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comply or explain

Corporate Governance e il principio Comply-or-Explain

BusinessAprile 14, 2020

Il principio comply-or-explain, introdotto dall’art. 20 della Direttiva 2013/34/UE, è un principio estremamente importante in ambito corporate governance.

Il principio richiede che le società quotate sui mercati che si discostano dal Codice disciplinare societario, la cui adesione è volontaria, siano chiamate a spiegare le ragioni di tale scelta, in un’ottica di trasparenza e buon governo delle società.

L’organo che verifica il rispetto del principio è il Comitato per la Corporate Governance, che periodicamente effettua dei controlli e degli approfondimenti sulla qualità delle informazioni fornite dalle società. Le comunicazioni riguardo i discostamenti dalle previsioni del Codice sono comunicate dalle società attraverso le Relazioni sulla corporate governance, approvate dai CdA, con le quali le società forniscono una visione complessiva sullo stato della governance societaria, sempre in ottica di trasparenza.

In particolare, il Codice di autodisciplina suggerisce al Principio IV di indicare, in sede di spiegazione sugli eventuali discostamenti, in che modo è stata disattesa la raccomandazione del Codice, quali sono stati i motivi alla base di questa scelta, le modalità con cui è stata adottata tale decisione, i comportamenti alternativi adottati in luogo della raccomandazione disattesa e gli obiettivi perseguiti con tale scelta e, nel caso in cui si tratti di un discostamento limitato nel tempo, a partire da quando la società si adeguerà alla raccomandazione.

Attraverso la Nota e Studi 2/2020, Assonime ha effettuato un’indagine su tali Relazioni, per ottenere un’immagine sullo stato di adozione del Codice e dell’applicazione del principio comply-or-explain, con particolare attenzione alla qualità delle informazioni comunicate in applicazione di tale principio.

L’analisi copre un campione di 220 società quotate, rappresentati praticamente la totalità delle società quotate sul mercato della Borsa Italiana, le quali hanno adottato il Codice nella quasi totalità dei casi, e fornisce un’immagine nitida dello stato della governance all’interno del mercato azionario italiano.

Secondo tale analisi, le società forniscono tendenzialmente sufficienti informazioni riguardo il proprio modello di governance, sia nel caso in cui aderiscano al Codice, sia in caso contrario: generalmente l’integrale mancata adozione del Codice è giustificata con riferimento alla dimensione societaria o alla tipologia di società (es. holding company).

La qualità e quantità delle informazioni è tendenzialmente buona, così come l’applicazione del principio comply-or-explain, dato che le decisioni adottate non in conformità del Codice sono motivate dalle società in modo congruo e trasparente per gli investitori, i quali possono liberamente scegliere se dare fiducia o meno alla governance societaria e investire nella società.

Non tutte le società e non tutte le tipologie di informazioni sono però comunicate in modo adeguato secondo l’indagine, con riferimento in particolare alla tempestività e adeguatezza delle informazioni pre-consiliari comunicate ai membri del board, all’applicazione dei criteri di indipendenza per la selezione dei membri dei CdA, di cui il Codice richiede un’applicazione più rigorosa, le politiche di remunerazione correlata agli obiettivi al lungo termine.

Per quanto riguarda la circolazione delle informazioni pre-consiliari, secondo l’indagine tale comunicazione si riduce nella quasi totalità dei casi ad una dichiarazione degli amministratori di aver ricevuto l’avviso con il necessario anticipo. Nel 25% dei casi però non viene quantificato dalle società in modo preciso il termine ritenuto congruo. D’altra parte però, un quarto del campione ha predisposto un apposito portale dove vengono raccolte queste informazioni, per garantire una più precisa tracciabilità. Quasi un terzo del campione ritiene comunque questo tipo di informazioni confidenziali, fatto che il Comitato ha valutato negativamente, invitando ad uniformarsi in modo più efficace alle disposizioni del Codice.

Per quanto riguarda le informazioni relative all’attività di board evaluation (l’attività di valutazione delle performance del consiglio e dei comitati al fine di individuare le aree di necessario intervento e i punti di forza), la maggior parte delle società (84%) comunica che tale valutazione è stata fatta; nelle società maggiori avviene con maggior frequenza, mentre in società più piccole le ragioni della mancata attività sono dovute anche in questo caso a caratteristiche della società o ad altre cause transitorie.

La maggior parte delle società individua un apposito organo deputato ad eseguire questa attività, mentre altre, soprattutto nel settore bancario, si affidano a revisori esterni. Il suggerimento indicato in questo caso dal Comitato consiste nel prevedere che una componente consiliare sovrintenda il processo.

Interessante è anche la questione dei piani di successione, strumento individuato per far fronte con il congruo anticipo al momento della successione societaria; il Codice suggerisce di valutarne l’adozione, e la grandissima maggioranza (86%) delle società comunica di aver effettuato tale valutazione. Il punto è particolarmente importante in relazione alle difficoltà che possono presentarsi in capo alla società al momento di cambio di governance, soprattutto se inaspettata e improvvisa.

