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Cina, responsabilità e sostenibilità nelle neuroscienze, tecnologia e neuroetica

La Cina e la sostenibilità nelle neuroscienze

Negli ultimi anni, il numero di studi sul cervello è cresciuto notevolmente e a livello globale.

Esempio di questo fenomeno è rappresentato anche dalla Cina che ha adottato due documenti (13th Five-Year Plan 2016-2020 e Innovation of Science and Technology Forward 2030) che fissano i maggiori obiettivi da raggiungere nell’arco di cinque anni per perseguire uno sviluppo economico e sociale sostenibile.

Tra questi, quello di conseguire significativi risultati nell’ambito di scienza e tecnologia e portare avanti ricerche sul cervello.

Questi documenti nazionali fanno da cornice ad un progetto in via di evoluzione, il cosiddetto China Brain Project, che mira a comprendere le basi neurali delle funzioni cognitive umane e sviluppare tempestivi approcci di diagnosi e terapeutici per le malattie celebrali con l’utilizzo di nuove tecnologie intelligenti.

Ma perché proprio la Cina dedica così tanta attenzione agli studi sul cervello?

Una possibile spiegazione potrebbe essere che quello cinese è il popolo che registra il più alto tasso di patologie celebrali, infatti almeno un quinto della popolazione soffrirebbe di disordini neurodegenerativi e neuropsichiatrici.

The China Brain Project si focalizza essenzialmente su tre disturbi:

  1. l’autismo nei bambini
  2. la depressione negli adulti
  3. l’Alzheimer nelle persone più anziane.

Da qui la necessità di portarsi avanti nel campo scientifico, iniziativa che è stata accolta favorevolmente dal governo e dall’opinione pubblica.

Tuttavia, il rapido sviluppo tecno-scientifico non può che destare preoccupazioni, come è stato più volte riscontrato, sotto il profilo giuridico, etico e sociale: se non adeguatamente affrontate in anticipo, queste conseguenze potranno nel lungo termine minare alla prosperità della collettività e al benessere della popolazione.

Pertanto, The China Brain Project mira anche a sviluppare delle metodologie volte a risolvere i problemi etico-giuridici sollevati dalla ricerca neuroscientifica, rendendo la neuroetica parte integrante del progetto stesso.

La Cina è il paese che vanta il maggior numero di abitanti al mondo e la sua lunga storia ha permesso di sviluppare una cultura unica in cui è ben radicata una fede nel potere delle persone.

Questa filosofia orientata al benessere delle persone in quanto gruppo, se da un lato permette di raggiungere traguardi importanti per il bene comune, dall’altro rischia talvolta di minare l’individualità della persona stessa.

Ciò potrebbe parzialmente spiegare perché l’importanza della privacy o dell’autonomia /autodeterminazione è stata storicamente sottostimata in Cina.

Nella terra di Confucio esiste l’idea secondo la quale tutte le decisioni importanti sono basate sull’obiettivo comune di migliorare il benessere delle persone e della società; di conseguenza, gli scienziati hanno la responsabilità di fare il possibile per evitare che un potenziale danno si riversi sulla popolazione.

Possibili minacce potrebbero riguardare la sicurezza, l’autonomia / autodeterminazione e la privacy degli individui. Proprio per questo è fondamentale procedere con delle ricerche responsabili che abbiano l’obiettivo di perseguire il benessere delle persone; ricerche che saranno poi alla base di una tecnologia e di una scienza più sostenibile.

Avendo ben chiara l’importanza della neuroetica per quanto riguarda gli studi sul cervello, scienziati ed esperti nella materia etica hanno fortemente sostenuto una integrazione delle tematiche etiche, legali e sociali nella pianificazione delle fasi e nella futura implementazione del China Brain Project.

Come già osservato, il China Brain Project mira a sviluppare dei metodi volti a creare dei nuovi approcci terapeutici e di diagnosi per curare le malattie celebrali.

A questo scopo, le cosiddette banche del cervello che contengono campioni sani e malati sono di fondamentale importanza e apporteranno benefici indiscussi alla comunità neuroscientifica.

Tuttavia, in Cina promuovere la donazione degli organi è molto complicato, in particolare se si tratta di donazione del cervello, poiché la maggior parte della popolazione cinese crede che l’organo di una persona non appartenga a quella stessa persona ma ai suoi genitori e quindi l’individuo in sé non ha il diritto di scegliere se donare gli organi oppure no.

