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L’Oro Blu: la desalinizzazione dell’acqua di mare

Alla ricerca dell’Oro Blu: la desalinizzazione dell’acqua di mare

La crescita esponenziale della popolazione mondiale, l’inurbamento, l’industrializzazione dei Paesi in via di sviluppo e il cambiamento dei modelli di consumo hanno aumentato costantemente il fabbisogno d’ acqua dolce umano, che continuerà a crescere in modo significativo nel futuro prevedibile.

La ricerca del preziosissimo “oro blu” si fa sempre più pressante e costituisce già per alcuni paesi una vera e propria emergenza. Ad inasprire ulteriormente la situazione intervengono diversi fattori:

  • circa 500 milioni di persone consumano il doppio dell’acqua che la natura spontaneamente reimmette nell’ambiente;
  • le falde freatiche stanno diminuendo significativamente in tutti i continenti;
  • il volume delle acque di scarico non trattate aumenta ogni anno e l’80% di tutte le acque è smaltito senza prima essere filtrato.
  • nelle regioni più aride del pianeta, poi, il riscaldamento globale determina fenomeni di siccità, rendendo inevitabili gravi crisi idriche e forzati flussi migratori.

Al momento attuale, più di 2 miliardi di persone vivono con il rischio di un accesso ridotto alle risorse di acqua potabile e si prevede che entro il 2050, almeno una persona su quattro vivrà in un paese colpito da carenza cronica o ricorrente di acqua dolce.

Fortunatamente, negli ultimi dieci anni sono stati compiuti grandi progressi, grazie ai quali oggi oltre il 90% della popolazione mondiale ha accesso a fonti migliorate di acqua potabile.

Tuttavia, nonostante il dato incoraggiante, la drammatica emergenza dovuta alla scarsità idrica ha raggiunto una portata tale da formare oggetto di uno degli specifici obiettivi che l’Organizzazione mondiale delle Nazioni Unite ha inserito nella cosiddetta “Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”.

Tale documento rappresenta un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità: sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU, esso ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile – Sustainable Development Goals, SDGs  – in un grande programma d’azione suddiviso in 169targets”, o traguardi, da raggiungere.

L’obiettivo 6.1 dell’Agenda è quello di garantire, entro il 2030, un accesso universale ed equo ad acqua potabile, sicura ed economica per tutti.

Tra le azioni che diversi Paesi hanno già intrapreso per far fronte a quella che possiamo definire una vera e propria sfida di dimensioni globali, vi è l’abbattimento degli elevati costi e consumi della desalinizzazione (o dissalazione) dell’acqua di mare, processo quest’ultimo che rappresenta una delle più valide alternative ad un futuro drammatico, già prospettabile.

A tal riguardo, da citare è l’esempio di Israele che nell’ultimo decennio si è trovato sull’orlo di una catastrofe ambientale causata da una decennale siccità.

Un forte calo delle precipitazioni annuali nella regione della Galilea settentrionale ha, infatti, causato una diminuzione del livello delle acque del Lago di Tiberiade, la più importante fonte d’acqua del Paese, al punto più basso degli ultimi anni, provocando un conseguente aumento della salinità delle acque. La costruzione di quattro impianti di dissalazione ha permesso di superare questa tragica situazione, contribuendo oggi a soddisfare quasi la metà del fabbisogno nazionale.

Nel mondo vengono prodotti oltre 100 milioni di metri cubi di acqua dissalata al giorno. In Italia, il prelievo delle acque marine è lo 0,1% del prelievo totale. L’impianto di dissalazione per la raffineria del gruppo Saras, a Cagliari, con i suoi 12 mila metri cubi di acqua demineralizzata prodotti al giorno, è l’impianto di maggiore capacità operativo nella penisola.

Due sono le metodologie di desalinizzazione: separazione dell’acqua dai sali e separazione dei sali dall’acqua.

  1. La prima consiste nel fare evaporare l’acqua e recuperarla condensandola;
  2. la seconda si basa sul processo della cosiddetta osmosi inversa: l’acqua salata viene filtrata a pressioni elevate attraverso membrane permeabili all’acqua e ad altri pochi elementi.

