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La gestione dei rifiuti nelle attività di manutenzione

Nell’ambito delle operazioni industriali e produttive, l’attività di manutenzione, ordinaria o straordinaria che sia, costituisce una particolare ed irrinunciabile sezione operativa interna alla realtà societaria.

La stessa può identificarsi come quel complesso di operazioni funzionali alla modificazione della struttura di diverse componenti delle strutture societarie.

L’attività di manutenzione interviene, difatti, su beni, materiali ed impianti che costituiscono la struttura fondante e concreta del ciclo produttivo e richiedenti, ovviamente, periodici interventi di modifica, sostituzione e riparazione al fine di garantirne una più longeva funzionalità.

Particolarmente rilevante all’interno del nostro ordinamento giuridico, risulta essere pacificamente la disciplina vigente, riconducibile al d.lgs. 152/2006, in materia di gestione dei rifiuti originati da simili attività manutentive.

La disciplina delle operazioni di gestione e trattamento dei rifiuti, originati dalle operazioni di manutenzione in quanto “il produttore se ne disfa o ha l’obbligo giuridico di disfarsene” (art. 183 TUA), trova la propria fondamentale e prevalente sedes materiae all’interno dell’art. 266 TUA.

La prima considerazione che può essere ricondotta alla portata della disposizione da ultimo menzionata risulta essere quella secondo cui, la stessa, introduce una particolare fictio iuris.

In tal senso, difatti, ai fini della identificazione del luogo in cui tali rifiuti devono intendersi prodotti, la disposizione normativa, al IV comma, stabilisce che questi “si considerano prodotti presso la sede o il domicilio del soggetto che svolge tali attività”.

Pertanto, si può facilmente evincere come la norma, conformemente alla natura fittizia della considerazione che è ivi contenuta, ritenga i rifiuti prodotti dall’attività di manutenzione come prodotti nel luogo in cui l’attività di manutenzione medesima risulta essere stata espletata, essendo, conseguentemente, irrilevante il luogo originario di produzione dei rifiuti medesimi.

La portata appena enunciata della disposizione normativa risulta essere, peraltro, perfettamente collimante con la definizione normativa di produttore dei rifiuti de quibus.

In ordine a tale ultima nozione identificante, difatti, l’art. 183, I comma, lett. F TUA stabilisce espressamente come il produttore di rifiuti sia da qualificare come “il soggetto la cui attività produce rifiuti”.

Precipitato logico e giuridico di tale ultima nozione normativamente dettata risulta ovviamente quello secondo cui il manutentore, in quanto esercente una attività foriera di materia qualificabile come rifiuto, risulta identificabile, alla stregua della definizione da ultimo dettata, come altresì produttore dei rifiuti originati dalla manutenzione.

La considerazione appena esposta non è peraltro priva di effetti e conseguenze: risulta, infatti, acclarato che il soggetto identificato come produttore di rifiuti ai sensi delle disposizioni normative dettate dal Testo Unico Ambientale, deve inevitabilmente sopportarne altresì oneri e responsabilità in materia di corretta gestione dei rifiuti generati.
Pertanto, alla stregua di quanto esposto, il manutentore sarà soggetto direttamente e personalmente responsabile della gestione dei rifiuti rinvenenti dalle attività manutentive conforme alle norme che regolamentano tali operazioni.

 

L’area di operatività dell’art. 266 TUA

Come sinteticamente osservato in apertura d’elaborato e come, altresì evincibile dal ricorso a semplici massime di esperienza e nozioni di comune utilizzo, la manutenzione non può certo ritenersi categoria unitaria ed omogenea.

Al contrario, le attività di manutenzione si compongono di molteplici ed eterogenee caratterizzazioni, derivanti dalle diverse finalità cui tendono e dalle modalità con cui sono poste in essere.

Fondamentale, ai fini di delimitare il confine di operatività dell’art. 266 TUA, risulta certamente essere la distinzione tra le nozioni di manutenzione ordinaria e manutenzione straordinaria.

