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Molestie olfattive e attività industriali nel diritto ambientale

Molestie olfattive

AmbientaleFebbraio 11, 2019

Le molestie olfattive, identificative dello specifico fenomeno delle esalazioni odorigene, provenienti specialmente da locali in cui viene esercitata una attività industriale ovvero produttiva, in grado potenzialmente di arrecare un pregiudizio lato sensu inteso ai soggetti che risultano destinatari di tali esalazioni, trovano la propria disciplina penalistica all’interno della fattispecie contravvenzionale scolpita dall’art. 674 c.p.

La norma ha mostrato negli anni una capacità di attanagliarsi ad un molteplice ed eterogeneo novero di fattispecie, specialmente involgenti forme fastidiose di immissioni di varia natura.

La norma del codice penale è difatti stata impiegata in assai diversificate situazioni, al fine di tentare una gestione salubre delle esalazioni provenienti soprattutto dai grandi complessi industriali, sino a riuscire ad applicarsi anche al fenomeno delle onde elettromagnetiche e dell’elettrosmog.

La norma incriminatrice, del resto, conformemente alla sua strutturazione come disposizione in grado di comprendere nella propria portata applicativa una serie estremamente ampia di condotte, specialmente grazie alla seconda parte del suo I comma, che fa specifico riferimento alle condotte di emissione di gas, vapori o fumi, si presta (rectius: si è prestata già in precedenza) ad essere utilizzata come vero e proprio strumento per colmare le lacune normative in materia di esalazioni ed immissioni moleste.

A riprova della capacità di adeguamento della norma de qua ad un numero enorme di fattispecie, tra loro assai diversificate, basti citare sinteticamente alcuni orientamenti interpretativi di alcuni suoi elementi che sono stati oggetto di una opera esegetica, specialmente da parte della Cassazione, in grado di abbracciare significati e circostanze solo apparentemente esorbitanti dalla propria portata significativa e, conseguentemente, applicativa, concretizzando una legittima interpretazione estensiva e senza porre in essere il diverso fenomeno della analogia in malam partem, proibita dai principi generali dell’ordinamento penalistico.

Esemplificazione di tale procedimento esegetico è certamente rinvenibile nel termine “cosa”, non più, secondo il costante orientamento del giudice nomofilattico, limitato a determinati beni caratterizzati da una corporeità materiale ma in grado, al contrario, di accogliere nella propria portata altresì beni che, seppur privi di una consistenza concreta, comunque potenzialmente idonei a divenire molesti, quali, per l’appunto come ricordato prima, le onde elettromagnetiche, oggetto tanto di tutela civilistica quanto di tutela penalistica.

L’art. 674 c.p., pur dall’indubbia capacità istrionica, presenta purtuttavia, nella sua specifica interpretazione e contestuale applicazione, delle problematiche di non poco momento.

In ordine alla prima delle criticità emerse sulla opera esegetica normativa ed alla sua conseguente applicazione della contravvenzione in esame, risulta essere la individuazione della natura giuridica della fattispecie incriminatrice. L’orientamento maggiormente tradizionale riteneva che la norma, conformemente peraltro al fatto che questa menzioni esplicitamente le “persone” in modo indeterminato, parallelamente alle norme tutelanti il bene giuridico della incolumità pubblica, dovesse ritenersi come di pericolo astratto.

Riteneva infatti, la posizione ermeneutica in esame, come l’art. 674 scolpisse una fattispecie di pericolo in cui quest’ultimo elemento risultava essere già stato aprioristicamente e puntualmente delineato dal legislatore penale nella codificazione stessa, non richiedendo all’autorità giudiziaria alcuna valutazione concreta della idoneità della condotta censurata a porre in concreto pericolo di offesa alle persone.

L’orientamento da ultimo citato si è esposto però a diverse critiche, condivise, per la maggior parte, con quelle generalmente mosse da parte della dottrina alle fattispecie di pericolo astratto: ossia una frizione difficilmente tollerabile con il principio costituzionale di offensività.

Per tale ragione, una ulteriore scuola di pensiero giuridico è arrivata a qualificare la fattispecie ex art. 674 c.p., contrapponendosi all’orientamento tradizionale, come di pericolo concreto, richiedendo pertanto all’autorità giurisdizionale la valutazione specifica e reale della offensività della condotta, intesa nella capacità di quest’ultima di mettere in pericolo il bene giuridico tutelato.