Tuttavia, questa efficace soluzione al problema della scarsità di acqua dolce comporta gravi svantaggi: innanzitutto, un costo energetico molto elevato: in effetti, le migliori tecnologie esistenti richiedono circa 4 kWh di elettricità per ogni metro cubo di acqua prodotta.

Ma il più grave rovescio della medaglia è rappresentato dal costo per l’ambiente, dovuto in primis alle immissioni di CO2 nell’atmosfera da parte degli impianti che utilizzano combustibili fossili nel processo produttivo.

A questo, poi, si aggiunga il sensibile impatto che tali sistemi stanno già esercitando sui fragili equilibri degli ecosistemi marini, a causa del principale residuo del processo di dissalazione con l’osmosi inversa, la cosiddetta “salamoia”.

Essa è costituita principalmente da acqua ipersalina e viene generalmente smaltita a poche decine di metri dalle coste, ambiente quest’ultimo dove si svolgono i primi stadi di vita della gran parte degli organismi marini. Diversi studi sull’impatto delle salamoie hanno già evidenziato la tossicità dei reflui degli impianti di dissalazione e il conseguente danno che tali scarichi provocano sull’ecosistema marino.

In particolare, si è già evidenziato come nelle aree in cui la concentrazione salina risulta particolarmente elevata si assiste ad una regressione della Posidonia, una pianta fondamentale per la stabilità dell’ambiente marino.

Diversi sono i progetti realizzati allo scopo di elaborare soluzioni per limitare l’impatto ambientale della dissalazione dell’acqua di mare.

Tra i più recenti è da annoverare il prototipo di dissalatore low cost e ad energia solare elaborato da una équipe di ingegneri dell’Università di Torino, basato su una tecnologia sostenibile, facile da gestire ed accessibile anche ai paesi in via di sviluppo: un impianto passivo assorbe l’acqua in modo spontaneo e, esposto alla luce diretta del sole, riesce a produrre in automatico acqua non salata, garantendo il doppio della resa rispetto ai sistemi simili esistenti.

Sulla nuova tecnologia scommettono già investitori californiani che programmano di realizzare un impianto pilota sull’isola di Santa Catalina.

Nonostante gli ammirevoli progressi del sapere in campo scientifico a sostegno dell’ambiente, ciò che manca del tutto è un’adeguata normativa italiana che disciplini la corretta gestione degli impianti di desalinizzazione.

Al fine di attuare efficaci interventi legislativi, recentissima è la promulgazione di un “decalogo” che definisce criticità tecniche e giuridiche sui processi di dissalazione, siglato lo scorso 26 febbraio in occasione del convegno dedicato al tema promosso da Fondazione UniVerde e Marevivo.

 

Gli obiettivi fissati sono i seguenti:

  • ridurre le necessità della dissalazione azzerando le perdite nelle condotte e verificando le alternative;
  • definire i requisiti di qualità dell’acqua dissalata;
  • monitorare lo stato degli ecosistemi marini nelle aree interessate dai dissalatori;
  • ricondizionare l’acqua prodotta;
  • definire le localizzazioni idonee per le opere di presa;
  • separare la salamoia dal residuo di lavaggio delle membrane;
  • sversare la salamoia a mezzo condotta a distanza dalla costa (preferenzialmente in aree meno sensibili a oltre un miglio dalla costa e sotto il termoclino);
  • definire le modalità di controllo di processo;
  • regolamentare gli scarichi del processo di dissalazione;
  • inserire, nella normativa, la VIA, VAS, VIS per i dissalatori e l’indicazione di procedere ad una preventiva analisi del rapporto costi/benefici.

Con questo decalogo e con il convegno, Marevivo e la fondazione UniVerde chiedono a Parlamento e Governo di colmare il vuoto legislativo sui dissalatori, per tutelare le aree e gli habitats marini protetti, affinché si possa contemperare il diritto dei cittadini all’acqua potabile di qualità, da una parte, e l’esigenza di tutela della risorsa mare, dall’altra, nella consapevolezza che per uno sviluppo sostenibile è fondamentale non limitare gli sforzi per la limitazione dell’impatto antropico sui tratti costieri, valutando possibili alternative che concorrano alla salvaguardia della risorsa marina costiera.

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