Si ritiene comunemente, senza particolari dibattiti o contrasti tra gli interpreti, che il termine “manutenzione”, adottato all’interno della disposizione del d.lgs. 152/2006, sia riferito alle sole attività di manutenzione ordinaria (o generica).

Purtuttavia la disposizione non detta alcuna definizione autorevole e puntuale di manutenzione, né con riferimento alla sua accezione “ordinaria”, né, viceversa, con riguardo alla caratterizzazione “straordinaria”.

Tale lacuna definitoria è stata colmata dalle posizioni esegetiche, ricercando altrove i referenti normativi di tali nozioni.

Definizioni di manutenzione, ordinaria ovvero straordinaria, sono state rinvenute all’interno del d.p.r. 380/2001, ovverosia il Testo Unico in materia Edilizia, che espressamente, all’art. 3, detta le definizioni legislative di manutenzione, in entrambe le sue caratterizzazioni.

Quanto alla definizione di manutenzione ordinaria, l’art. 3, I comma, lett. A) del Testo Unico citato sancisce espressamente come questa deve intendersi come riferita a quelle attività ritenute necessarie ad integrare o mantenere in efficienza un determinato bene (che, nella rationae materiae del Testo Unico Edilizio, è ovviamente costituito dagli impianti e strutture edilizie).

Con riferimento, invece, alla definizione di manutenzione straordinaria, l’art. 3, I comma, lett. B) del d.p.r. 380/2001 fa riferimento alle attività finalizzate al rinnovamento ovvero alla sostituzione di parti di un bene (con la medesima considerazione già svolta con riferimento al bene cui il d.p.r. si riferisce).

Dalle definizioni da ultimo ricavate, si può osservare come l’opinione interpretativa maggioritaria ritiene che il campo di applicazione dell’art. 266 TUA sia, in realtà, esclusivamente esteso alle attività di manutenzione ordinaria.

Difatti, si ritiene che le operazioni manutentive disciplinate dal TUA siano inidonee ad operare un rinnovamento ovvero una sostituzione dei beni interessati, dovendosi piuttosto riferire alle sole attività necessarie ad integrare ovvero mantenere in efficienza un dato bene.

La considerazione è stata altresì avallata da parte della dottrina, che ha osservato come le attività contemplate dalla disciplina di gestione dei rifiuti provenienti dalle attività di manutenzione, ricondotta al d.lgs. 152/2006, siano quelle di minimo impatto, caratterizzandosi per attività di minimale manutenzione.

La regolamentazione dettata dal TUA in materia sarebbe, in tal senso, la manifestazione della voluntas legis di trattare il fenomeno in oggetto come sottoposto ad una soglia minima di punibilità lato sensu intesa.

La disciplina delle attività di manutenzione terrebbe, cioè, conto delle modeste dimensioni delle stesse, operando una valutazione delle stesse come inidonee alla soggezione rispetto alle fattispecie contravvenzionali, in quanto insuscettibili di produrre un “deposito temporaneo”.

L’interpretazione risulta, peraltro, confermata dalla generale volontà legislativa permeante l’intero sistema di gestione dei rifiuti delineato dal TUA, che in molteplici disposizioni prevede esclusioni applicative proprio fondate sulla modesta quantità di rifiuti prodotti.

Ulteriore ragione adottata dall’orientamento dominante per escludere l’operatività delle disposizioni nei confronti delle attività di manutenzione straordinaria, ritenuta in grado di produrre ingenti quantitativi di rifiuti, circostanza pertanto contraria alla ratio del regime.

 

Il concetto di “luogo di produzione” dei rifiuti da manutenzione

Come sinteticamente esposto in apertura di elaborato, fondamentale nella galassia delle definizioni rilevanti ai fini dell’applicabilità della disciplina in materia di rifiuti da manutenzione, pare certamente essere quello di “luogo di produzione”.

In base a quanto già precedentemente accennato, il luogo di produzione dei rifiuti da manutenzione viene ricondotto necessariamente al luogo costituente la sede ovvero il domicilio del soggetto esercente l’attività manutentiva.