Con riferimento invece alla composizione dei vari CdA, l’analisi verifica le dimensioni dei vari consigli e le eventuali altre cariche ricoperte dagli amministratori. Per quanto attiene alle dimensioni, chiaramente si tratta di un dato che va di pari passo con la dimensione della società, nonché dal tipo di attività svolta. In generale, la quasi totalità delle società quotate è allineata alle disposizioni del Codice, che richiedono che il consiglio preveda la contemporanea presenza di amministratori esecutivi e non esecutivi, e almeno 2 amministratori indipendenti (1/3 nelle società non listate FTSE MIB).

Le società non compliant alle raccomandazioni del Codice in particolare non prevedono amministratori indipendenti: scelta che tuttavia non è giustificata in modo adeguato secondo il Codice, ma riconducibile a scelte proprie degli azionisti. L’età media degli amministratori è di 57 anni (in calo), e per quanto riguarda la rappresentanza di genere, gli incarichi a donne sono in crescita.

Per quanto riguarda invece le eventuali “sovrapposizioni”, meno della metà delle società stabilisce, come suggerito dal Codice, delle regole in materia di numero massimo di incarichi che un singolo può ricoprire. Questo aspetto è senz’altro da migliorare, in ottica di garantire l’indipendenza dei singoli membri del CdA.

Il 45% delle società ha nominato un Lead Independent Director, la cui nomina è consigliata dal Codice in caso di cumulo di Chairman-CEO. Le spiegazioni in caso di mancata nomina fanno riferimento ad una non necessarietà in base alla dimensione societaria ridotta. Per quanto riguarda il CEO, non sempre è identificato in modo esplicito dalla società, ma il più delle volte esso è identificabile in base alle informazioni inserite nella Relazione.

Il Codice raccomanda le società di far riunire i soli amministratori indipendenti almeno una volta l’anno con l’obiettivo di verificare lo stato della governance, e il numero di società conformi a questa raccomandazione sono in aumento.

Particolarmente importanti sono i dati relativi ai criteri di indipendenza definiti dal Codice, che il Comitato ha invitato ad applicare in modo più stringente, sottolineando che il mancato rispetto di questi criteri dovrebbe essere un’eccezione frutto di un’analisi caso per caso. L’8% delle società indica nella Relazione di non uniformarsi a tali decreti, con particolare riferimento al criterio della durata dell’incarico ultranovennale.

Il principio comply-or-explain in questo caso è largamente rispettato, dato che quasi tutte queste società giustificano tale scelta sull’opportunità di privilegiare le competenze acquisite dall’incaricato. In ogni caso il numero di situazioni valutate “a rischio” è in diminuzione, sia per quanto riguarda l’adesione alle raccomandazioni, sia per quanto riguarda la trasparenza nel comunicare le motivazioni in caso di mancata adesione.

Tra le altre previsioni del Codice che se disattese necessitano una motivazione, vi sono la nomina di appositi comitati, il Comitato per le Nomine, il Comitato per la Remunerazione e il Comitato per il Controllo e Rischi, le cui funzioni possono essere svolte tutte anche da un solo comitato o suddivise su comitati diversi. Per quanto riguarda il primo, è stato adottato dal 63% delle società, un dato in leggera crescita; il secondo è invece previsto praticamente nella totalità dei casi, così come il terzo. Le spiegazioni sulla mancata adozione di un comitato per le nomine fanno riferimento al fatto che di norma, le nomine vengono effettuate su proposta dei soci.

Interessante da rilevare infine che la quasi totalità delle società ha istituto un Organismo di Vigilanza previsto dal D.Lgs 231/2001, organo deputato a vigilare sul rispetto del Modello Organizzativo. Alcune società hanno optato per delegare tale funzione al collegio sindacale, in applicazione dell’art. 7 del D.Lgs 231/2001; la maggior parte invece ha istituito un organo a sé stante, nella quasi totalità dei casi di tipo collegiale.

L’ultimo aspetto su cui si concentra l’analisi è quello delle politiche di remunerazione degli amministratori e dei sindaci. In questo caso, si sottolinea come la conformità alle disposizioni del Codice è in generale aumento, ma con alcune lacune da segnalare, tra cui la qualità delle informazioni rilasciate in caso di non conformità e il fatto che in alcuni casi sono adottate politiche di remunerazione che non coprono le aree sensibili segnalate dal Codice e che lasciano la libertà di scelta caso per caso in capo al board.

In particolare, tra le criticità segnalate dall’analisi, si fa riferimento alla remunerazione per il raggiungimento di obiettivi a lungo termine: in questo caso, diverse società adottano politiche di questo tipo; la criticità segnalata sta nel fatto che in diverse società prevedono di pagare ai direttori esecutivi bonus aggiuntivi ad hoc ex-post, non su base di raggiungimento di obiettivi ma su decisione del CdA, pratica sconsigliata dal Codice e che sembra in diffusione.

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