Un altro aspetto altamente critico riguardante la esegesi e applicazione della contravvenzione ha riguardato specificamente il limite superato il quale l’emissione doveva necessariamente integrare tutti gli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice e dunque sottostare alla sanzione penale.

Le posizioni dottrinarie e giurisprudenziali si sono infatti interrogate su quale sia il parametro da utilizzare per valutare la tollerabilità delle emissioni ed in quali casi, di conseguenza, possa dirsi scriminata una condotta astrattamente integrante la fattispecie contravvenzionale.

Secondo un primo orientamento diffusosi, il parametro dovrebbe essere necessariamente ricercato all’interno dell’altro importante baluardo normativo contro le immissioni moleste -o comunque fastidiose- vale a dire l’art. 844 c.c. Tale norma, dettata a tutela dei cc.dd. “rapporti di vicinato” e le immissioni provenienti da un fondo vicino al soggetto pregiudicato, indica come limite intrinsecamente la “normale tollerabilità”, inducendo alcuni interpreti a ritenere che tale parametro possa perfettamente utilizzarsi in un ambito che, seppur riferibile ad altro ramo dell’ordinamento giuridico:

Quello penalistico, consta parzialmente del medesimo bene tutelato e della medesima finalità; contrapposto a tale prima posizione esegetica, si è sviluppato un ulteriore orientamento che, partendo anche dalla necessaria autonomia tra le norme penalistiche e quelle civilistiche, ha ritenuto come dovesse individuarsi un parametro diverso da quello rinvenibile nella portata dell’art. 844 c.c., non fondato più sulla “normale tollerabilità”, dalla norma da ultimo menzionata scolpito, ma da quello, completamente autonomo, della “stretta tollerabilità”.

La difficoltà è ulteriormente acuita dal fatto che le due differenze sfumano nella concretezza dei casi la loro linea di discrimine, rendendo estremamente arduo rinvenire la presenza dell’una ovvero dell’altra condizione.

Per tentare di ovviare a simili difficoltà l’autorità giudiziaria è chiamata ad una valutazione complessiva di una molteplicità di diversi fattori, che potranno formare il convincimento del giudice penale circa l’effettivo superamento del limite di tollerabilità e ritenere, pertanto, integrata la fattispecie de qua (si pensi ad esempio alla intensità delle esalazioni, alla loro durata e persistenza, alla frequenza con cui vengono sprigionate, etc.).

Venendo alla concretizzazione della fattispecie contravvenzionale, ulteriore aspetto critico rinviene dagli interessi coinvolti nella situazione in cui la norma stessa è chiamata a produrre i propri tipici effetti giuridici.

In tal senso, difatti, l’art. 674 c.p. spiega la propria efficacia soventemente (id est: esclusivamente) nell’ambito di attività che, seppur foriere di immissioni ed esalazioni moleste o fastidiose, sono imprescindibili per il mantenimento e lo sviluppo della società umana.

La contravvenzione trova la sua naturale rationae materiae infatti nelle attività produttive ed industriali, creando una fisiologa contrapposizione tra due differenti interessi: quelli dei soggetti pregiudicati dalle esalazioni nei diversi beni costituzionalmente tutelati rinvenibili nella dimensione personale, come il benessere psicofisico e le attività quotidiane, e quelli relativi allo sviluppo sociale ed economico ed alla libertà produttiva e commerciale.

Si può anzitutto immediatamente sostenere come la contrapposizione in oggetto si origina esclusivamente nei casi in cui le immissioni provengano da attività socialmente utili, in caso contrario nulla quaestio: la fattispecie dovrà ritenersi verosimilmente integrata, in quanto assente ogni interesse da comporre con quello dei soggetti lesi.

Passando invece alla situazione in cui le immissioni abbiano un’origine legittima, deve immediatamente dirsi che la presenza di una autorizzazione amministrativa allo svolgimento della attività da cui le esalazioni originano non è sufficiente a rendere la condotta indifferente alla fattispecie penale.