Pertanto, alla luce di quanto appena delineato, pare imprescindibile individuare la portata nozionistica dei due termini.

In relazione ai due termini utilizzati dal legislatore delegato per l’individuazione del luogo di produzione dei rifiuti da assoggettare alla disciplina de qua, occorre anzitutto sottolineare come, in riferimento al termine domicilio, non si siano, in realtà, posti rilevanti interrogativi.

In ordine a tale ultimo termine, difatti, sussiste, all’interno del nostro ordinamento giuridico, una definizione espressa e puntuale del legislatore che, seppur riferibile all’art. 43 c.c., lo individua come “il luogo in cui essa (n.d.r la persona del cui domicilio si tratta) ha stabilito la sede principale dei suoi affari ed interessi”.

Al di là dello specifico ramo giuridico dell’ordinamento cui la definizione fa riferimento, pare evidente come tale nozione possa senza sforzi applicarsi anche nel settore di cui si discute.

Con riguardo all’altro termine adoperato legislativamente per l’individuazione del luogo di produzione dei rifiuti da attività di manutenzione, ovverosia la sede, qualche criticità pare, invero, essere emersa.

Ferma comunque la indubitabile qualificazione del termine “sede” come riferito alla sede legale della società ed eventualmente, altresì, alla sede secondaria utilizzata dalla società per l’espletamento delle attività rientranti nell’oggetto sociale, ci si è chiesti se possano rientrare nella nozione succitata anche siti sfruttati dalla società medesima con diverse finalità ma non presenti nelle formali certificazioni e documentazioni societarie.

In altre parole, qualche interrogativo sembra essersi posto, non certo e non tanto sulla riconducibilità della sede legale e secondaria al termine legislativamente impiegato, ma se in tale termine possa ricondursi altresì un luogo utilizzato dalla società, ad esempio a fini di stoccaggio e logistica, ma non rientrante né nell’uno, né nell’altro.

Per estendere l’operatività del regime giuridico altresì a luoghi utilizzati, al pari della sede legale e secondaria, per il deposito di rifiuti provenienti dall’attività di manutenzione ed evitare, al contempo, che il soggetto responsabile potesse aggirare la normativa accumulando rifiuti proprio in tali luoghi non formalmente indicati, sono stati adottati taluni criteri.

Si è ritenuto, infatti, che eventuali luoghi distaccati rispetto alla sede legale e secondaria, egualmente in grado di accogliere i rifiuti da manutenzione, possano rientrare nell’area di operatività della normativa, se presentano le seguenti caratteristiche:

  • autonomia gestionale e produttiva,
  • sia presente, all’interno del complesso organizzativo, una rappresentanza stabile,
  • sia infine iscritta all’interno del Registro delle Imprese.

 

Il sistema di deposito temporaneo dei rifiuti da manutenzione

Come precedentemente osservato, nel delineare le definizioni di “sede” e “domicilio”, il luogo di produzione dei rifiuti rinvenienti da attività manutentive non sempre risulta coincidere con il luogo di origine effettiva dei rifiuti stessi.

In tal senso, difatti, accanto al riferimento del luogo di effettiva produzione dei rifiuti originati dalle attività manutentive (circostanza che non pone alcuna deroga ovvero eccezione rispetto al regime giuridico ordinario in materia di gestione di rifiuti), l’art. 266 TUA riferisce l’identificazione del luogo di produzione de quo all’utilizzo di una diversa ed ulteriore indicazione.

La disposizione da ultimo menzionata, infatti, contempla altresì proprio la sede ed il domicilio del produttore di rifiuti, consentendo a quest’ultimo, di fatto, di individuare fittiziamente un luogo di produzione dei rifiuti stessi differente rispetto a quello effettivo.

Con tale previsione, il legislatore delegato ha sostanzialmente concesso che il luogo di produzione dei rifiuti provenienti da attività di natura manutentiva non coincidesse con quello reale ed effettivo, ma con altro, individuato dallo stesso produttore in base alle documentazioni e certificazioni societarie.

