesso interrogativo si era posto in relazione ai software-agent ovvero programmi per computer che agiscono per un utente o un altro programma mediante un rapporto di agenzia.

Tuttavia, la diatriba sul punto è stata stroncata sul nascere poiché tali software non presentavano uno stato cognitivo che permettesse di attribuire loro una qualsivoglia forma di soggettività.

La questione è tornata ad essere oggetto di discussione in seguito all’approvazione della Risoluzione del Parlamento Europeo del 16.02.2017 recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica.

Tale Risoluzione, avente ad oggetto la possibilità e l’eventuale qualificazione di una personalità giuridica per le Intelligenze artificiali, muove dalla definizione di “autonomia” quale capacità di prendere decisioni e metterle in atto nel mondo esterno, indipendentemente da un controllo o da un’influenza esterna.

Tuttavia, secondo l’organo legislativo dell’Unione, l’attribuzione alle intelligenze artificiali di una sub specie di personalità giuridica, c.d. personalità artificiale, rappresenterebbe la soluzione alle problematiche inerenti ai criteri di attribuzione della responsabilità.

Si ritiene infatti necessario, almeno nel lungo termine, prevedere l’istituzione di uno status giuridico per quelle forme di intelligenza artificiale che siano in grado sia di prendere decisioni in modo del tutto autonomo, sia di interagire in maniera indipendente con soggetti terzi.

Così facendo, si prevederebbe la possibilità di risarcire al terzo il danno eventualmente cagionato dalla macchina.

Tale Risoluzione rappresenta, tuttavia, un “progetto avanguardistico” sulla personalità giuridica dei robot atteso che non si riscontrano altre iniziative concrete a livello legislativo in altri sistemi giuridici del mondo.

Gli unici spunti di discussione al riguardo possono rintracciarsi nella Common Law statunitense nel documento denominato “The Law of War Manual”.

In particolare, tale documento, seppur incentrato sulla non configurabilità delle armi intelligenti come “responsible legal agent”, ricaverebbe per analogia il principio della non configurabilità di persona giuridica per le altre forme di intelligenza artificiale.

Tuttavia, i principi contenuti in tale documento, pur non avendo efficacia vincolante, potrebbero rappresentare il punto di partenza e d’anticipazione delle rationes decidendi delle Corti statunitensi che per la prima volta si trovano a dover giudicare di responsabilità delle intelligenze artificiali.

Il contenuto della Risoluzione del Parlamento Europeo è stato oggetto di tre diverse interpretazioni da parte della dottrina:

  • la prima, ammette la piena configurazione dell’Artificial Intelligence come persona giuridica non ravvisando alcun ostacolo in tal senso;
  • la seconda, di natura intermedia, prevede la quasi-equiparazione tra macchina intelligente e persona giuridica;
  • la terza, invece, adducendo a fondamenta del proprio pensiero l’impossibilità di emancipazione delle macchine dal loro esser prodotto o proprietà, nega l’utilità di operare secondo quando sostenuto dalle precedenti interpretazioni.

Intelligenza Artificiale e Consiglio di Amministrazione

Nonostante i consigli di amministrazione siano ancora lontani da raggiungere, l’algoritmo progettato dalla società di investimento cinese DKV denominato Vital, dimostra che la discussione sull’eventualità che un algoritmo possa essere nominato membro del consiglio di amministrazione ha i suoi meriti.

Tuttavia, secondo la legge italiana, nessun algoritmo, per quanto intelligente, può essere nominato membro del consiglio di amministrazione.

La dottrina di solito giunge a questa conclusione osservando che le attuali leggi aziendali richiedono che gli amministratori siano persone fisiche.

Anche se i regimi di diritto societario vigenti in diverse giurisdizioni prevedono tal possibilità, le ragioni per cui, secondo il diritto societario italiano, l’Artificial Intelligence non può essere nominata come membro del consiglio sono, de jure condito, molto più complesse.

A seguito della riforma del diritto societario italiano del 2003, si è affermata l’idea che, in materia di diritto societario generale, qualsiasi persona giuridica può essere nominata amministratore.

Ciò non è in ogni caso possibile per le società quotate o per qualsiasi entità controllata (come banche o assicurazioni); tali imprese sono infatti sottoposte ad un regime più severo che prevede requisiti specifici in termini di indipendenza e di integrità, richiede una percentuale specifica di donne e stabilisce standard di competenza diretta.

Esso postula implicitamente ma chiaramente che solo le persone fisiche possono essere nominate direttori, salvo altri tipi di amministratori.

Inoltre, nella misura in cui il diritto societario consente la nomina di persone giuridiche come consiglio di amministrazione membri, prescrive che tali persone giuridiche svolgano il loro compito attraverso una persona fisica “debitamente progettata”.