Le campagne che promuovevano la donazione degli organi iniziarono nel 2010 ma non ebbero successo sino al 2016 quando la China Organ Transplantation Development Foundation (COTDF) iniziò a collaborare con Alipay (una piattaforma di pagamento online), che provvedeva un servizio di registrazione diretta per i donatori.

Il processo di registrazione tramite Alipay, così semplice e veloce, ha consentito la registrazione di milioni di potenziali donatori.

Ovviamente, la maggior parte degli utenti di Alipay sono giovani che accettano le novità con maggior entusiasmo rispetto alle vecchie generazioni; di conseguenza una buona strategia sarebbe quella di promuovere la donazione di organi tra le nuove generazioni.

Per quanto riguarda il tentativo di sviluppare diagnosi e previsioni tempestive sulla nascita di malattie neuropsichiatriche, le maggiori preoccupazioni emergono in merito alla stigmatizzazione (social stigma).

Quali potrebbero essere, cioè, le conseguenze degli studi neuroscientifici sulla stigmatizzazione sociale o sull’auto-stigmatizzazione?

In Cina, le relazioni interpersonali sono di vitale importanza. Le persone, infatti, tendono a percepire i problemi personali come problemi che riguardano la famiglia o la comunità intera.

Diagnosticare una malattia neuropsichiatrica avrebbe più impatto in Cina che in qualsiasi altro paese.

Nel luglio 2008, per esempio, gli abitanti di una comunità a Shenzhen hanno ostacolato la convivenza con 15 famiglie caratterizzate dalla presenza di bambini autistici, si sono verificati alresì dei casi in cui diversi genitori si sono opposti alla integrazione di bambini autistici all’interno delle classi scolastiche dei loro figli.

I motivi principali di questo comportamento risiedono nella paura che le persone affette da qualche malattia mentale possano minacciare la sicurezza dell’intera comunità.

Vi sono regole rigide a livello delle agenzie governative per quanto riguarda gli standard etici nell’ambito delle ricerche che coinvolgono l’essere umano e gli animali.

Attualmente in Cina mancano degli standard etici da seguire durante gli studi della neuroscienza sul sistema nervoso umano.

A livello mondiale, invece, questi standard sono in espansione. Certamente risulterà di fondamentale importanza l’apertura a tali standard internazionali, al fine di cercare di integrare la neuroetica con la neuroscienza e la tecnologia.

Partecipare a Workshop o Conferenze internazionali che si tengono a livello globale potrebbe risultare utile per capire, per esempio:

  • come inserire una commissione sulla neuroetica in un progetto che riguarda lo studio del cervello;
  • chi debba far parte di questa commissione;
  • attraverso quali criteri selezionare i membri della commissione;
  • quali attività, principi di valutazione, programmi di educazione e formazione adottare per aumentare il coinvolgimento pubblico.

Prendendo spunto dagli esperti e dalle esperienze provenienti da tutto il mondo, anche in Cina si potranno fare progressi dal punto di vista etico nella neuroscienza così da rafforzare il rispetto della personalità, dell’autonomia e dell’autodeterminazione, della privacy.

Avendo riconosciuto la necessità di rafforzare la sicurezza del paziente e di standardizzare la regolamentazione degli esperimenti clinici, l’agenzia governativa cinese (the China Food and Drug Administration) nel 2017 ha migliorato il sistema di crittografia delle informazioni del paziente e ha enfatizzato che il consenso informato, dettagliato e completo, è un prerequisito per tutti i tipi di sperimentazione clinica.

Come nel caso della promozione della donazione degli organi, l’esperimento di coinvolgere le nuove generazioni potrebbe essere una carta vincente anche per altre attività.

In Cina si è pensato infatti di introdurre nelle scuole degli insegnamenti di neuroetica, oppure di pubblicare e diffondere dei programmi educativi sui disturbi mentali tramite social networks.

Programmi educativi impartiti da neuropsichiatri o neuroscienziati attraverso i social media sono strumenti promettenti per trasmettere le nozioni base, per diffondere una maggiore consapevolezza e accettazione dei problemi mentali come l’autismo o la depressione e gettare le basi per combattere la stigmatizzazione sociale.

In conclusione, capire come funziona il cervello sarà una delle sfide più importanti della storia della scienza.

Per poter svolgere questa missione al meglio urge adottare dei quadri regolatori più rigidi nella ricerca, nonché essere sempre aperti al confronto ed incoraggiare la collaborazione degli scienziati a livello globale.

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