Quanto detto pone inevitabilmente delle stringenti necessità in ordine alla disciplina delle attività configuranti il deposito temporaneo dei rifiuti de quibus.

Ponendo, infatti, la norma una evidente deroga all’ordinario regime di trattamento dei rifiuti, risulta conveniente che tale deroga sia controllata e puntualizzata nella sua operatività.

Proprio a tali scopi è sancito come il deposito temporaneo di rifiuti debba necessariamente intervenire ed essere circoscritto alla zona territoriale limitrofa o, quantomeno, vicina al luogo identificato come di produzione.

Al fine di evitare elusioni della normativa in oggetto, infatti, eventuali operazioni di trasporto e deposito temporaneo dei rifiuti originati da attività manutentive, devono concentrarsi necessariamente in un ambito territoriale coincidente con quello in cui avviene la produzione.

Con tale considerazione si vuole, pertanto, evitare una movimentazione eccessiva delle materie e sostanze de quibus, ricercando al contempo il punto di equilibrio tra la necessità di operare comunque una forma di vigilanza su simili attività, in quanto coinvolgenti rifiuti, e quella di non assoggettare tali operazioni, in quanto minimamente incidenti sul sistema di gestione dei rifiuti, alle rigide norme in materia di trasporto, tracciabilità e trattamento.

 

Il contrasto in materia di trasporto dei rifiuti

Le osservazioni da ultimo sviluppate, relativamente al deposito temporaneo ed allo spostamento dei rifiuti dal luogo di produzione, irrilevante che sia identificato come luogo effettivo o solo fittizio di produzione, come già visto, a quello di deposito hanno dato adito ad un annoso dibattito.

Posto infatti che i rifiuti de quibus, come detto, sono soggetti comunque ad uno spostamento da un luogo ad un altro, si sono sviluppate contrapposti orientamenti circa l’osservanza delle norme in materia di trasporto di rifiuti.

Sulla questione si è sviluppata una prima impostazione ermeneutica che ha ritenuto come, nella voluntas legis, sia identificabile una generalizzata intenzione di sottrarre le operazioni di gestione dei rifiuti provenienti dalla manutenzione, in quanto di minimo impatto sul sistema globale di gestione, al regime ordinario, ritenuto eccessivamente gravoso.

Sulla scorta di tale considerazione, tale posizione esegetica ha ritenuto che, in accordo con quanto sostenuto, le operazioni di spostamento involgenti tali materie e sostanze non debbano sottostare al regime giuridico ordinariamente dettato per le attività di trasporto, con deroga rispetto agli obblighi a questo ricollegati.

A tale prima posizione se n’è, successivamente, contrapposta un’altra. Quest’ultima ritiene che, seppur minima, l’operazione di spostamento, comportando anche solo un’attività di instradamento delle materie, dovrebbe necessariamente ed inevitabilmente ricondursi sotto l’area di operatività delle norme sul trasporto di rifiuti, con l’inevitabile osservanza delle norme all’uopo dettate.

Tale contrasto ermeneutico, va da sé, non involge minimamente l’operatività delle norme che impongono la redazione del Registro di Carico e Scarico.

Le disposizioni normative dettate in tale specifico ambito, riconducibili principalmente anche se non esaustivamente agli artt. 189, 190 d.lgs. 152/2006, risultano particolarmente chiare e puntuali sulla propria area di operatività.

In particolare, ai sensi del combinato disposto delle due disposizioni da ultimo citate, si ricava agevolmente come la redazione del Registro de quo risulti essere obbligatorio ogniqualvolta le operazioni verbalizzate coinvolgano particolari tipologie di rifiuti: pericolosi, provenienti da lavorazioni industriali ovvero artigianali od ancora rinvenienti da attività concernenti lo smaltimento ed il recupero di altri rifiuti, fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altre operazioni concernenti il trattamento delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e, infine, dall’abbattimento dei fumi.

Pertanto, le attività concernenti materie e sostanze non rientranti nell’elencazione tassativamente effettuata da parte del legislatore, non saranno assoggettate all’obbligo di registrazione ivi enunciato sinteticamente.

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