Non solo tali conclusioni non sono controverse per il diritto societario italiano, ma sono anche in linea con il Regolamento sulla Societas Europea, che in base alle disposizioni di legge stabilisce i doveri di direzione e nell’affrontare la responsabilità, presuppone chiaramente l’esistenza di un amministratore umano.

Ad oggi, lo stesso regime non potrebbe essere applicato ad un amministratore basato su intelligenza artificiale, a causa della mancanza di una disposizione ad hoc in materia.

Questo, sembra infatti essere un elemento cruciale a favore della tesi secondo cui è attualmente impossibile assegnare le funzioni di direzioni ad un ente che non può essere ritenuto civilmente o penalmente responsabile, o anche di nominare una persona fisica o giuridica che assuma i compiti e quindi la responsabilità finale dell’IA stessa.

Tuttavia, un recente studio del McKinsey Global Institute ha stimato come una percentuale rilevante dell’attività svolta da amministratori umani, come ad es. le analisi di reports, possa essere sostituita dall’Intelligenza Artificiale.

L’organo di amministrazione arriverebbe così a subire un processo di ibridazione in cui amministratori umani e “macchine intelligenti” collaborano nello svolgimento di attività che spesso richiedono particolari competenze giuridiche ed economiche.

Le Intelligenze Artificiali troverebbero maggiormente applicazione in quei processi decisionali che si fondano sull’analisi di un enorme quantitativo di dati (c.d. Big Data), consentendo un risultato qualitativamente migliore e meno sfiancante.

Lo studio delle Intelligenze Artificiali in tema di Corporate Governance ha condotto a due diverse tipologie di scenari:

  • sostituzione parziale degli amministratori con IA;
  • sostituzione integrale degli amministratori con IA.

Sostituzione parziale degli amministratori con Intelligenze Artificiali

Sebbene le i consigli di amministrazione robotizzati siano attualmente off-limits, la possibilità che l’IA partecipi al processo decisionale in un ruolo di supporto, raccomanda una riflessione sui compiti che possono essere ad esso delegati.

Alcuni autori hanno recentemente affermato che, “mentre la delega dei diritti di decisione è consentita in una certa misura, il diritto societario limita questa autorità di delega richiedendo agli amministratori di gestire gli affari dell’azienda stessa”.

Tali disposizioni legali postulano chiaramente che il consiglio può delegare i propri compiti a un membro del consiglio; tuttavia, le entità basate sull’IA non possono essere nominate membri del consiglio di amministrazione.

Di conseguenza, non c’è spazio per suggerire interpretazioni “AI-friendly” che giustificano la decisione di un ipotetico consiglio di amministrazione di delegare uno o più compiti ad un’entità basata sull’IA.

Più precisamente, un prerequisito del mandato intra-societario è (sia in Italia che all’estero) che l’entità che riceve il mandato ha la propria capacità giuridica, potendo così essere ritenuta responsabile per qualsiasi potenziale illecito, cosa che un’entità basata sull’IA non può fare.

Quando l’IA diventa parte del genoma aziendale, la questione di cosa questo significhi per la classe dirigente aziendale diventa sempre più urgente.

In particolare, alla luce dell’attuale Corporate Law nazionale, cosa rappresenta in concreto l’AI per gli amministratori nell’esercizio delle loro funzioni e, in particolare, nella progettazione di strutture aziendali? Che cosa è richiesto loro per farlo? Quale livello di competenze in materia di IA devono possedere?

Ai sensi dell’attuale diritto societario italiano, gli amministratori le decisioni devono essere informate dal “principio di corretta gestione societaria e imprenditoriale”.

Tale principio affonda le sue radici in una specifica disposizione di diritto societario, che prevede che, dato un gruppo di società, la capogruppo può essere ritenuta responsabile nei confronti dei soci e dei creditori delle società controllate per aver “agito” (cioè per aver preso decisioni) “in violazione dei principi di opportuna gestione di tali imprese”.

Sulla base dell’interpretazione più accreditata, questa disposizione suggerisce che gli amministratori – sia a livello di società controllante che di società controllate – devono rispettare il principio di una gestione adeguata dell’impresa.

La lettura predominante della legge suggerisce che il principio si presta alla generalizzazione, anche se è da considerarsi un principio generale immanente del diritto societario italiano.

In chiave comparatistica, il tema delle deleghe è soggetto a diverse interpretazioni.

Nei paesi di Civil Law, affinché una delega possa essere validamente posta in essere, è necessario il consenso della compagine dei soci che autorizzi gli amministratori a delegare; ciò in alcune realtà, come quella italiana, può avvenire semplicemente attraverso la delibera dell’assemblea in seduta ordinaria, in altre invece tale autorizzazione deve essere prevista nello statuto della società.