Infatti è imprescindibile, affinché possa prodursi tale effetto, che le immissioni scriminate siano in una stretta e diretta relazione con l’attività oggetto di autorizzazione, non producendo quest’ultima una automatica elisione del carattere di antigiuridicità di tutte le condotte poste in essere.

Procedendo ulteriormente si può dunque osservare, a questo punto, come il necessario bilanciamento tra i diversi interessi intervenga proprio in occasione di immissioni che, seppur reputate moleste, provengono da attività socialmente utile ed autorizzata, direttamente collegabili all’attività oggetto di autorizzazione.

Per procedere a simile composizione viene in rilievo, accanto al primo criterio succitato e relativo al collegamento tra attività autorizzata e immissioni originate, un ulteriore parametro, mutuato dalla normativa in materia di sicurezza sul lavoro: quello della necessità di evitare o ridurre per quanto possibile la produzione di simili esalazioni moleste ovvero nocive. Pertanto la valutazione alla base del bilanciamento dei differenti interessi si fonderà, dapprima, sulla stretta connessione tra le immissioni originate ed avvertite come moleste e la attività socialmente utile autorizzata, in secondo luogo, si concentrerà sulla predisposizione, da parte del soggetto chiamato a rispondere delle molestie prodotte, degli strumenti ed accorgimenti più idonei alla esclusione o diminuzione delle esalazioni “per quanto possibile”.

L’applicazione dell’art. 674 c.p. in materia di molestie olfattive consta pertanto, come del resto in tutte le sue altre applicazioni, di una natura bifronte: accanto alla sua indubbia utilità, presentando una capacità camaleontica di disciplinare molteplici eterogenee fattispecie di esalazioni, una necessità e difficoltà di concretizzazione, richiedendo attente valutazioni in sede penale da parte del giudice.

 

Le novità dell’art. 272-bis del Testo Unico Ambientale

Il 19 Dicembre 2017 è entrato in vigore l’art. 272-bis del Testo Unico Ambientale (D.lgs. 152/2006) di cui si riporta integralmente il contenuto.

«Art. 272-bis (Emissioni odorigene)

La normativa regionale o le autorizzazioni possono prevedere misure per la prevenzione e la limitazione delle emissioni odorigene degli stabilimenti di cui al presente titolo. Tali misure possono anche includere, ove opportuno, alla luce delle caratteristiche degli impianti e delle attività presenti nello stabilimento e delle caratteristiche della zona interessata, e fermo restando, in caso di disciplina regionale, il potere delle autorizzazioni di stabilire valori limite più severi con le modalità previste all’articolo 271:

a) valori limite di emissione espressi in concentrazione (mg/Nm3) per le sostanze odorigene;

b) prescrizioni impiantistiche e gestionali e criteri localizzativi per impianti e per attività aventi un potenziale impatto odorigeno, incluso l’obbligo di attuazione di piani di contenimento;

c) procedure volte a definire, nell’ambito del procedimento autorizzativo, criteri localizzativi in funzione della presenza di ricettori sensibili nell’intorno dello stabilimento;

d) criteri e procedure volti a definire, nell’ambito del procedimento autorizzativo, portate massime o concentrazioni massime di emissione odorigena espresse in unità odorimetriche (ouE/m3o ouE/s) per le fonti di emissioni odorigene dello stabilimento;

e) specifiche portate massime o concentrazioni massime di emissione odorigena espresse in unità odorimetriche (ouE/m3o ouE/s) per le fonti di emissioni odorigene dello stabilimento.

  1. Il Coordinamento previsto dall’articolo 20 del decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 155, può elaborare indirizzi in relazione alle misure previste dal presente articolo. Attraverso l’integrazione dell’allegato I alla Parte Quinta, con le modalità previste dall’articolo 281, comma 6, possono essere previsti, anche sulla base dei lavori del Coordinamento, valori limite e prescrizioni per la prevenzione e la limitazione delle emissioni odorigene degli stabilimenti di cui al presente titolo, inclusa la definizione di metodi di monitoraggio e di determinazione degli impatti.»;

A breve pubblicheremo un articolo dedicato alla analisi di questa novità normativa e vedremo insieme come va a modificare il panorama operative dell’ abbattimento odori e dei regimi autorizzatori in tema di emissioni.

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