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limo fanghiglia come sottoprodotti

Limo come sottoprodotto

Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Trento (Sezione Unica) in data 21.01.2020 ha pronunciato la sentenza n. 8/2020, nel giudizio promosso da una società che svolge attività nei settori dell’estrazione e della lavorazione degli inerti, della produzione di conglomerati bituminosi e della realizzazione di bitumature e pavimentazioni stradali, contro il Comune di Mezzocorona (TN) congiuntamente al Ministero della Difesa, in persona del Ministro pro tempore, Comando carabinieri per la tutela ambientale – Nucleo operativo ecologico di Trento.

La controversia ha ad oggetto l’annullamento del provvedimento assunto dal Comune di Mezzocorona concernente lo stoccaggio non autorizzato di limi sul suolo con conseguente ordinanza di rimozione del materiale di rifiuto e ogni atto precedente e susseguente a tale operazione.

La società ricorrente otteneva dal Comune autorizzazione alla coltivazione di una cava per l’estrazione di materiale calcareo inerte, autorizzazione che espressamente non comprende il deposito di limi e neppure di fresato.

Detto materiale, una volta estratto dalla cava viene lavorato e lavato con acque che vengono poi riutilizzate; tali acque dopo il lavaggio contengono “limo”, materiale fangoso.

In particolare, il verbale di accertamento, su quale si fonda il provvedimento emesso dal Comune, ha ad oggetto la quantità di limo eccedente a quello previsto in autorizzazione (61.000 metri cubi) rinvenuto nel sito della cava ammontante a 130.000 metri cubi di rifiuti non pericolosi.

Tale deposito risulta, inoltre, instabile in quanto la pendenza media della scarpata non rispetta il limite di 25° stabilito nella relazione del progetto esecutivo cava Casetta ma risulta essere pari a 35° – 40° con conseguente possibilità di danno ambientale.

La controversia verte quindi sulla qualificazione di detta quantità eccedente di limo che la società ricorrente ritiene debba essere qualificata come “sottoprodotto” ai sensi degli art. 184 bis e 185 co. 2 del D.Lgs. n. 152/2006 – Testo Unico Ambientale.

L’art. 184 bis, comma 1, del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, di cui la ricorrente invoca l’applicazione in virtù dell’art. 185, comma 4, del medesimo decreto legislativo, prevede che una sostanza possa essere qualificata “sottoprodotto” solo al ricorrere di precise condizioni:

a. la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto;

b. che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi;

c. la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;

d. l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.

È proprio sulla materia dei requisiti costitutivi del sottoprodotto che va ad incidere il recente Decreto del Ministero dell’Ambiente 13 ottobre 2016, n. 264 “Regolamento recante criteri indicativi per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualifica dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti”.

Salvo le definizioni contenute nella normativa nazionale e comunitaria vigenti si intende per:

  • prodotto: ogni materiale o sostanza che è ottenuto deliberatamente nell’ambito di un processo di produzione o risultato di una scelta tecnica. In molti casi è possibile identificare uno o più prodotti primari;
  • residuo di produzione: ogni materiale o sostanza che non è deliberatamente prodotto in un processo di produzione e che può essere o non essere un rifiuto;
  • sottoprodotto: un residuo di produzione che non costituisce un rifiuto ai sensi dell’articolo 184 bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

La regola introdotta dal D.M. richiede che l’attività o l’impianto in cui il residuo deve essere utilizzato sia individuato o individuabile già al momento della produzione dello stesso. 

Tuttavia, ciò che il Comune contesta alla società ricorrente è proprio l’inerzia dell’imprenditore ad avviare le prospettate attività di riutilizzo, facendo desumere, quindi, l’evidente volontà del produttore di “non riutilizzare” il materiale, che è rimasto fermo, senza ricircolo, con conseguente configurabilità del reato di discarica abusiva nell’area coinvolta .

Il materiale risulta depositato in esubero e la progressione quantitativa dell’accumulo dimostra la decisione imprenditoriale di creare nell’ambito della cava un mero “deposito” di limi, e non concreti processi di riciclo.

L’art. 6 del nuovo D.M. specifica, con riferimento ai residui di produzione, il significato del termine “normale pratica industriale” utilizzato dall’art.184 bis, lett.c).

Tale articolo afferma infatti, in negativo, che non costituiscono normale pratica industriale (e dunque qualificherebbero come rifiuto il residuo di produzione) i processi e le operazioni necessari per rendere le caratteristiche ambientali   della sostanza o dell’oggetto idonee a soddisfare, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e a non portare a impatti complessivi negativi sull’ambiente.

Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa per la Regione autonoma del Trentino – Alto Adige/Südtirol, sede di Trento ha respinto in definitiva il ricorso proposto dalla società per l’assenza, nei limi oggetto di controversia, dei requisiti richiesti dall’art. 184 bis, comma 1, del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 per la qualificazione della sostanza come “sottoprodotto”.

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