Nel contesto italiano, il Codice civile all’art. 2381 afferma che la delega possa essere effettuata dal consiglio di amministrazione esclusivamente in favore di altri amministratori o di un comitato esecutivo.

Quindi, qualora un consiglio di amministrazione di un’impresa italiana volesse esternalizzare un proprio compito delegandolo ad una macchina intelligente, dovrà necessariamente nominare quest’ultima amministratrice dotandola di personalità giuridica.

Nei paesi di Common Law, riconoscendo agli amministratori ampi margini di manovra, si ritiene che gli stessi siano dotati di tale potere a prescindere da una esplicita investitura in tal senso proveniente dalla compagine proprietaria; il potere di delegare è quindi insito nel potere gestorio.

In particolare, la soluzione offerta dai Model Articles inglesi non è vincolante per le società, costituendo piuttosto un’espressione tipica di soft law; nel contesto americano, invece, la delega dei poteri gestori viene considerata come un corollario dei poteri gestori stessi.

Il riconoscimento della personalità giuridica dell’Artificial Intelligence, quindi, non sarebbe sufficiente: occorrerebbe, infatti, fornire alle stesse anche la capacità d’agire e comprendere come esse manifestino la loro volontà.

Ciò presupporrebbe l’equiparazione delle facoltà dell’intelligenza artificiale a quella umana, equiparazione, questa, non immaginabile allo stato attuale dell’avanzamento tecnologico.

Sostituzione totale degli amministratori con Intelligenze Artificiali

Ad oggi, le conoscenze in campo tecnologico non ci permettono di ipotizzare un futuro in cui le entità intelligenti sostituiranno integralmente gli amministratori umani.

Seppur le macchine nel tempo arriveranno a risultati migliori in termini di capacità predittive rispetto all’uomo, lo stesso non può dirsi in termini di capacità di giudizio e capacità valoriali, capacità che contraddistinguono l’essere umano e ne descrivono i caratteri salienti.

Tuttavia, nel settore finanziario, a volte, le capacità predittive superano su una scala valoriale le capacità creative concedendo maggiore rilevanza agli automatismi algoritmici.

Lo scenario di un “consiglio di amministrazione robotico” pone non poche problematiche sotto l’aspetto giuridico; infatti, a differenza di quanto accade nell’ipotesi di affiancamento macchina – amministratore umano, nell’ipotesi di una integrale sostituzione viene meno il nesso di riconducibilità dell’agire della macchina all’essere umano.

Affinché un’Intelligenza Artificiale possa essere nominata membro del CdA è necessario che essa venga concepita come centro autonomo di imputazione giuridica, generando così una nuova forma di soggetto di diritto: la personalità artificiale.

A ricoprire il ruolo di amministratore potrebbe essere quindi nominato un soggetto diverso dalla tradizionale persona fisica; ciò, invero, è già frequentemente diffuso soprattutto nelle ipotesi di società di capitali amministratrici delegate di S.r.l.

Sul punto, però, alcuni sistemi giuridici nazionali hanno previsto meccanismi difensivi: il sistema inglese richiede, infatti, la presenza di almeno una persona fisica in seno al CdA mentre il diritto tedesco delle società di capitali limita la nomina ad amministratore alle sole persone fisiche.

Tuttavia, altri ordinamenti prevedrebbero la totale assenza di persone fisiche all’interno del consiglio di amministrazione; ad esempio il PGR del Liechtenstein afferma che “ogni persona giuridica deve essere dotata di un organo di amministrazione, che, in assenza di una diversa legislazione in tal senso, potrà essere composto da una o più persone fisiche ovvero giuridiche ovvero società.

In Italia dapprima una massima del Consiglio Notarile del 2007, la n. 100, e successivamente una sentenza della sezione specializzata imprese del Tribunale di Milano, la n. 3545, hanno confermato la possibilità che una S.r.l. possa ricoprire il ruolo di amministratore di una società di capitali.

Naturalmente, in una simile ipotesi vi sarebbe comunque una persona fisica a presenziare in seno al CdA ovvero il legale rappresentanze pro tempore della società nominata; tuttavia, tale presenza fisica verrebbe eliminata nell’ipotesi in cui venisse nominata un’intelligenza artificiale.

Tale scenario provocherebbe inevitabilmente l’impossibilità di sanzionare, con i tradizionali strumenti disponibili, le eventuali condotte lesive poste in essere dalla macchina.

Una integrale sostituzione degli amministratori – persone fisiche con Intelligenze Artificiali appare oggi, quindi, inaccettabile poiché comporterebbe lacune di tutela incolmabili.

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